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Cinque gennaio. Arriva puntuale come ogni anno questo giorno particolare, un giorno che resta indissolubilmente legato a due persone, due uomini: Peppino Impastato e Pippo Fava.

Avevano tutti e due lo stesso nome: Giuseppe. E venivano dalla stessa terra: la Sicilia. Ma non erano queste le uniche cose che avevano in comune: ad accomunarli, infatti, c’era un sogno, il sogno di una Sicilia diversa.

L’hanno sognata, questa Sicilia diversa, una Sicilia libera, fino all’ultimo istante della loro vita, una vita iniziata o finita il cinque gennaio.

Era il cinque gennaio di settantanni fa quando a Cinisi nasceva Peppino Impastato ed era il cinque gennaio di trentaquattro anni fa quando Pippo Fava veniva ammazzato da cinque proiettili dritti alla nuca.

Furono i primi due intellettuali ad essere uccisi da Cosa Nostra.

Prima di loro erano stati ammazzati magistrati, poliziotti, rappresentanti di cariche istituzionali, imprenditori che si erano ribellati al racket, insieme alla dolorosa schiera dei cosiddetti “morti per sbaglio”.

Fu una novità uccidere due intellettuali, fu il segno che la forza delle parole era in grado di far tremare la mafia.

Pippo Fava scriveva dal giornale I Siciliani, fondato nel 1982 dopo esser stato licenziato dal Giornale del Sud a seguito della nuova gestione affidata ad una cordata di imprenditori tra cui comparivano i nomi di Gaetano Graci e Salvatore Lo Turco, legati al boss catanese Nitto Santapaola.

Nessuno dei due guardava alla mafia come un lebbroso da non toccare per evitare il contagio.

Peppino Impastato veniva da una famiglia mafiosa, Pippo Fava per l’Espresso sera condusse una serie di interviste ai boss di Cosa Nostra.

Segno che a poco serve evitare la mafia. La mafia esiste. Ciò che può esistere o meno e fare la differenza è il coraggio di raccontarla. Tacere, come molti hanno chiesto che venisse fatto dopo la morte di Riina, serve solo a vestire i panni dell’intellettuale puro e a mettersi in pace con la coscienza. Conoscere un fenomeno, al contrario, può servire a contrastarlo.

Pippo Fava fu ucciso a pochi passi dalla redazione de I Siciliani.

L’omicidio fu etichettato come delitto passionale, addirittura ci fu chi, come il deputato democristiano Nino Drago, chiese una chiusura rapida delle indagini.

Anche in questo la figura di Pippo Fava è legata a quella di Peppino Impastato.

Anche la sua morte, la notte nel 9 maggio ’78, fu seguita da depistaggi e illazioni.

Stampa e forze dell’ordine parlarono di un attentato terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto ucciso, poi ancora di suicidio.

Ventiquattro anni ci sono voluti per trovare i nomi degli assassini di Peppino Impastato, diciannove per quelli di Fava.

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Ammesso che poi li abbiano uccisi davvero.

Perché ogni fantasma lascia un’eredità, dice Derrida in Spettri di Marx o come la frase che Shakespeare mette in bocca al fantasma di Amleto “The time is out of joint”.

Il tempo è fuori servizio, tocca ai presenti riaggiustarlo, a chi è vivo ora tocca far rivivere i morti cercando quella giustizia che chiedono.

Qual è allora l’eredità che ci hanno lasciato questi due uomini, tutti e due siciliani, tutti e due uccisi per essersi ribellati ad un mondo ingiusto?

Un anno prima della sua morte, Fava scriveva così: “In questa società comanda soprattutto chi ha la possibilità di convincere. Convincere a fare le cose: acquistare un’auto invece che un’altra, un vestito, un cibo, un profumo, fumare o non fumare, votare per un partito, comperare e leggere quei libri. Comanda soprattutto chi ha la capacità di convincere le persone ad avere quei tali pensieri sul mondo e quelle tali idee sulla vita. In questa società il padrone è colui il quale ha nelle mani i mass media, chi possiede o può utilizzare gli strumenti dell’informazione.”

Chi comanda ora? Quanto noi stessi contribuiamo a riprodurre quei meccanismi di potere che consentono a chi comanda di continuare a comandare e di veicolare modi di pensare?

Peppino Impastato oggi verrebbe considerato uno sfigato.

Uno che aveva fatto della militanza politica la sua principale ragione di vita, uno che si vestiva male, senza soldi.

Inutile addentrarsi nelle polemiche spesso sterili che riguardano i modelli culturali generati da Gomorra, ma in un periodo in cui le appartenenze ai clan vengono talvolta suggellate da un modo di vestire o di portare la barba, in tempi in cui dai social network passa spesso l’ostentazione del benessere economico, di una ricchezza esibita anche attraverso l’ironia del “ciao poveri”, in tempi in cui spesso capita di imbattersi persino in una sorta di conformismo dell’anticonformismo, rivendicare il diritto ad essere sfigati forse è uno dei primi passi per raccogliere l’eredità di Fava e Impastato.

Ma non solo. Questi due uomini, tutti e due siciliani, tutti e due dimenticati come spesso viene dimenticato un altro grande siciliano, compagno di lotte di Peppino Impastato, Danilo Dolci, del quale il 30 dicembre scorso è stato il ventesimo anniversario della morte, passato nell’indifferenza dei più, ci insegnano ad essere partigiani. Ci insegnano, secondo la definizione di Gramsci, ad odiare l’indifferenza. “Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo”.

Se siete sopravvissuti agli auguri di un anno pieno di pace, serenità e ricchezza a voi e famiglia, il nostro augurio è di un anno sfigato ma partigiano  di resistenza.

Pamela Valerio

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