The Florida project

Molti credono ancora che esista il celebre sogno americano, rimasto tale solo per chi, prima o durante la crisi economica di dieci anni fa, ha saputo rimboccarsi le maniche. Il risultato di questo evento fu un nuovo ordine sociale, quello degli hidden homeless, i quali fanno lavoretti occasionali, spesso illegali, per arrangiare un altro mese, resilire ai problemi e non precipitare nella disperazione totale di una vita difficile.

Sean Baker, regista emergente, (Tangerine, 2015), ci racconta la finta favola di questi protagonisti, nascosti agli occhi della società, ma che rappresentano la paura più profonda di tutti. Lo fa inserendoli in un motel viola, fiabesco e regale, solo ad una certa distanza, a pochi passi dal Disney World, il luogo in cui vengono celebrati sogni e fiabe e gestito da Bobby (Willem Dafoe), il quale a tratti gioca il ruolo del grillo parlante per i suoi clienti a tratti un deus ex machina. Ce la racconta attraverso il 35mm e gli occhi di Moone (Brooklyn Prince) una bambina di sette anni, sfruttando l’iperrealismo, ponendo la macchina da presa ad altezza bambino (1,20mt circa), scegliendo ottiche grandangolari, o addirittura utilizzando un iphone per le sue riprese.

The Florida Project

Monee ha i capelli rossi e una faccia indisponente, ama l’avventura ed esplora il mondo intorno a sé in modo impavido, quasi sembra ispirarsi alle avventure di Huckleberry Finn, credendo di poter affrontare la vita come le pare, forse finge di essere adulta, a causa dell’esempio che sua madre Halley (Bria Vinaite) non le ha mai dato nel modo giusto.
Halley porta il nome di una cometa, e come tale è solo una figura di passaggio nella vita di sua figlia. Ha i capelli verdi, tantissimi tatuaggi, gioca sempre e per cena ordina pizza, pancakes e torte; potrebbe sembrare la mamma che tutti i bambini desiderano e proprio per questo è completamente inadatta a gestire questo ruolo, forse perché non ha mai accettato l’idea di dover crescere in fretta per Monee, perché crede che si possa vivere alla giornata, che una soluzione ci sarà sempre, ignorando la presenza di sua figlia, variabile fondamentale, non riuscendo a fare le giuste scelte e a darle lo stile di vita di cui lei ha davvero bisogno.
Monee, dall’altro lato, spesso si trova ad affrontare le situazioni con la fermezza di una persona matura, dovendo rinunciare alla sua infanzia e dovendo fare delle scelte importanti, a causa della mancanza di responsabilità della stessa madre, e si porta questo peso fino alla fine, trattenendo quel briciolo di impertinenza, reggendo quel punteruolo in gola anche nella scena finale, quando stanno per portarla via, pur di non cedere, di non crollare dinanzi al peso emotivo, ma fallendo e lasciandosi trasportare dalla paura in una valle di lacrime, lo stesso sentimento che la spinge a scappare insieme all’amica Jancey (Valeria Cotto) e a rifugiarsi nel famoso parco divertimenti, per continuare ad essere bambina e non guardare in faccia alla realtà.

Un film definito il migliore dell’anno dal NewYork Times, sicuramente il migliore sull’infanzia perduta per tutti, con un ritmo che seppur rischia di essere ripetitivo, ti trascina in un limbo in cui Baker filma ripetutamente e continuamente i suoi personaggi come a non volerli lasciare mai andare.

Trailer: The Florida Project

Federica Migliore