dark-knight
dark-knight

Fa la sua comparsa nelle Sale italiane Dark Knight, la pellicola che racconta le vicende della strage del Cineplex di AuroraUSA – con un titolo facilmente confondibile con il Batman di Christopher Nolan, pellicola che infatti ha “ispirato” il super-villain amatoriale ad aprire il fuoco sul pubblico inconsapevole.

Dark Night di Tim Sutton è al tempo stesso un gioco di parole e una riflessione “rumorosa” sulla mentalità di un’America suburbana, allo stesso tempo ossessionata e tormentata dalla violenza armata. Offrendo uno sguardo paradossalmente intimo e imperscrutabile nella vita di una mezza dozzina di potenziali vittime, il film sfida il pubblico tradizionalmente passivo con domande difficili, offrendo una provocazione cinematografica che va dalla politica ai problemi sociali.

Rispetto alle pellicole tradizionali sui temi di attualità, dove le vicende vengono sviluppate usando ogni personaggio come un portavoce di un diverso aspetto della storia o della visione dello sceneggiatore, Dark Night ha un approccio totalmente differente, spesso durante la pellicola si fa fatica a dare un senso al suo stile, deliberatamente ambiguo. E’ molto difficile, infatti, interpretare il punto di vista di Sutton, a nostro avviso il regista preferisce lasciare che gli spettatori osservino, si associno liberamente ai personaggi e arrivino alle proprie conclusioni – un approccio coltivato attraverso le sue due precedenti opere, Pavilion e Memphis, che lo hanno inserito tra gli antropologi cinematografici più intriganti del panorama cinematografico attuale.

L’inizio è surreale, veniamo introdotti nelle vicende da una voce ultraterrena, mentre l’inquadratura passa dal nero totale a un paio di occhi illuminati da luci rosse e blu. Sutton non ha intenzione di raffigurare la sparatoria, anche se incentra la storia proprio su quella mattina, osservando le banali attività quotidiane di questo gruppo di estranei, uniti dal loro desiderio di evasione e alla fine traditi da un lunatico determinato a corrompere lo spazio presumibilmente sicuro e sacro di un cinema.

Aaron Purvis, che gioca con i serpenti e sogna di comparire al telegiornale della sera, intervistato sul divano accanto a sua madre, come se il suo passato potesse spiegare le sue azioni; Anna Rose Hopkins, un’attrice frustrata e ossessionata dal fitness che fa costantemente selfie; gli operai Rosie Rodriguez e Karina Macias; Robert Jumper con gli occhi persi nel vuoto, che cammina con il suo cane e sogna ad occhi aperti di uccidere la ragazza che lo ha respinto; il veterano militare Eddie Cacciola, che passa il suo tempo libero a pulire le sue armi da fuoco; Andres Vega, un pattinatore dai capelli arancione acceso.

Ognuno di questi personaggi potrebbe essere il killer, e in effetti le caratteristiche di Holmes (il verso assassino) sembrano essere state suddivise e distribuite tra di loro. Il film tende a sottolineare la profonda solitudine che questi cittadini americani sentono nelle loro rispettive vite. Le loro morti sono sicuramente una tragedia (anche se non sappiamo quali siano stati realmente uccisi), eppure non riusciamo a percepire tristezza in quanto le loro vite appaiono in qualche modo: vuote, incomplete e senza significato.

Purtroppo la strage di Aurora è solo uno dei tanti episodi di “violenza armata” avvenuti in USA, l’ultimo infatti risale al 15 Febbraio scorso a ParklandFlorida, durante il quale sono state uccise 17 persone. Dopo tali eventi molti hanno sperato che qualcosa potesse muoversi nel dibattito sulla vendita e il possesso delle armi da fuoco negli Stati Uniti. È una sensazione piuttosto comune nei giorni immediatamente successivi a una strage di queste dimensioni – e negli Stati Uniti ce ne sono state decine solo negli ultimi anni – ma di solito svanisce poco dopo senza lasciare conseguenze concrete. Stavolta le cose sembrano un po’ diverse.

Dick’s Sporting Goods, una delle più grandi catene per la vendita di armi, ha deciso difatti di bloccare la vendita dei fucili d’assalto, armi semiautomatiche responsabili di molte delle stragi di massa avvenute negli ultimi anni. Inoltre pare che la società abbia deciso di alzare il requisito dell’età minima necessaria per acquistare un’arma da fuoco: si dovrà avere più di 21 anni. Si tratta di una presa di posizione importante, nella speranza che il governo USA prenda una decisione definitiva.

Giuseppe Palladino 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui