Giordano Bruno

Nel suo “Saggio sull’Umorismo”, Pirandello dedica uno spazio alle figure di Copernico e di Giordano Bruno. Il primo è etichettato come un umorista non consapevole in quanto non ha smontato l’Universo, ma l’immagine che l’uomo aveva di esso, quella aristotelica-tolemaica.
Giordano Bruno invece è visto come un umorista consapevole perché parte da Copernico per poi dar vita, con il suo strumento più forte, la filosofia, ad un percorso che ha come obiettivo la rinascita dell’uomo.

Nel 1582 Giordano Bruno inizia infatti ad affrontare il problema della crisi dell’uomo, un essere che all’apparenza appare in tutta la sua naturale perfezione, ma che invece nasconde un’anima putrida e bestiale. Questa immagine è tratta dagli “Adagia” di Erasmo da Rotterdam, in cui si presentano i Sileni di Alcibiade. Erasmo parte dal “Simposio” di Platone, dove si racconta che Alcibiade elogia Socrate, il cui aspetto esteriore era riprovevole, ma quello interno era di una distinta bellezza, proprio come un Sileno (statuetta grezza e ridicola del maestro di Bacco che, una volta aperta, ha un’anima divina).

Nel “Cantus Circeus” Giordano Bruno parlerà quindi di Sileni alla rovescia, esseri che si sono conformati alla realtà corrotta in cui vivono e che si vestono di ipocrisia. In questo modo il filosofo pone una soluzione fisiognomica alla crisi umana, riprendendo una tradizione particolarmente in voga legata alla figura della maga Circe.  Così ad esempio, Machiavelli nell’ “Asino” descrive un luogo oscuro, dalle grigie sfumature dantesche, avvolto dalla densa nebbia del “Corbaccio”. Qui si muoverà il suo poeta tramutato in asino, abbassato in una condizione anti-lirica per eccellenza, alle prese con il suo ragliare che non gli permette più di cantare. Solo così l’intellettuale può guardare il vero mondo e la vera esistenza e a partire dal basso capirà quali sono gli insegnamenti da poter poi portare alla luce. Dai luoghi di Circe non si può fuggire, ma il poeta sarà il nuovo Ulisse, colui che, dopo esser entrato all’inferno, sarà l’unico uomo capace ad uscirvi.

Anche Giordano Bruno ci descrive il mondo nel suo momento più oscuro, con quelle tinte che poi saranno presenti nella Napoli del “Candelaio”, una città in cui la poesia è sostituita da pedanti finti intellettuali (delineati con una sottile e abile satira antipetrarchesca), abitata da quei Sileni che continuano a mascherarsi come se fossero attori che mentono nelle relazioni sociali (di amicizia, amore, affari lavorativi) e che sono pronti a danneggiare il loro prossimo. Circe ha qui una funzione salvifica: è l’unica che può ripristinare il giusto equilibrio e che quindi può far tramutare l’aspetto esterno proprio come quello interno, con un incantesimo ripetuto e migliorato per tre volte. Solo chi è dotato di un animo buono può salvarsi e mantenere le sue sembianze da uomo. Tutti gli altri saranno destinati a non aver più le mani (che gli uomini corrotti solevano utilizzare per reggere armi e procurare violenza) ma zampe e a non esser più dotati del dono della parola, ma del verso animalesco, affinché non possano più offendersi vicendevolmente.

Nel mondo nessuno appare come effettivamente è: nel Cantus Circe risana il mondo, nel Candelaio Giordano Bruno indica il principio naturale della mutazione, nel movimento temporale notte-giorno, buio-luce, l’avvio della giustizia universale e del progresso del mondo (con un andamento che sembra creare forti crepe nel principio di armonia runascimentale e che già si proietta nei forti chiaroscuri baroccheggianti).
La sua filosofia, nella finzione letteraria, si nutre quindi di quegli ingredienti che pretendono una nuova esigenza legata all’individualità e all’auto-riflessione. La divulgazione del neoplatonismo durante l’Umanesimo ha contribuito alla nascita degli “Eroici Furori”, l’opera in cui si delinea il furioso eroico, il nuovo Ulisse moderno, capace di riconquistare se stesso e la purezza del suo animo. Si tratta di una rete di dialoghi mimetici, in cui Giordano Bruno mostra continuamente anche la sua abilità da poeta, disseminando liriche che hanno la funzione di commento.

Per Giordano Bruno la letteratura e la poesia devono avere una funzione politica e sociale, non domestica e di solo diletto. È stufo delle poesie che trattano della bellezza della donna e dei suoi morbidi capelli biondi, di conseguenza considera i petrarchisti ormai come scaduti, perché non fanno altro che scrivere di superficialità e di nefandezze. Per contrastarli il filosofo propone una galleria di figure femminili famose grazie alle poesie con cui i grandi autori le hanno ritratte, esse sono però descritte come vasi di Pandora, pronte a rilevare i loro lati peggiori. Solo la Beatrice di Dante si salva, perché via per raggiungere Dio, legata al percorso di ascesa spirituale.

L’arte di Giordano Bruno vorrà invece raggiungere la perfezione e l’armonia. Riprendendo la filosofia platonica, Bruno dipinge un universo che nasce da Dio e che tenderà continuamente a ritornare a Dio, un Universo che ha la sua espressione più bassa nel mondo sublunare, l’unico fatto di materie e in cui risiede l’uomo. Qui, gli esseri umani sono animati dalle Somme Idee di perfezione e purezza di Dio, che si corrompono nel momento in cui diventano concrete. Da un lato sono spinti dalla Venere Celeste alla curiositas e all’ispirazione artistica ed emotiva; dall’altro dalla Venere terrena verso la creazione e la procreazione. Quando il secondo istinto inizia a corrompersi subentrano i comportamenti osceni e negativi, ciò che rende gli uomini come bestie. Bruno delinea così il suo Ulisse moderno, in oppositio a quello della “Divina Commedia” (un uomo che è stato punito perché peccatore di hybris, colui che ha voluto superare i suoi limiti senza riporsi nelle mani di Dio). Il nuovo Ulisse invece è colui che volta le spalle al suo mondo e che da solo inizia un percorso di ascesa per ritornare a Dio. Il suo cuore è alato (immagine ripresa dall’auriga di Platone e dal passero della tradizione biblica), può volare ed elevarsi, superando tutti gli ostacoli. Non importa cosa accada nel mondo terreno, la felicità è tutta in questa ricerca continua di Dio, che è puramente individuale e che non può essere raggiunta da tutti.

Alessia Sicuro

CONDIVIDI
Avatar
Laureata in lettere moderne e laureanda alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here