Tamburi nella notte: Bertolt Brecht e il teatro del popolo

Esiste, come insegna la storia, un filo molto sottile che unisce tuttavia mondi completamente diversi tra di loro. L’immagine di una società agli albori di due guerre mondiali, impregnata di quella solitudine e malinconia tipica di un secolo che ha lasciato un’impronta indelebile sulla storia dell’uomo. In questo contesto di scontro e di contingenza si collocano le opere di Bertolt Brecht: drammaturgo, poeta, ma prima di tutto rivoluzionario uomo di cultura, ha tentato con la voce delle sue opere di riportare nelle mani del popolo uno strumento che era stato fino a quel momento ad appannaggio di una classe dominante, il teatro.

Nello spazio che divide l’eroe solitario della sua prima fatica, Baal, e Trommlen in der Nacht (“Tamburi nella notte”), passano esattamente gli anni del primo dopoguerra. Complice la desolazione di una Germania consegnata ad una Repubblica tanto fragile quanto inutile, si aprono così gli scenari ideati dalla rivoluzione del teatro epico che, non ancora pienamente formato, comincia a far risuonare i campanelli di allarme dei totalitarismi a venire. Un ideale di teatro, quindi, scritto e diretto non per addomesticare e sollazzare una classe borghese annoiata, tanto complice quanto carnefice del proprio futuro, ma tanto più per sgombrare la mente dello spettatore da ogni pensiero unico, da ogni vile attacco alla libertà di pensiero e di espressione. Un teatro, quindi, che avesse il compito di insegnare, di far ragionare, di riportare al popolo la sua dignità.

Nella lotta ideologica delle bandiere rosse, della rivoluzione d’ottobre, del suono frastornante dei proiettili e delle trincee, si riesce a scorgere il furore di un poeta, l’odio di un ragazzo capace solo di esprimersi per una causa più grande, nella speranza di una salvezza che non fosse quella eterna. Il materialismo di Marx si scompone della matrice storica per essere “divenire”, continuità preponderante nello scenario sociale di un continente devastato dalla morte. Nelle parole sconsideratamente umane di Brecht si intravede dunque uno spiraglio di velata speranza, immerso nella disperazione di una generazione nata con la guerra e che ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze di essa.

In questo contesto di repressione, di furore e di ignoranza, si colloca la prima nel 1922 di “Tamburi nella notte“. La trama racconta di un amore diviso dalla guerra, dal rapporto con una società malata, cancerosa, sempre pronta a mettersi di fronte alla morte piuttosto che coltivare la vita. Una società così volubile e paradossalmente ferma sulle sue ideologiche aspettative, rituali di un secolo lasciato alla memoria della storia.

Sono passati quasi quattro anni da quando Andrea viene dato per disperso in azione durante lo svolgersi della prima guerra mondiale. Il triste proscenio in cui Anna, una donna in attesa del ritorno di un amore utopico tanto quanto la vita in sé, acconsente a sposarsi con un uomo arrichitosi con il commercio di contrabbando durante la guerra rimane il tipico rappresentate univoco del triste svolgersi del dramma borghese ben rappresentato da Bertolt Brecht e che in Tamburi nella notte suscita e incalza una critica non solo sociale ma sopratutto politica. La storia di Trommlen in der Nacht si pone quindi come una storia di amore anti/romantica, che si stabilizza nello scenario della rivolta spartachista del 1919, in cui la Germania comunista si sgretola sotto i colpi della sfortunata Repubblica di Weimar.

Ed in questo, il teatro diventa soprattutto testimonianza sociale.

La dissoluzione della vita dei personaggi, della loro rivoltosa giovinezza, lascia spazio ad un amara consapevolezza, un lascito che risuona come  un monito nel suono dei tamburi rivoluzionari, ormai placati nella mente delle nuove generazioni. Perché ora, come allora, la cultura è rivoluzione. La più offensiva arma di difesa personale contro l’iniquità di un capitalismo distruttivo, violento e immancabilmente ignorante.

Nello scenario dispotico di un Italia riconsegnata al sovranismo, è quantomai importante rimarcare le parole e il teatro di Bertolt Brecht, non solo per la loro importanza a livello sociale e storico, ma soprattutto riguardo alla mancanza di attenzione che ha portato un paese come il nostro sull’orlo del populismo, con una classe dirigente che incarna la fiducia popolare ma che sta solamente riuscendo ad imporsi proprio come tutte le altre che l’hanno preceduta, deridendo quella cosa, per citare Giorgio Gaber, sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia. Ma non tutto sarà perduto finchè esisteranno persone che credono nel popolo, che continuano ad avere lo spirito di incarnarsi nel volere popolare che non significa populismo, ma crescita continua e inebriante, che puo solamente rinnovare la vita e mettere a tacere la morte. Nelle parole di Sandro Pertini: «alla più perfetta delle dittature, preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie».

La forza del teatro, dunque, tramite i personaggi di Bertolt Brecht, tramite una connessione empatica che solamente il rapporto umano può scatenare e far sfociare nella liberazione di un popolo affannato dalle preoccupazioni che sembrano essere insormontabili. L’insegnamento della cultura che si opera attraverso la rappresentazione sociale, attraverso l’informazione e la controinformazione, vicendevolmente sospinta, per non lasciare nessun altro indietro.

L’antitesi di un fascismo dirompente, ecco cosa significava e cosa resta ancora oggi delle opere di Bertolt Brecht, del suo complesso organismo teatrale, che non ha mai smesso di amare il popolo, tanto la sua fiducia in esso rappresentava il vulgus e motore immobile del suo teatro.

Niccolò Inturrisi

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