Foreste: i grandi alleati contro il cambiamento climatico
Fonte foto: Garda Post

Le foreste mondiali coprono una superficie di quasi 4 miliardi di ettari, oltre il 31% delle terre emerse. Una porzione di natura ineguagliabile, e oggi sempre più a rischio con atti di deforestazione imponenti, soprattutto in Brasile. Il 47% della superficie di questi ecosistemi è costituito da foreste tropicali, subtropicali (9%), temperate (11%) e boreali settentrionali (33%). Ma per quale motivo le foreste oggi sono considerati i migliori alleati contro il cambiamento climatico? Ne abbiamo parlato con Renzo Motta, professore ordinario presso la facoltà di Scienze Forestali, all’Università di Torino.

Perché sono importati le foreste? Quali funzioni hanno?

«Le foreste sono importantissime. Noi non potremmo vivere senza di loro. Pensiamo alla produzione di legna, alla regimazione delle acque, al paesaggio, alla funzione turistico-ricreativa, alla biodiversità che trova casa in questi ecosistemi naturali. Sono dei siti importanti di carbonio, per migliorare la qualità dell’aria. Tutto ciò, come ripeto, per noi umani sono indispensabili».

Oggi conosciamo abbastanza questi ecosistemi?

«Si, dal punto di vista scientifico. Ormai tutte le nazioni fanno periodicamente dei monitoraggi sulle foreste per valutare il loro stato di salute, la loro espansione. Oggi abbiamo anche i ‘satelliti’ che ci aiutano moltissimo sul piano della ricerca».

Si parla tanto di fusione tra ecosistemi naturali (come le foreste) ed ecosistemi artificiali (come le città). Può avvenire tutto ciò?

«Fusione è un termine un po’ forte. Sicuramente una “migliore connessione” è possibile ed auspicabile. Per esempio, a Torino, c’è quella che viene chiamata “rete ecologica”, attorno alla città, che collega la collina, il sistema dei parchi che stanno a nord del capoluogo. In generale bisogna creare delle connessioni in modo da permettere il transito degli animali, dei vegetali e migliorare la qualità della vita all’interno delle città».

Spesso le foreste sono minacciate dalle attività umane. Oltreoceano la grandi multinazionali della carne distruggono parte di questi complessi ecosistemi per far posto a determinate colture da reddito. Cosa occorre fare in futuro per salvaguardare le foreste d’oltreoceano e quelle europee?

«Le foreste del mondo vanno a due velocità. Ci sono le foreste tropicali equatoriali che, in questo momento, sono a forte rischio di deforestazione per l’agricoltura, l’allevamento e sono poco tutelate, perché i governi di quei Paesi hanno problemi dei problemi economici e quindi tendono a sfruttare queste risorse in maniera insostenibile. E poi abbiamo le foreste del nord del mondo, tra cui quelle europee, che sono in crescita da più di 100 anni. Questo grazie ad un corretto uso delle risorse legnose, senza compromettere la “quantità” e la “qualità” delle nostre foreste. Dobbiamo ancora migliorare nell’imparare su come usare queste foreste e migliorare la qualità delle foreste stesse e i loro prodotti che ne derivano, soprattutto per ridurre le importazioni e non pesare sul disboscamento e la deforestazione delle foreste tropicali equatoriali.»

Perché il tema della forestazione urbana molto spesso viene trattato con sufficienza dalle politiche delle amministrazioni locali?

«In parte possiamo dire che è una questione di cultura, di sensibilità perché ci sono, nonostante tutto, delle amministrazioni che, invece, hanno a cuore il tema. Per esempio, Torino è una delle “leader” nella gestione oculata del verde urbano. Devo dire che è un problema anche di risorse, soprattutto per i piccoli comuni che spesso non possono sostenere grandi spese, per attuare massicci piani di forestazione urbana».

Ottavio Currà

Greenpeace

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