Cooperazione Usa Cina - Clima
Fonte immagine: scmp.com

Il riscaldamento globale, si sa, provoca lo scioglimento dei ghiacciai ma la nuova stagione di cooperazione USA – Cina in materia di cambiamento climatico dimostra che non tutti gli scioglimenti vengono per nuocere (al pianeta). Il clima sta cambiando, anche nelle relazioni internazionali, in parte. Il ghiaccio diplomatico tra le due superpotenze infatti sembra destinato a sciogliersi, almeno per ciò che riguarda la lotta alla crisi climatica.

Escludendo un improvviso interessamento per le sorti della Terra, il ripristino delle politiche ambientali e della cooperazione USA – Cina trova la sua ragion d’essere in motivazioni economiche e strategiche. Il presidente americano Biden – organizzatore dell’evento virtuale svoltosi lo scorso aprile, “Leaders Summit on Climate” – ha più volte messo in luce la capacità insita nella rivoluzione verde di generare occupazione. Rivolgendosi più al pubblico americano che ai suoi colleghi ha infatti posto l’accento sulla conciliabilità tra sostenibilità ecologica e crescita economica.

Secondo Biden, gli investimenti realizzati dalla sua amministrazione nelle infrastrutture sostenibili saranno infatti in grado di creare ben un milione di posti di lavoro verdi. Ma c’è di più. Se la Casa Bianca sta puntando così tanto sulla green economy è anche nel tentativo di sopprimere, entro il 2050, la dipendenza del Paese dagli idrocarburi. Si chiude così l’era trumpiana che, caratterizzata da una miscela di negazionismo climatico e isolazionismo, ha portato gli Usa fuori dall’Accordo di Parigi. E la cooperazione USA – Cina può ricominciare.

L’amministrazione Trump, ai tempi, motivò questa scelta accusando la Cina di voler scaricare sugli Stati Uniti i costi dell’inquinamento, cui Pechino contribuisce più di qualsiasi altro Paese con il 28% di emissioni globali. Eppure, ciò nonostante, l’Impero del Centro ha sempre sostenuto che sono i Paesi più ricchi a doversi fare carico dei costi della decarbonificazione, offrendo sostegno economico ai Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, se si considera che questi ultimi si caratterizzano per la presenza di attività industriali limitate, di un basso tenore di vita e di un basso reddito e, ancora, per povertà diffusa e basso indice di sviluppo umano, appare evidente che la Cina non rientra interamente in questa categoria. E diventa anche più semplice comprendere i tentativi statunitensi posti in essere affinché la Cina sia riconosciuta, da Wto e Onu, come “economia appena sviluppata”. In questo modo anch’essa potrà essere sottoposta agli stessi obblighi dei Paesi sviluppati in materia di clima e di emissioni.

Questo è il principale ostacolo sul percorso già accidentato della cooperazione USA – Cina. Pechino però trae vantaggio dal suo status e non intende rinunciarci tanto facilmente, com’è dimostrato, d’altro canto, anche dalla sua blanda tabella di marcia in tema di emissioni di CO2: l’obiettivo fissato dal presidente Xi Jinping a riguardo è quello di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060, cioè dieci anni dopo le altre grandi potenze.

Cooperazione USA – Cina sul clima: una prospettiva ancora vaga

Se, da un lato, la partecipazione di Xi al meeting organizzato da Biden lascia aperta la possibilità di un’accelerazione nella lotta al cambiamento climatico attraverso una cooperazione Usa – Cina, dall’altro quest’ultima sta facendo ancora troppo poco per rispettare il suo obiettivo. Centocinquanta sono le centrali a carbone attualmente in fase di costruzione e nell’ultimo piano quinquennale viene ribadita l’intenzione di raggiungere il picco di emissioni entro il 2030, decisamente troppo tardi per raggiungere la neutralità climatica entro la metà del secolo. Non a caso, secondo uno studio pubblicato a marzo su Nature Communications, la Cina dovrebbe chiudere immediatamente almeno 186 centrali per risultare in linea con i suoi obiettivi.

Cosa cambierà nella cooperazione USA – Cina nel prossimo futuro, con queste premesse? Gli obiettivi di una ritrovata sinergia in materia ambientale dovrebbero essere particolarmente ambiziosi.

Da un punto di vista scientifico gli sforzi per contrastare il cambiamento climatico non sono più procrastinabili. Anche il report dell’IPCC del 2018 dal titolo “Global Warming of 1.5°C” conferma che se i Paesi nei prossimi anni non prenderanno misure drastiche per ridurre le loro emissioni, le conseguenze sul versante ambientale, sociale ed economico per l’intero pianeta saranno a dir poco drammatiche. Da qui la convocazione del Leaders Summit on Climate che, con lo scopo di rilanciare lo sforzo delle principali economie in ambito climatico, ha voluto essere un modo per rimarcare l’urgenza di un’azione più decisa per affrontare la crisi climatica, anche in vista della COP26 che si terrà a Glasgow nel novembre 2021.

Come si legge sul sito dell’ISPI, affinché un negoziato internazionale si concluda con successo è necessario raggiungere una posizione comune. Ma appianare le divergenze tra le varie parti negoziali non è un processo semplice e soprattutto nei negoziati sul clima quest’operazione può richiedere molto tempo: deve, infatti, crearsi un punto di incontro tra gli interessi contrastanti dei paesi produttori di petrolio, dei paesi in via di sviluppo, dei paesi industrializzati e di quelli più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. La cooperazione USA – Cina, che rappresenta i contrastanti ma univoci interessi di questi blocchi internazionali, sarà essenziale.

Per quanto complesso, però, questo processo di negoziazione non è impossibile da realizzare com’è stato dimostrato dall’Accordo di Parigi, raggiunto nel 2015. A questo proposito è bene ricordare che quel risultato fu anche il frutto dell’intesa politica raggiunta l’anno precedente tra Barack Obama e Xi Jinping. Ecco perché la riapertura del dialogo avvenuta al Summit di aprile tra il presidente americano e quello cinese lascia ben sperare nei confronti di una nuova stagione di cooperazione Usa – Cina. C’è da chiedersi però se essa durerà una sola primavera o abbastanza a lungo da consentire un reale impegno nella lotta alla crisi climatica.

Virgilia De Cicco 

Greenpeace

Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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