Metropolitan
fonte: quotidianonapoli

Persone comodamente sedute su poltrone rosse con popcorn e bibite alla mano, sguardi persi in un grande schermo a inseguire scene e colori, orecchie piene di nitidi suoni sembrano essere un ricordo lontano, una scena da film pre Covid-19. Tempi duri per cinefili e non. Da più di un anno infatti, cinema, teatri, musei e altri luoghi di cultura vivono una forzata clausura dettata dall’epidemia imperante. In alcuni casi però, la chiusura è definitiva. Un esempio ci è dato dal recente caso dello storico cinema Arcobaleno al Vomero, al posto del quale sorgerà un negozio di prodotti Made in Cina. Fortunatamente, in parallelo ci sono luoghi che a denti stretti e con grande sacrificio cercano di resistere alla crisi del periodo. I cinema che un tempo accoglievano film e persone, sguardi di bambini e innamorati, ora somigliano al set di un film la cui trama è interpretata da virologi intesi a combattere un ostinato antagonista: Covid-19.

In seguito al decreto ministeriale del 4 marzo 2020, da più di un anno è sospesa l’attività cinematografica di uno dei cinema più famosi della città partenopea: il Metropolitan. Quest’ultimo è ubicato nel quartiere di Chiaia, tra i più frequentati e conosciuti della città napoletana, tra le grandi firme dello shopping internazionale. Il cinema in oggetto costituisce uno dei luoghi più rinomati di Napoli, meritandosi una particolare menzione per una serie di peculiarità. Il cinema detiene innanzitutto il primato per capienza: con i suoi circa 3000 posti è il più grande di Napoli. Al momento della sua nascita era, inoltre, il più grande d’Italia.

Il Metropolitan nasce nel 1948 e, dopo una lunga serie di lavori di restauro, le sue porte si riaprono al pubblico nel 2000. Ciò che desta attenzione, però, è il luogo particolarmente simbolico che lo ospita. Il cinema, infatti, è stato ricavato dalle cave di tufo del palazzo sovrastante, in un luogo inizialmente destinato a contenere rifugiati durante i bombardamenti e successivamente adibito a “ripostiglio” nel periodo di restauro della struttura. Si tratta del Palazzo Cellamare, o Palazzo Francavilla, un’illustre dimora risalente all’inizio del XVI secolo nata per volontà dell’abate di Sant’Angelo di Atella Giovanni Francesco Carafa e che nel corso degli anni ha ospitato personalità del calibro di Goethe, Torquato Tasso, Caravaggio, Casanova, Basile e Caccioppoli che lì si tolse la vita. Il Palazzo è testimone di pesti, tribolazioni e insurrezioni partenopee e, ad oggi, alla lunga schiera di esperienze aggiunge la lotta contro il virus.

Tra le altre peculiarità del cinema Metropolitan, vi è l’architetta che negli anni del dopoguerra ne curò la progettazione: Stefania Filo Speziale (1905-1988). Si tratta di una donna che negli anni di un patriarcato imperante, e in una categoria per anni fortemente maschilista per ragioni pratiche e culturali, riuscì a farsi strada divenendo tra le prime donne a laurearsi in Architettura in Italia e la prima donna architetta di Napoli. Laureatasi nel 1931,  un anno dopo la nascita della Scuola Superiore di Architettura sviluppatasi dal Regio Istituto Superiore di Architettura di Napoli, dedicò la sua vita e la sua professione alla progettazione di una serie di edifici napoletani: oltre al cinema Metropolitan, il primo grattacielo di Napoli, padiglioni per la Mostra d’Oltremare e il meno noto Palazzo della Morte.  

Se da un lato il nemico invisibile ha messo in stand-by l’attività cinematografica, dall’altro non può di certo fermare la voglia di ricordare alcuni luoghi, nell’auspicio di potervi presto accedere, che anche nella loro chiusura sanno raccontare storie in cui a noi tocca la regia. Il Metropolitan di Napoli lo insegna.

Alessio Arvonio

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