pizzaut autismo

Le barriere che si creano in società nei confronti dei diversamente abili sono tante e altrettanto diversificate sono le reazioni a queste barriere e alla discriminazione. Una reazione, che ha lo scopo di creare uno spazio di integrazione e coesione tra ragazzi autistici, è il progetto PizzAut nutriamo l’inclusione, attraverso il quale si cerca di facilitare l’ingresso dei giovani affetti da autismo sia in società che nel mondo del lavoro.

Per approfondire questa iniziativa abbiamo intervistato in esclusiva Nico Acampora, un responsabile del progetto PizzAut.

Come nasce l’idea?

«L’idea nasce dalla mia famiglia, noi abbiamo due splendidi figli, Giulia di 12 anni e Leo di 9. Leo è un bimbo affetto da autismo con una diagnosi che è arrivata quando aveva due anni. Con mia moglie abbiamo deciso per anni di pensare al presente di Leo e non al suo futuro, ma iniziando a conoscere e frequentare altre famiglie con ragazzi autistici ci siamo resi conto che per pensare al suo oggi bisogna lavorare anche sul domani. Spesso infatti i giovani con autismo non sono presi in considerazione dalle istituzioni e quasi per niente dal mondo del lavoro. Cosi ho pensato ad un progetto che potesse essere un progetto di inclusione e di a lavoro, di costruzione del presente per molti ragazzi e di futuro per il mio bambino. Non perché lui debba fare il pizzaiolo, ma perché con PizzAut potremmo fare un lavoro di sensibilizzazione per cambiare la cultura ed il pregiudizio nei confronti dell’autismo, soprattutto dell’autismo adulto.»

Come mai la proprio pizza?

«Parte da un esperienza di “gioco familiare”. Mia moglie e la mia famiglia, una volta alla settimana circa, cucina insieme la pizza. Impasta, condisce, stende, cuoce… un modo per mangiare cibo sano, per stare insieme in maniera giocosa e piacevole fra genitori e figli. Mio figlio Leo e mia figlia Giulia amano molto questa attività, sono complici, risulta sempre una attività inclusiva e divertente. Per passare da un’esperienza familiare ad un’esperienza disponibile per altri ragazzi con autismo abbiamo lavorato insieme alla dottoressa Ravera, psicologa esperta di autismo, per capire se tale attività poteva essere utile e realizzata anche da altri ragazzi e se vi erano altre esperienze… E poi la pizza è un alimento che piace molto a tutti i ragazzi, che caratterizza il nostro Paese e che consente una filiera di produzione molto articolata, dall’impasto – partendo dalle materie prime – fino al servizio al tavolo. Vuol dire poter coinvolgere ragazzi con abilità e competenze differenti e poter definire ruoli specifici in relazione alle caratteristiche di ognuno.»

PizzAut può fare da apripista?

«Sicuramente sta già facendo da apripista, in questi mesi di lavoro e sensibilizzazione molte associazioni di genitori e singoli genitori ci hanno contatto perché interessati ad esperienze simili – dalla costruzione di un panifico gestito da ragazzi con autismo alla creazione di gruppi di artisti autistici o di altri elementi professionalizzanti. Per esempio, mi hanno raccontato di Peperonaut per coltivazioni biologiche di peperoni cruschi, una specilità DOP in Basilicata. Molti genitori hanno avuto il coraggio di uscire, di pensare al proprio ragazzo come risorsa.»

E lo spazio nei media?

«Lo spazio dato dai media a PizzAut è stato enorme ed imprevisto. Sono decine gli articoli di giornali usciti su giornali importanti come il Corriere della Sera, il Millionaire, la Gazzetta dello Sport… La partecipazione alla trasmissione “Tú Sí Que Vales” fino alla sua finale ha consentito al progetto di essere conosciuto da oltre 6 milioni di italiani. Inoltre anche il TG1 ha fatto uno speciale sul progetto in prima serata. Il nostro gruppo FB in poche settimane ha avuto oltre 23.000 followers.»

Il progetto può quindi migliorare l’inclusione dei ragazzi autistici?

«Sì. Il progetto vuole avviare un laboratorio di inclusione sociale attraverso la realizzazione di un locale gestito da ragazzi con autismo e affiancati da professionisti della ristorazione e della riabilitazione. I ragazzi saranno avviati ad una prima fase di formazione che consentirà loro di studiare, insieme a psicologi ed educatori, la mansione più adeguata per ciascun ragazzo inserito nello staff. E soprattutto le modalità attraverso le quali farlo sentire auto-efficace ed in equilibrio con il mondo e con le situazioni che in quel momento sta vivendo. Troppo spesso i ragazzi con autismo sono esclusi dal mondo del lavoro e dalle relazioni sociali; come genitori di bimbi con autismo lo verifichiamo ogni giorno sulla nostra pelle e con i nostri ragazzi.»

La speranza è che progetti come PizzAut, nati come laboratori, diventino subito vere e proprie realtà, cosicché tutti possano essere parte integrante della società grazie a una  concreta inclusione sociale.

Intervista a cura di Eugenio Fiorentino

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