Non c’è parola, in nessun linguaggio umano,
capace di consolare le cavie che non sanno il
perché della loro morte.
A parlare è un sopravvisuto di Hiroscima a cui la sorte ha dato il dono della salvezza, la scrittura quello dell’immortalità. A prestargli voce e penna è Elsa Morante che così, con una dichiarazione tanto pungente, decide di inaugurare le pagine di quella che è stata la sua opera più vissuta, sentita, dibattuta: La Storia.

Un messaggio questo che resta sul fondo, che si annusa lungo quei pochi fogli bianchi che precedono ognuno dei nove capitoli di cui il testo si compone: in essi i grandi eventi si inseguono e si susseguono con una rapidità dalla quale la quotidianità degli umili non ha scampo. Una quotidianità su cui la Morante accende i riflettori del suo sguardo da narratrice onnisciente e onnivora: La Storia, da lei stesa tra il 1971 e il 1973, è di fatto quella dimenticata, quella che non trova posto nei libri di scuola, affollata com’è da un miscuglio di esistenze che si incontrano e si compiono per poi perdersi nel nulla.
Su tutte si elevano quelle di una maestra elementare, Ida Ramundo, e di suo figlio, Useppe, frutto della violenza di un giovane soldato tedesco i cui occhi Ida sempre avrà paura di incrociare. Costretti ad affrontare le durezze della guerra, i due si muovono in una Roma affamata e devastata dai bombardamenti, dove sopravvivere è tutt’altro che semplice.
Il racconto, dunque, ruota intorno a vicende private, fatti che a primo impatto non hanno nulla che rimandi a qualcosa di superiore o universale e che – addirittura – paiono in più occasioni tingersi di fantastico: l’atmosfera onirica di “Menzogna e sortilegio” e de “L’isola di Arturo” non abbandona neppure un’opera come La Storia, si espande fino ad avvolgere quel microcosmo romano animato e trasfigurato dagli incubi di una donna che custodisce nel cuore indicibili segreti – l’origine ebrea della madre e un male inspiegabile denominato isteria – e le percezioni favolose di un bambino, simbolo di mito e poesia in una terra che di poetico non ha più niente.
Quello de La Storia è un realismo visionario dove la verità non è mai definitiva, è semplicemente una parvenza dietro la quale se ne cela sempre un’altra e che il più delle volte finisce per dissolversi in un sogno. Hanno allora un loro perché le tante digressioni che arricchiscono la narrazione: decisamente prolisse, esse lasciano che scorrano dinanzi allo sguardo affascinato del lettore miriade di frammenti di una realtà destinata a scomparire nel vuoto, così come tutti i personaggi che la abitano.
Difatti, contrariamente a quello che il titolo suggerisce, la costruzione letteraria architettata dalla Morante non è un romanzo storico, è piuttosto un’opera che fa della storia un bersaglio da colpire e affondare. Non c’è lo spirito di un’epoca da trasmettere: non vi è ideologia, solo rassegnazione e accettazione di quello che di orribile accade. Domina un sentimento di pietà nei confronti di individui che non possono fare altro che soccombere dinanzi a logiche a loro incomprensibili. Anche Davide Segre, ebreo mantovano di famiglia borghese, eroe partigiano e intellettuale anarchico, l’unico che si batte per l’affermazione dei valori umani, finisce per lasciare questo mondo da sconfitto e autodistrutto, morendo di overdose.
Ed è principalmente questo il motivo per il quale la critica accolse freddamente La Storia: l’assenza di un messaggio di resistenza, la mancanza di una spinta rivoluzionaria. In una lettera pubblicata su Il Manifesto il 18 luglio del 1974 Nanni Balestrini, Elisabetta Rasy, Letizia Paolozzi e Umberto Silva sottolinearono con forza l’infelice volontà della Morante di oscurare il concetto di storia come lotta di classe per seguire le azioni di un mucchio di personaggi tanto poveri da aver perso anche il più piccolo residuo d’intelletto.
Eppure quell’episodio finale verso cui convergono tutte le pagine del testo non sembra essere proprio il coronamento di un itinerario di arrendevolezza: la morte per epilessia di Useppe, la pazzia della madre che si barrica in casa pur di non farsi portare via il corpo del suo figlioletto, la resistenza feroce della pastora maremmana che viene abbattuta non sono soltanto mero argomento di un pezzo di cronaca, nè lo scontato e commovente epilogo di una trama tanto coinvolgente quanto triste. Dietro c’è ben altro. C’è il grido di denuncia contro l’élite del potere che non cessa di prendere decisioni sulla vita di milioni di uomini, che non hanno e non possono avere futuro; c’è l’urlo di dolore per il sacrificio degli innocenti, che forse la scrittrice fa morire per evitare che continuino a soffrire.
«Ora nella mente stolida e malcresciuta di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio, ruotarono anche le scene della storia umana che essa percepì come le spire multiple di un assassinio interminabile. E oggi l’ultimo assassinato era il suo bastarduccio Useppe.»
Useppe, un bambino di soli sei anni, ignaro della malvagità, vittima di un sistema malato. Un bambino come Aylan che, immobile, ha giaciuto sulla spiaggia mentre il mare trascinava con sé le sue ultime fantastie. Un bambino come i tanti che continuano a morire per guerre di cui nulla sanno, se non la paura e la nostalgia per un mondo fatato dove non si odono spari né esplosioni.
Un bambino con l’unica colpa di essere nato nel tempo di una Storia che da oltre diecimila anni non fa sconti, né conosce pietà.
Anna Gilda Scafaro















































