Anna Politkovskaja, una voce più forte della morte
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Anna Politkovskaja, la giornalista russa più conosciuta negli anni 2000, venne uccisa il 7 ottobre 2006 a causa delle sue inchieste e delle sue interviste scomode. Quattro pallottole: solo queste avrebbero potuto fermarla. Oggi la sua assenza torna a farsi sentire, in uno scenario di censura e oscurantismo in cui tutti sono costretti all’omologazione pur di non subire la stessa sorte. Proprio per questo la sua vita, il suo lavoro, sedici anni dopo, assumono più forza e valore.

Chi era Anna Politkovskaja e perché è stata uccisa? 

Non apparteneva al mondo della politica. Anzi, non era mai stata iscritta a nessun partito. La sua colpa più grande è stata anche la motivazione principale della sua vita: continuare a svolgere il suo lavoro, raccontare ciò che vedeva. Proprio questo l’ha portata nel 1999 in Cecenia, con la strenua volontà di raccontare quella guerra sporca e la corruzione che vi prevaleva. Non solo: voleva dare voce alla gente comune, come El’sa Kungaeva, giovane cecena di 18 anni vittima di stupro che fu uccisa nel marzo del 2000. Sarà Anna Politkovskaja, allora giornalista di Novaya Gazeta, giornale indipendente russo, a esporre il caso, dargli risonanza, a portare in tribunale il colonnello russo responsabile dell’omicidio e a farlo condannare (sebbene non per lo stupro). 

Nel corso degli anni la posizione di Anna Politkovskaja nei confronti del governo e del FSB (Servizio federale per la sicurezza russa) si è fatta sempre meno indulgente. Criticava la gestione della guerra in Cecenia di Putin, ma anche le invasioni che ne sono seguite. Sola di fronte al regime, ha cercato (invano) di sollecitare la preoccupazione delle maggiori potenze occidentali, che nel frattempo avevano accolto con piacere l’appoggio di Putin alla guerra al terrore che gli Stati Uniti e i suoi alleati stavano portando avanti dopo i fatti dell’11 settembre.

Era una giornalista sempre più isolata quella che, a fine ottobre 2002 si è trovata di fronte al Teatro Dubrovka. Un gruppo di terroristi ceceni armati aveva preso in ostaggio 850 persone con un’unica richiesta: le truppe russe dovevano lasciare il Caucaso. Anna Politkovskaja non ha solo assistito come diretta testimone dell’attentato, ma ha agito in prima linea facendo da mediatore fra i terroristi e le autorità russe. Il triste epilogo che ne è seguito poco dopo purtroppo è noto a molti: 130 morti fra gli ostaggi (secondo le stime ufficiali) e 33 fra gli attentatori. Il rapporto fra Anna Politkovskaja e i familiari delle vittime del Teatro Dubrovka rimarrà molto forte nel corso degli anni successivi alla strage. In molti riconobbero il suo ruolo attivo nel corso delle negoziazioni, grazie al quale furono risparmiate diverse vite.

Se non fosse stata deliberatamente avvelenata, sarebbe stata in prima linea anche a Beslan, dove nel 2004 centinaia di bambini furono presi in ostaggio da ribelli ceceni per spingere la Russia a uscire dalla Cecenia e porre fine alla guerra. Atto in cui 385 persone, di cui 154 bambini, persero la vita in seguito all’intervento delle forze speciali russe.

Nel 2004 Anna Politkovskaja descriveva con queste parole la guerra in Cecenia: ≪La guerra è stata chiamata ufficialmente “operazione antiterrorista nel Caucaso del nord” – in altre parole, lotta contro il terrorismo – mentre tutti i ceceni, per volontà del Cremlino, sono stati dichiarati indistintamente banditi e terroristi e obbligati ad addossarsi collettivamente la responsabilità delle azioni criminali di alcuni loro concittadini≫. Ricordano qualcosa?

Anna Politkovskaja, Russia, Cecenia
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Anna Politkovskaja era conscia di vivere sul filo del rasoio e più di una volta ha espresso i suoi pensieri, facendo anche i nomi di quelli che sarebbero potuti essere i suoi mandanti, come il primo ministro ceceno Ramzan Kadyrov, fedele amico del Cremlino. Sarebbe stato proprio Kadyrov a dichiarare ai membri del governo di essersi stancato di questa giornalista, “una donna spacciata“. Poco prima di essere assassinata, Anna Politkovskaja stava lavorando a un articolo che sarebbe dovuto uscire due giorni dopo la sua morte, il 9 ottobre. Un lavoro che avrebbe evidenziato le violenze disumane di cui si sarebbe macchiato un gruppo di guerriglieri ceceni nel corso del conflitto. Sebbene i mandanti del suo omicidio non siano mai stati scoperti, come dice Roberto Saviano, le tecniche usate dai servizi segreti russi nella loro lunga lista di omicidi di giornalisti e dissidenti politici sono simili a quelle mafiose: ≪devi colpire impedendo che possano risalire al mandante ma facendo sapere a tutti chi è in realtà≫.

Il 10 ottobre, il giorno del funerale di Anna Politkovskaja a Mosca, erano presenti migliaia di persone, principalmente persone comuni, ma nessuna figura che rappresentasse le autorità russe. Nessuna autorità pubblica, neanche un rappresentante dei governi occidentali. L’unico italiano presente era Marco Pannella. La risposta di Vladimir Putin di fronte all’assassinio della giornalista arrivò invece giorni dopo, nel corso del suo incontro a Dresda con l’ex cancelliera Angela Merkel: ≪Questa persona aveva un atteggiamento critico nei confronti delle autorità russe, ma non aveva alcuna influenza sulla politica russa≫.

Oggi più che mai, dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio, dopo le migliaia di morti fra civili, dopo le continue violazioni dei diritti umani, ci si chiede con quanta rabbia avrebbe scritto e gridato Anna Politkovskaja. Avrebbe sicuramente intimato a tutti, soprattutto alla sua stessa gente, di aprire gli occhi. Se non fosse stata ammazzata a bruciapelo quel pomeriggio dell’ottobre 2006, e se avesse avuto la fortuna di rimanere viva, probabilmente sarebbe stata arrestata subito dopo lo scoppio della guerra a causa delle leggi-bavaglio imposte dal Cremlino contro la libertà di stampa, che hanno messo a tacere tutti i giornali indipendenti, inclusa la Novaya Gazeta, per cui lavorava. Stesso destino toccato a Meduza, principale testata antiputiniana che ha visto il proprio sito censurato dal governo a pochi giorni dall’inizio dell’Operazione speciale in Ucraina.

Ma sicuramente non si sarebbe fermata. Sarebbe andata a Borodyanka, a Mariupol, a Kharkiv. Si sarebbe indignata di fronte alle innumerevoli fosse comuni piene di cadaveri, avrebbe parlato alle vittime, raccolto preziose testimonianze, denunciato violenze e stupri. Anna Politkovskaja avrebbe scritto, raccolto prove e testimoniato sempre per la verità. Senza paura. Fino alla fine. 

Giulia Esposito

Affamata di conoscenza, sempre con un libro in mano e voglia di sapere sempre di più. Laureata in Relazioni Internazionali. Attualmente frequenta il Master SIOI in Comunicazione e Lobbying per le Relazioni Internazionali.

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