Suburra Netflix

Come nella prima stagione, Suburra esibisce tante lacune dal punto di vista tecnico quanto narrativo, eppure conserva quel fascino di serie matura dal packaging hollywoodiano che risulta difficile da detestare. La apprezzi come apprezzi un ragazzino che ha pochi mezzi ma fa il massimo con quello che ha a disposizione. E ti convince già con la sua sigla allegorica: i sampietrini della Roma antica che si sopraelevano lenti incalzati da un rumore sordo volto a sottolineare simbolicamente tutto il losco che si muove nel sottosuolo di Roma, ben nascosto alla vista ma sempre presente.

Come è presente già dalla sigla il primo difetto di rappresentazione: nelle intenzioni si vorrebbe parlare della Roma criminale, anonima, strisciante, clandestina, ma per disattenzione e/o poca cura degli scenari lo si fa spesso in ambienti troppo esposti: omicidi in pubblica piazza, zone di spaccio alla luce del sole, ricercati che se ne vanno in giro senza ansie, politici che profittano con la peggio criminalità nelle piazze più importanti di Roma. La volontà sarebbe quella di mostrare la cecità delle istituzioni, il collaterismo e gli accordi amorali che tengono in piedi una città, il vile compromesso a cui può spingersi l’essere umano arrivista pur di arrivare ai suoi scopi, ma a tutto c’è un limite, e si chiama realismo. Ed è quest’ultimo elemento che distingue la buona dall’eccellente scrittura, soprattutto per una serie che cerca spasmodicamente un appiglio con la realtà per la sua legittimazione.

In ogni caso, Suburra rimane un prodotto forte nella sua impostazione. È progettata con la volontà di creare un franchise e quindi strizza un occhio al commerciale e un altro all’autorialità, nel primo caso, attraverso i personaggi protagonisti che sembrano scritti e caratterizzati per creare una facile identificazione e una rapida anamnesi nello spettatore (soprattuto l’Aureliano di Alessandro Borghi) e, nel secondo, attraverso una narrazione volta all’approfondimento biografico e psicologico dei protagonisti, che rincorre una profondità aliena alle altre serie italiane usa e getta.

Tra le prove attoriali spiccano il solito Alessandro Borghi, talento immenso in grado di fare ciò che vuole con i suoi personaggi, e Filippo Nigro che, nonostante la scrittura pessima da Walter White italiano, riesce comunque a fornire una prova sopra le righe.

In ogni caso il punto su cui Suburra incepisca è proprio l’intreccio: confusionario a volte e debole nella logica, elementi mortiferi in un altro tipo di serialità, ma che Suburra riesce a ribaltare coinvolgendo lo spettatore negli scontri fra personaggi, nelle rivalità delle famiglie della Roma criminale, creando un appassionante lotta per il potere per quanto priva di colpi di scena. Suburra, in questo senso, sottratto dei classici stilemi fantasy e del genere letterario di riferimento, potrebbe essere considerato con qualche forzatura il Game of Thrones italiano per la quantità di intrighi e delle linee narrative coinvolte.

Infine, Suburra è una serie che parla di criminalità e di ciò che non dovrebbe esistere, e lo fa dando dei tratti romantici, profondi (umani!) a questi criminali, un elemento sempre più frequente nelle serie tv d’oggi – basti pensare alle prime due di Narcos o Gomorra. Ciò espone lo spettatore a un certo disagio, salvo poi poterlo dissipare andando a leggere fra le righe il fine didattico della serie: Suburra, infatti, asciugato dei suoi estremi criminali, è un prodotto che invita al protagonismo, a scrivere la propria storia contro i limiti imposti dalla società, dalla propria famiglia, a volte dalla nostra persona. Costrizioni paralizzanti, che spesso spingono all’inazione o all’accettazione di una vita che non vorremmo. Quante cose vorremmo fare, ma ci sembrano impossibili, e solo per questo non ci proviamo nemmeno? Suburra si pone tutti questi dilemmi attraverso le azioni (e le emozioni) dei suoi giovani protagonisti, impegnati nella prima stagione a emanciparsi dai genitori e, in questa seconda, impelagati in una difficile lotta contro il loro passato.

Suburra Netflix

Suburra è, quindi, una serie di personaggi, multiforme nella sua identità ibrida, continuamente in bilico tra poetico e commerciale. Una sfida tutta italiana che non sappiamo ancora se dare per vincente o per vinta. Per quello aspettiamo la terza stagione.

Enrico Ciccarelli

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Sociologo, specializzando in Comunicazione pubblica, sociale e mediale. Giornalista. Scrittore amatoriale. Appassionato di cinema.

4 COMMENTI

  1. Sono d’accordo su tutto. Serie che si lascia vedere bene, ben recitata, con buon ritmo. Ma la trama lascia a desiderare; la coerenza e il realismo vengono spesso a mancare. Su tutto: Samurai che più il boss di una mala romana sembra un gangster da quattro soldi visto che uccide tutti lui a mani nude. E la polizia che fa? Nulla, manco un omicidio da una caduta dalle scale riesce a distinguere!

    Su una cosa sola non mi trovi d’accordo: come attore in questa seconda stagione, su tutti spicca Eduardo Valdarnini (Lele). L’evoluzione del suo personaggio è ottima. Nella prima puntata era un bamboccione che spacciava nelle discoteche e poi un delinquente senza palle. Nella seconda diventa un uomo. La sua prova attoriale è davvero splendida.

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