Home Ambiente Spiagge di plastica: così il packing alimentare sta soffocando mari e oceani

Spiagge di plastica: così il packing alimentare sta soffocando mari e oceani

84
Packing alimentare - spiagge - plastica
Fonte immagine: www.noaa.gov

Onnipresente: così potrebbe essere descritta, con una sola parola, la plastica. Certo di caratteristiche ne ha tante: si lavora facilmente, e nota è la sua economicità. Ma soprattutto la plastica si è caratterizzata per essere silenziosamente diventata lo sfondo multicolore sul quale si svolge la vita quotidiana di ciascuno di noi. La cover del cellulare da cui state leggendo questo articolo è fatta di plastica. Di materie plastiche (poliestere e nylon, per la precisione) sono composti molti dei capi di abbigliamento che indossiamo. E di plastica sono fatti i giocattoli, le automobili, gli alberi di Natale e gli spazzolini da denti che utilizziamo. La plastica è onnipresente, appunto. Contiene le bevande che sorseggiamo e avvolge il cibo che mangiamo.  Proprio il packing alimentare rappresenta, da un lato, uno dei segni più evidenti delle dimensioni e della potenza assunte oggi dall’impero della plastica e, dall’altro, uno dei principali rifiuti che contamina spiagge e oceani.

Le pellicole polimeriche utilizzate per il packing alimentare hanno lo scopo di costituire una barriera tra l’alimento e gli agenti esterni come lo sporco e i batteri. Per di più, avvolgendo il prodotto lo preservano dagli effetti biologici dell’ambiente circostante che potrebbero alterarne il sapore, il colore, i valori nutrizionali e la conservazione. Questo spiega, assai velocemente, il successo incontrato dal mercato mondiale dei materiali da imballaggio. Un successo che va però ridimensionato alla luce del fatto che la plastica costituisce uno dei materiali più difficili da riciclare. Mentre vetro, acciaio e allumino, infatti, possono essere fusi un numero quasi infinito di volte per dar vita a prodotti nuovi di una qualità simile a quella dei precedenti, questo non vale per la plastica che si degrada ogni volta che viene riciclata. Il risultato è che la maggior parte degli oggetti in plastica, arrivati a fine vita, finiscono direttamente in discarica.

Ma non è solo la difficoltà di riciclo a rappresentare uno dei problemi legati all’ampia diffusione della plastica. Questo materiale, infatti, può impiegare da 100 a 1000 anni per degradarsi, producendo catastrofiche conseguenze quando rifiuti in plastica vengono abbandonati nei nostri oceani e sulle nostre spiagge.

Fonte immagine: www.corriere.it

Ben nove oggetti su dieci ritrovati da Ocean Conservancy nel corso delle sue campagne di pulizia delle spiagge hanno a che fare con il packing alimentare. Dal 1986, gli oltre 15 milioni di volontari dell’organizzazione a difesa degli ecosistemi oceanici hanno raccolto circa 318 mila sterline di rifiuti. Nella lista dei rifiuti più diffusi sulle spiagge figurano – ai primi posti da anni – le cannucce che, scambiate per cibo, rappresentano un grave pericolo, specie per le tartarughe marine. Ma sono tutti gli abitanti degli oceani, dai minuscoli krill alle mastodontiche balenottere azzurre, ad essere minacciati dall’inquinamento da plastica.

Anche il nostro Mar Mediterraneo si sta trasformando (la forma passiva, sia chiaro, non ci esonera da alcuna responsabilità) in una discarica. Sebbene esso rappresenti meno dell’1% della superficie di mari e oceani del pianeta, costituisce la sesta area di accumulo di rifiuti al mondo. Ogni anno sono 570 mila, infatti, le tonnellate di plastica che finiscono nelle sue acque. È come se gettassimo a mare 33.800 bottigliette al minuto, per intenderci. Trentatremilaottocento, se le parole possono risultare più incisive dei numeri. Ma il packing alimentare e gli altri rifiuti di plastica non danneggiano soltanto l’ecosistema marino o la bellezza delle nostre spiagge. Questo tipo di inquinamento potrebbe infatti provocare effetti nefasti anche sulla salute umana. Basti pensare che residui in plastica sono stati trovati nello stomaco di oltre il 25% dei pesci prelevati dai mercati ittici di tutto il mondo, a conferma anche del fatto che siamo di fronte a un problema di natura globale. Ma se le persone ne rappresentano la causa, esse possono rappresentarne anche la soluzione. A dimostrarlo l’impegno entusiasta di centinaia di migliaia di volontari attivamente coinvolti nelle operazioni di pulizia delle spiagge programmate da svariate organizzazioni ambientaliste.

Tra queste non può non trovare menzione l’appuntamento annuale del World Cleanup Day, che costituisce la più grande azione civica di pulizia che il mondo abbia mai conosciuto. Promossa dall’associazione Let’s Do It!, il suo scopo è quello di ripulire la Terra dai rifiuti, generando una potente “onda verde” composta da milioni di persone che intraprendono azioni positive per il pianeta nello stesso giorno. Certamente può sembrare una pretesa alquanto ambiziosa, ma i numeri ne confermano la riuscita fornendo concretezza a un progetto che anno dopo anno si è trasformato in realtà. Nel 2019 più di 20 milioni di persone di 179 Paesi hanno partecipato all’azione. Al primo posto, nella top ten dei principali oggetti ritrovati sulle spiagge compaiono i mozziconi e/o i residui di sigaretta seguiti, subito dopo, da frammenti di plastica e polistirolo di dimensioni comprese tra i 2,5 e i 50 cm. Non mancano tappi e coperchi in plastica per bevande, sacchetti per la spesa, confezioni di patatine, bottigliette e cotton fioc che, in percentuali diverse, pure figurano all’interno dei sacchi di rifiuti raccolti dai volontari. Tuttavia, come spiega Vincenzo Capasso, presidente della sezione italiana di Let’s Do It!, «La maggior parte degli oggetti raccolti viene classificata come rifiuto speciale e, pertanto, non destinata al riciclo. Questo perché i rifiuti dispersi in natura, specie quelli in plastica, essendo esposti all’azione di diversi fattori esterni come raggi UV, vento e moto ondoso delle acque si degradano già in misura eccessiva per poter essere anche riciclati».

Ma, come si diceva prima, se le persone rappresentano la principale causa dell’inquinamento da plastica, esse possono rappresentarne anche la soluzione. Una soluzione che non può prescindere da una collaborazione sinergica tra consumatori e produttori. Perché, come Vincenzo Capasso non manca di sottolineare, se la presenza di rifiuti monouso sulle nostre spiagge è indice di una particolare preferenza nei consumi – riflesso indiretto di uno stile di vita sempre più frenetico – la presenza di rifiuti costituiti dal packing alimentare è piuttosto rivelatrice di un problema che si colloca a monte della catena produttiva. Sono, infatti, le imprese a decidere a quale materiale da imballaggio ricorrere per il confezionamento dei propri prodotti. Pertanto solo un cambiamento congiunto nei modelli di consumo, produzione e business ci permetterà, forse, di ridurre l’inarrestabile impiego delle materie plastiche. Ma un simile cambiamento potrà verificarsi assai difficilmente, se non prenderemo coscienza del fatto che mettere a bando la plastica significa liberarsi da uno stile di vita e da una cultura del consumo che ci hanno imposto di considerare il nostro stesso pianeta come l’ennesimo prodotto di cui poterci sbarazzare dopo averlo utilizzato.

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui