Letteratura e politica
George Orwell. Fonte immagine: www.flickr.com

Quante volte abbiamo pensato, nel leggere un libro, che dipingesse esattamente i tratti caratteristici della nostra epoca? Che relazione intreccia la letteratura con la società e il modo in cui viene gestita, dunque con la politica? Le parole che amiamo, quelle nate dalla penna degli autori e delle autrici a cui ci sentiamo più affini, sono davvero in grado di cambiare il mondo o rimangono inermi, prive di vita, sui nostri amati libri?

Se è vero che la politica è la gestione della comunità e del vivere sociale, è a maggior ragione vero che la letteratura è quanto di più lontano esista dalla politica. Lettura e scrittura sono per loro stessa natura due attività individuali, che richiedono tempo, raccoglimento e riflessione. È inevitabile quindi che la figura dell’intellettuale, che ha sempre avuto un ruolo di spicco nella vita della comunità in cui si trova ad agire, influisca sulla società non tanto in termini pratici quanto sul piano puramente teorico e ideologico: la penna diventa per chi scrive un’arma potentissima, uno strumento politico utile a contestare, appoggiare o ridicolizzare l’autorità, un modo per prendersene gioco ed esprimere, più o meno velatamente, il proprio punto di vista sul mondo.

E allora ecco che emergono personaggi che hanno contribuito a influenzare con i loro scritti e le loro storie il pensiero politico moderno. Tra questi, uno dei massimi pensatori dell’Età Moderna, Niccolò Machiavelli, è stato in grado di personificare la scissione morale della sua epoca, il Quattrocento, durante la quale alla frammentazione geopolitica della penisola italiana corrispondeva la scissione tutta interiore dell’individuo rinascimentale, incantato dalle sirene dell’Umanesimo ma ancora profondamente legato alla cultura e al pensiero medievale.

Niccolò Machiavelli fu una figura di spicco nel panorama politico fiorentino; per questo motivo, le esperienze e conoscenze di natura pragmatica che riuscì ad acquisire sul campo gli permisero di avere contezza della realtà politica italiana del Quindicesimo secolo. Dunque a una riflessione puramente teorica, derivante dagli studi di carattere umanistico condotti in giovinezza, Machiavelli poté sempre accompagnare un crudo realismo, che diventa la cifra caratteristica del suo trattatello De principatibus, meglio conosciuto come Il principe. Nel trattato viene elogiato il principato come l’unica forma di governo adatta all’epoca storica quattrocentesca. Quello che colpisce, però, è il confronto con altre opere di Machiavelli, come nel caso dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, in cui al contrario il filosofo fiorentino, commentando i primi dieci libri dell’Ab Urbe Condita di Livio, osanna la repubblica come miglior forma di governo in assoluto. Ne emerge quindi un Machiavelli tormentato, vittima nel Principe del fascino sinistro del tiranno Cesare Borgia e consapevole della necessità di mezzi deprecabili ai fini della ripresa italiana e della sua liberazione dal dominio straniero.

Un caso diverso è quello di George Orwell, lo scrittore novecentesco che si fece portatore nei suoi libri di un’aspra critica a ogni modello dittatoriale. Nel caso di Orwell non si tratta più di trattati e riflessioni puramente teorico-filosofiche, ma della capacità dell’autore di lasciar confluire queste ultime nella sua narrativa, lasciando dunque che a stimolare il pensiero sia l’immedesimazione nei personaggi che costituiscono il suo universo distopico. Nei suoi romanzi più famosi, 1984 e La fattoria degli animali, la critica ai regimi autoritari si svolge sulla pelle dei personaggi che nascono dalla sua penna, che arriva a produrre ne La fattoria degli animali una piccola fiaba distopica. Cosa accadrebbe se gli animali di una fattoria decidessero di ribellarsi, di punto in bianco, al padrone umano? Sarebbero in grado di vivere senza padroni o ne creerebbero di nuovi, magari con un potere ancora più opprimente?

Ma le opere non appartengono mai solamente a chi le scrive. Che si tratti di un trattato o di una storia, è il lettore a dare linfa vitale alle parole, assolvendo così alla funzione democratica della letteratura, quella che permette la riflessione e la contestazione, il ragionamento dialettico. Ed è proprio sulla soglia tra chi legge e chi scrive che emerge dunque la peculiare cifra politica della letteratura: la capacità di farsi dialogo, di testimoniare e tramandare, a volte anche a distanza di centinaia di anni, storie, pensieri ed emozioni, che rivivono in quel movimento infinito che è lo scorrere di una pagina, della carta sulla carta. Un potere immenso e apparentemente innocuo: non è un caso che a bruciare, durante la Santa Inquisizione, non ci fossero solo streghe ed eretici ma anche, e soprattutto, i libri…

Giulia Imbimbo

Nata a Napoli a ridosso del nuovo millennio, sono una studentessa di Lettere Moderne, divoratrice di album e libri. Credo nella capacità della cultura umanistica e dell'espressione artistica di rifondare i valori della società contemporanea.

1 commento

  1. Orwell era un sincero democratico ma sull’Unione Sovietica e sul comunismo, e non per le critiche che ebbe dall’establishment che all’epoca non voleva compromettere la decisiva alleanza Sovietica contro Hitler, non condivido.
    Complimenti per la bella analisi e l’accostamento non improprio di due grandi scrittori di epoche molto distanti tra loro.

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