Samos, porta d'Europa

Lontano dallo sguardo indiscreto dell’Europa, ai confini con la Turchia, giace Samos, piccola isola greca. Patria di Pitagora e Epicuro, Samos viene ricordata dai libri di storia come terra che diede i natali a illustri matematici e filosofi fondatori delle nostre grandi civiltà. Ma non ancora per molto. Samos, infatti, verrà presto raccontata come una delle prigioni a cielo aperto dove quasi cinquemila rifugiati provenienti da Africa e Medio Oriente sono costretti a vivere in condizioni disumane e degradanti, bloccati ai confini d’Europa. Posso assicurarvelo, l’ho visto con i miei occhi, l’ho vissuto con il mio cuore.

Sono Ottavia, 22enne europea che ha deciso di trascorrere la pausa invernale dagli studi universitari a scrivere, con altre decine di volontari, un destino diverso alla storia delle migliaia di persone prigioniere della crisi migratoria d’Europa.

L'Hotspot di Samos
La recinzione dell’hotspot di Samos

Centro di prima accoglienza, l’hotspot di Samos di accogliente ha poco. All’interno delle mura e nella giungla tutt’intorno, migliaia di persone sono costrette a vivere stipate in container senza elettricità né riscaldamento, o a proteggersi dalle forti intemperie nella precarietà di tende da campeggio comprate al negozio cinese dell’isola. La coda per un pasto dura addirittura 5 ore, e spesso bambini e adulti decidono di trascorrere la notte a dormire sul cemento di fronte al container “ristorante” per aggiudicarsi una porzione di cibo l’indomani, prima che finisca. L’attesa per essere visitati dal dottore (il campo mette a disposizione un solo medico per cinquemila persone) dura giorni, quella per ricevere la “carta aperta”, pass quasi sicuro verso la terraferma, mesi o addirittura anni. Nell’attesa, si aspetta. Altro non resta da fare.

Sono ormai conosciute le fotografie delle condizioni degradanti del campo, regno di rifiuti, ratti e serpenti. Ancora più diffuse le immagini di bambini scalzi che giocano nel fango con cocci di vetro, peluche scuciti e infanzie infrante. Per fortuna, quindi, un cittadino europeo informato e attento avrà almeno una volta sentito parlare di Samos, della precarietà dell’hotspot e del decadimento totale alle porte d’Europa.

Samos, La trappola di B.
La trappola di B.

Sporadicamente, macchine fotografiche e reporter continuano ad arrivare sull’isola ma, forse alla ricerca dello scatto perfetto, spesso sembrano ciechi alla cruda realtà. Mentre alcuni obbiettivi cercano il primo piano di un bambino afghano che gioca con le ceneri di plastiche arse per scaldarsi, il mio piccolo amico congolese B. mi porta a vedere la sua tenda. Orgoglioso mostra il duro lavoro del giorno prima: trappole astutamente ingegnate per tenere lontano i mostri. Sorrido e ripenso a quando, da piccoli, mio fratello ed io cercavamo ogni stratagemma per rinchiudere i mostri nell’armadio. Lo guardo, ma non vedo quell’innocenza del nostro gioco da bambini. B. mi racconta che le trappole servono per allontanare le persone cattive che di notte possono avvicinarsi alla mamma e al fratellino. I mostri, nel campo di Samos, esistono davvero. Abusi, violenze e prostituzioni forzate sono all’ordine del giorno. Centinaia di bambini, ragazze, ragazzini, donne e uomini sono costantemente esposti a pericoli di ogni tipo, fisico e psicologico. Parlarne, però, risulta difficile, raccogliere testimonianze dirette un lavoro ancora più complesso. Tra vergogna e paura ecco così che i mali rimangono celati dietro a immagini di cumuli di spazzatura, latrine inagibili e bambini che giocano nel fango, e le trappole di B. appaiono come semplici innocenze puerili.

La verità è che a Samos stiamo segnando la fine della nostra civiltà, ma tutto ciò è troppo lontano e remoto dalla nostra quotidianità per rendercene conto. Dopo aver passato qualche ora nelle tende a conoscere nuovi amici, sorseggiare un bicchiere di chai, giocare le più impensabili partite di carte siriane, ascoltare musiche togolesi e irachene, rimango meravigliata dall’accoglienza di persone che passano metà giornata in attesa di una razione di cibo, una visita medica o di un paio di scarpe, e l’altra metà nell’attesa di un futuro rincorso a lungo e in largo per deserti e montagne, nuotato per mari, ma ora rinchiuso in una delle prigioni più grandi d’Europa.

Mi chiedo come reagiremmo noi se, allontanati e separati da tutto ciò che di più caro abbiamo, dovessimo passare il nostro presente nell’attesa di una dignità. Penso che, probabilmente, ne saremmo già usciti tutti matti, a Samos, dove l’Europa non vuole guardare. A Samos, la vergogna d’Europa. La nostra vergogna.

Ottavia Brussino

1 commento

  1. Scrivere e raccontare diventa un atto dovuto, un gesto istintivo che nasce dal dolore e dallo sguardo non assuefatto di chi osserva, vede e sente il dolore di questi luoghi. Scrivere e raccontare diventa il desiderio di comunicare ma soprattutto di agire. Questa è una voce nuova di un esperienza individuale che invita ad una riflessione collettiva alla quale tutti noi siamo chiamati a riflettere ed interrogarci

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