africa

Domenica 8 luglio ad Asmara, capitale dell’Eritrea, c’è stato un incontro tra il leader di quel Paese e il Presidente della vicina Etiopia, culminato in un abbraccio simbolico che dovrebbe aver messo fine ad una delle tante guerre dimenticate d’Africa, trascinatasi dal 1998.

Secondo alcuni, la questione di confini che ha a lungo diviso i due Stati del Corno d’Africa costituirebbe uno degli ultimi retaggi del colonialismo europeo (in questo caso, peraltro, tutto italiano): ecco, è proprio l’eterno ritorno della parola “colonialismo” a fare sensazione.

È opinione diffusa che, ad ormai decenni dalla per molti versi “telecomandata” (salvo casi limite come l’Algeria) indipendenza dai regimi coloniali, l’Africa tutta abbia fallito il traguardo della maturità politica. Tuttavia, l’abitudine a trattare un continente eterogeneo con una prospettiva genericamente e uniformemente “africana” è indice di un modo di rappresentarne in modo piatto, uniforme e miope le innumerevoli crisi, come fossero tutte facce di una stessa, tragica medaglia.

È lo stillicidio di – appunto –  guerre per i confini, dittature militari, conflitti etnici, fino alle mattanze a sfondo religioso, che ha indotto il Primo Mondo a ritenere compromesso il salto di tutta l’Africa verso l'”evoluzione democratica”. Le responsabilità di questo fallimento sono attribuite dall’opinione comune, con un’ulteriore generalizzazione, all’Africa in quanto tale.

Come l’Occidente guarda all’Africa

Ora, per “evoluzione democratica” l’Occidente ha sempre inteso il processo di trasformazione delle società africane in un senso, appunto, sostanzialmente “occidentale”: ciò ha di fatto quantomeno impostato un nuovo colonialismo delle idee e della politica, che ha inteso proporre il modello di democrazia pluralista “all’occidentale” come il migliore prodotto politico cui tendere in assoluto.

La creazione del mito dell’eterno sottosviluppo africano è una conseguenza di questa mentalità, insieme all’ipocrita slogan “aiutiamoli a casa loro“, che tanto di moda va oggi, riferito meccanicamente alla crisi delle migrazioni, e che non è altro che l’ultima evoluzione di quella sottocultura della beneficenza, dell’assistenzialismo caritatevole all’Africa sottosviluppata, che influenti africani hanno indicato come il vero nemico del progresso continentale.

D’altra parte, non si può far a meno di notare che il Primo Mondo pecchi di miopia e superbia rispetto alle reali proporzioni delle innumerevoli crisi d’Africa. Basti considerare un dato su tutti: oggi l’Europa ritiene di essere sotto l’assedio di un movimento di massa di persone in fuga da guerre, povertà e carestie e si pone il problema di come (non) accogliere tutta l’Africa nel Vecchio Continente.

Chi fugge dall’Africa e perché

Ebbene, può sorprendere sapere che la schiacciante maggioranza dei rifugiati in realtà rimane in Africa e trova soccorso entro confini immediatamente contigui a quelli del Paese da cui fugge. Sarebbe corretto dire, insomma, che per lo più l’Africa si aiuti da sola.

Perciò, la questione delle migrazioni contemporanee deve partire da un presupposto necessariamente diverso: questo coinvolge tutto il circolo vizioso politico-economico di cui si parlava all’inizio. Un’anonima attivista per i diritti umani in Congo, pubblicato dal portale L’Indro, lo pone in evidenza: tra i migranti in fuga per l’Europa, sarebbero in maggioranza i rappresentanti di quella classe media di Paesi pacifici o pacificati, che però fuggono da società cristallizzate nella dittatura delle proprie classi dirigenti privilegiate foraggiate dall’Occidente, dal clientelismo, dalla disuguaglianza, dalla disoccupazione e dall’immobilismo sociale che ne derivano.

Solo una piccola parte sono i “veri” rifugiati, quelli che hanno diritto all’asilo politico: il resto dei migranti sarebbero i cosiddetti economici, che avrebbero del tutto perso la speranza di condizioni di vita accettabili (ovvero coincidenti con un presunto standard europeo) nei loro Paesi e desidererebbero abbeverarsi direttamente, secondo le loro (sempre più deluse) aspettative, alla fonte del benessere. Si potrebbe dire che, se le premesse sono queste, la retorica reazionaria del “non si può aiutare tutti” avrebbe persino ragione di esistere.

Purtroppo per i reazionari, però, non è così semplice. Sono stati infatti proprio gli ex colonizzatori europei a far credere agli africani che l’optimum si trovi in Europa: non ci si può sorprendere dunque se oggi quegli stessi africani siano disposti a rischiare la vita, peraltro a caro prezzo, per migliorare condizioni di vita che nei propri Paesi ritengono insufficienti o frustranti.

Peraltro, un ulteriore paradosso è che i tassi di crescita economica africana siano ormai di molto superiori alla media europea. Gli indici dei PIL in impennata però poco dicono sulla distribuzione della ricchezza mostruosamente ineguale in quasi tutti gli Stati del continente: come si potrebbe quindi negare il diritto a migrare ad un cittadino che vede i frutti del proprio duro lavoro che finiscono concentrati nelle mani di pochi privilegiati, in molti casi con le spalle coperte dal capitalismo occidentale?

Colpa dell’Occidente

In conclusione, se avete l’impressione di essere di fronte a quella che molti considerano la “solita morale” intrisa di complesso di colpa per i tragici e sempre più invasivi effetti del neocolonialismo in Africa, che dirvi, avete fatto centro. Che l’attuale emergenza delle migrazioni sia interamente colpa dell’Occidente, conseguenza diretta e indiretta dello sfruttamento intensivo operato dai “nuovi imperi”, è fuori di dubbio, così come lo è il fatto che sia lontano un cambio di rotta.

Basti considerare, in proposito, due elementi. In primo luogo, si invoca la necessaria stabilizzazione politica dell’Africa come strumento privilegiato per placare crisi e migrazioni, facendo affidamento sulle capacità di controllo poliziesco del territorio da parte di un governo spesso autoritari, che evitino il traffico degli esseri umani in uscita e vengano premiati per questo dall’Occidente (che si cura poi molto meno del progresso umano e democratico degli Stati coinvolti in questi meccanismi).

In secondo luogo, ormai anche Paesi emergenti hanno accesso allo sfruttamento africano, affiancandosi o talvolta sostituendosi ad antichi padroni. Per fare un esempio, la Cina ha di fatto in molti contesti rimpiazzato le sempre più depresse ex potenze coloniali, anche nel rapporto clientelare e corrotto con le élites locali dominanti. D’altra parte, c’era da scommetterci: anche i cinesi non vedevano l’ora di “aiutare l’Africa a casa sua”.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

2 COMMENTI

  1. Da parte dell’occidente il discoro di aiutarli a casa loro non e’ privo di validita’ ,visto che molte regioni africane ormai sono sufficientemente sviluppate ,basta pensare all’etipia ,a lla Nigeria al nord dell’agrivca stessa .Cioe’ i paesi in forte sviluppo ci sono e sono tanti ,per cui non si vede perche’ non aiutarli dove gia’ ci sono meccanismo economici attivi abbandonando il porgetto di tutti gli africani in Europa .Dovrebbe nascere un ‘idea di mercato euroafricano economicamente unito non dando piu’ senso a migrazioni gestite da trafficanti intrenazionali collegati a partitucoli di pseudo sinistra per i voti e per le future carrere come e’ avvenuto in Italia begli anni passati . A.Todesco

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