Il brainch della domenica - Il Governo spetta a Luigi Di Maio

Il brainch della domenica: Perché l’incarico di formare un Governo spetta a Di Maio

Se il lavoro del Presidente è annoverato come uno dei principali sogni che allieta l’infanzia dei bambini, non altrettanto si può dire per l’incubo ad occhi aperti che il ruolo si ricama nel meno incantato mondo degli adulti.

Chissà se ci ha pensato, Sergio Mattarella, durante questa settimana. Chissà se non preferirebbe tornare indietro a rivivere la spensierata fanciullezza ingenua dei suoi primi anni, tra le torride estati della sua Sicilia e i portici allegri nei ritrovi di famiglia.

Chissà se quel bambino avrebbe mai potuto immaginare cosa gli sarebbe toccato, a una vita di distanza da quei bianchi ricordi sfumati di calcare e fichidindia, quasi quattro decadi dopo aver perso un fratello per mano della Mafia, in quel 1980 che passò agli annali per la Strage di Ustica; chissà che avrebbe mai pensato, all’idea di dover consegnare all’Italia un Governo stabile e credibile scegliendo tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Il Brainch della domenica
Illustrazione a cura di Antonella Monticelli

Cari lettori,
a una settimana dal voto, e con le idee ancora più confuse di prima, si è già parlato abbastanza di tutte le possibili ipotesi, dei sotterfugi, delle maggioranze variabili, degli scambi di poltrone e delle geometrie partitiche che potrebbero consentire l’avvio della legislatura.

Ma nessuno di noi vuole rivivere quanto accaduto in quel patetico e grottesco 2013, quando le urne consegnarono all’Italia un Parlamento altrettanto ingovernabile, l’umiliazione di annoverare Violante e Quagliariello in un comitato di “saggi” che avrebbero dovuto salvare il Paese e, infine, la vergognosa vigliaccata dei 101 del Partito Democratico che tradirono Bersani e affossarono Prodi.

Per evitare un facsimile di quei mesi sciagurati, dunque, sarebbe meglio che Mattarella sciogliesse quanto prima le riserve e affidasse da subito l’incarico esplorativo per formare il nuovo Governo. Ebbene, a chi? A Luigi Di Maio.

L’ottimismo della volontà e il pessimismo del congiuntivo

Semmai ce ne fosse bisogno, è giusto specificare che chi scrive non prova alcuna simpatia verso Di Maio, né verso il Movimento 5 Stelle. Ma non si tratta di fare propaganda politica, bensì di esercitare la più semplice – e raffinata – arte del buonsenso. E, molto più banalmente, di accettare il risultato delle elezioni.

Un risultato che vede sì la coalizione di centrodestra avanti su tutte le altre, e neanche troppo lontana dal fatidico 40% del premio di maggioranza; ma una coalizione che aggrega pur sempre i voti di quattro forze politiche spesso in disaccordo fra loro, quando non in aperto contrasto.

Ragioniamo per assurdo: per quanto Salvini rivendichi l’incarico di Governo, essendo la Lega il partito più votato della coalizione, ha pur sempre preso meno voti del PD. C’è inoltre da scommettere che la convivenza con Forza Italia sarebbe molto meno semplice di quanto spergiurato, soprattutto per ciò che concerne l’economia e i rapporti con l’Unione Europea: un partito a vocazione sovranista entrerebbe presto in conflitto con un partito liberista e ultracapitalista come quello guidato da Berlusconi.

Più logico, dunque, attraverso un esercizio di realpolitik riconoscere al Movimento 5 Stelle e a Luigi Di Maio la vittoria di queste elezioni.

I meriti incompresi di Di Maio e del Movimento

Ritenta, sarai più fortunato…

Lo ribadisco: non provo alcuna stima per il personaggio Di Maio; lo ritengo anzi del tutto insipido e ampiamente inadeguato al ruolo. Ma a lui e al Movimento 5 Stelle vanno attribuiti grandi meriti, che vanno al di là del mero risultato elettorale, che pure ha certificato un sentimento largamente diffuso nel Paese, ossia il rinnego della precedente nomenclatura politica e l’esigenza di un cambiamento radicale, qualunque esso sia.

Il Movimento ha saputo intercettare lo sconforto delle masse senza spaventare l’establishment. Ha saputo porsi come alternativa antisistema senza mettere a repentaglio le architetture stesse del sistema. Ha saputo offrire una versatilità ideologica (che da un punto di vista squisitamente politico è un abominio spaventoso) adatto e credibile per ogni categoria e ceto sociale, per gli elettori di ogni orientamento e soprattutto per gli elettori privi di qualsiasi orientamento.

Ha raccolto, da solo, le preferenze di un terzo dei votanti: e nel quadro di estrema frammentazione che caratterizza lo scenario italiano è un risultato considerevole. Si pensi che la distanza dall’intera coalizione di centrodestra, composta da quattro partiti, è di appena il 5%.

Ancora, e non meno importante, il risultato dei cinquestelle ha il pregio e il merito di essere l’unico ad aver fatto meglio del fantomatico e temutissimo “partito dell’astensione”, che ha riguardato il 28% circa degli aventi diritto al voto.

Oltre il reddito di cittadinanza e le fake news

Gli elementi appena esposti dovrebbero essere sufficienti agli avversari per una sana autocritica e per un ancor più sano silenzio. A nulla sono serviti gli scontri e le critiche, la cultura della disinformazione e delle fake news, le ridicolizzazioni e le strumentalizzazioni sul reddito di cittadinanza: terreni su cui i grillini hanno imparato a muoversi fin dai giorni del “Vaffanculo Day”.

Essersi confermato il partito più votato in assoluto anche dopo l’esperienza poco felice di Roma, incrementando il proprio consenso in maniera esponenziale e superando gli attacchi della stampa e il legittimo ostracismo di una fetta della popolazione, è un segnale che non può essere ignorato, una volontà che deve essere rispettata: per questo è opportuno che il Presidente della Repubblica si rivolga in primo luogo a Luigi Di Maio per verificare la possibilità di formare un Governo. Con quali alleanze, sarà il senno di poi a indicarlo: dietrologie e tatticismi saranno pure materia da politologi, ma non si scelgono nella cabina elettorale.

Giusto quindi che sia il Movimento 5 Stelle ad assumersi questa responsabilità, e con essa anche il rischio di un relativo fallimento. È la democrazia, baby: quella che nel giro di cinque anni ti fa passare da “mai alleati con nessuno” ad “aperti al dialogo con tutti”.

Buona domenica, lettori cari.

Emanuele Tanzilli
@ematanzilli

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