Stronger

Quando si ha il compito di ricreare una recente tragedia sullo schermo, i registi si ritrovano sempre su una linea molto sottile tra il rispetto e lo sfruttamento e il risultato finale non è sempre apprezzato. Mentre i film sulla prima e seconda guerra mondiale si dimostrano ancora ampiamente redditizi e ben accolti (Dunkirk ne è la prova recente), raccontare eventi più freschi nella memoria potrebbe essere meno “spettacolare” o d’impatto ma il film Stronger riesce in questa particolare impresa.

A Boston è una mattina tranquilla di metà aprile, Jeff Bauman (Jake Gyllenhaal) aspetta tra la folla, sulla linea del traguardo della maratona cittadina, l’arrivo della sua ragazza Erin. Cerca di impressionarla dopo l’ennesima rottura, i due sono di nuovo in crisi e dopo un tiro e molla senza fine lei sembra finalmente pronta a voltare pagina, senza di lui. La crisi sembra essere generata dall’immaturità di Jeff. Erin, nonostante la promessa, non si aspetta minimamente di vederlo sulla linea del traguardo, lo immagina bensì al bar a vedere la partita dei suoi adorati Red Sox.

Jeff la attende, fiero di poterle finalmente dimostrare quanto valga, non importa quanti sacrifici abbia fatto per essere presente e non vede l’ora di incrociare il suo sguardo. Insomma non c’è altro posto al mondo dove Jeff sarebbe in quel momento, luogo dove di lì a poco scoppierà un ordigno artigianale che porterà via le gambe al protagonista.

Quello di Stronger è chiaramente un ruolo accettato dall’attore per la sua aderenza alle politiche di assegnazione degli Oscar. Dopo aver sottoposto il suo corpo a ogni genere di prova e cambiamento fisico, stavolta Gyllenhaal tira fuori dal mazzo “la carta” dell’invalidità. La pellicola non è incentrata tanto sull’accaduto, sulle dinamiche che hanno portato all’esplosione della bomba, ma sull’esplorazione del protagonista e su cosa significhi a livello fisico e psicologico non avere gli arti inferiori.

Stronger è un film che si impegna ad affrontare in maniera piuttosto critica il cammino e le scelte del suo protagonista, interrogandosi soprattutto sul bisogno della nazione di trasformarlo in un simbolo, ad ogni costo.

A poche ore dall’accaduto, Jeff, mantenendo una freddezza incredibile, collabora con l’FBI nella cattura dell’attentatore, fornendone un identikit. Il disagio per il protagonista sembra arrivare quando la città, e soprattutto i media, gli chiedono di essere ciò che non è: un eroe. Il film sottolinea l’esasperazione con cui tutti spingono Jeff a confermare il suo status di simbolo, nonostante la sua evidente riluttanza.

Il senso di inadeguatezza, più la tragedia personale dovuta alla perdita degli arti inferiori e il momento di crisi di coppia alimentano l’inevitabile tracollo del protagonista. Superata la crisi esistenziale, dovrà rimettersi in piedi – nel vero senso della parola – e dare ascolto ai bisogni di Erin e soprattuto della gente, se non dell’America stessa, che “deve sempre essere più forte della paura“.

Quello di Boston è solo uno dei tanti attentati che hanno colpito gli Stati Uniti negli ultimi anni: la sparatoria di Orlando, in cui hanno perso la vita 50 persone; la sparatoria della Marjory Stoneman Douglas High School a Parkland in Florida, dove sono state uccise 17 persone (di cui 14 studenti) e ferite altre 15; l’assalto al Centro riservisti e reclute di Chattanooga del 16 luglio del 2015, in Tennessee, che ha portato all’uccisione di cinque militari.

Il tema del possesso di arma da fuoco è sicuramente una delle grandi questioni che animano i dibattiti relativi alla sicurezza dei cittadini americani e che vede spesso sfociare la libertà di potersi difendere con un’arma in massacri compiuti nei confronti di perfetti ed inconsapevoli sconosciuti.

Purtroppo la facilità con la quale è possibile reperire sul mercato le “risorse” per costruire un ordigno rudimentale non facilitano di certo la situazione; in un contesto in cui i paesi dell’occidente dichiarano guerra ai fondamentalisti islamici è prevedibile che le stesse azioni che dovrebbero reprimere questo tipo di eventi sono, invece, le stesse che alimentano questo clima di odio, dal quale probabilmente non si uscirà mai.

Insomma, Stronger è una pellicola incentrata sulla speranza e sulla promessa di un futuro migliore, sulla rinascita dalle proprie ceneri, più che come “un’araba fenice”, diremmo come un’aquila americana. Come Jeff Bauman, il “Boston stronger”, che un passo alla volta, con fatica e sacrificio, riesce a  guarire, reagire, riprendere la sua vita in mano, non perdendo mai la voglia di vivere e di lottare per il proprio paese.

Giuseppe Palladino

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Giuseppe nasce a Napoli, classe 89. Da sempre appassionato di Cinema e fotografia. Viaggiatore seriale e amante della tecnologia.

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