“La ragazza con l’orecchino di perla” di Tracy Chevalier: la storia di un’ossessione

Ragazza con orecchino di perla è uno dei ritratti femminili più enigmatici della storia dell’arte, e nasce dalla mano di Jan Vermeer, pittore olandese della seconda metà del ‘600 la cui intera carriera si svolse nella cittadina di Delft. Le opere di Vermeer sono animate da una luce palpitante ma delicata, che si riflette sui mattoni rossi delle case, sulle strade, sui volti delle donne e degli uomini: è il dato luminoso che dà nei suoi quadri risalto al dettaglio, rendendo lo spettatore partecipe di un ammaliante gusto per il particolare. In La ragazza con l’orecchino di perla, romanzo storico di successo pubblicato per la prima volta nel 1999, Tracy Chevalier si serve della finzione narrativa non solo per dare un’identità alla giovane donna del quadro, ma anche per suggerire in termini psicologici una chiave di lettura di quell’elemento sensuale che ne caratterizza la posa.

Ma la buona letteratura, si sa, non offre soluzioni definitive; la Chevalier pungola il lettore de “La ragazza con l’orecchino di perla” senza che questi si abbandoni a facili certezze: l’ambiguità del ritratto si riflette nell’intreccio narrativo del romanzo che, non svelando il mistero, al contrario lo infittisce.

Dunque: chi è secondo la Chevalier la ragazza con l’orecchino di perla? È Griet, una giovinetta di sedici anni che per motivi di indigenza è costretta ad andare a lavorare come domestica nella casa del pittore. Quella di Griet è una natura equivoca, perché duplice: alla simulata castità del linguaggio del corpo si oppongono le passioni del cuore e le trasgressioni della mente. Fin dall’inizio la Chevalier presenta Griet come un personaggio complesso e stratificato: sotto la superficie di un volto pulito che sembra non sapere nulla del desiderio, si nasconde un’indole impetuosa che fa il continuo sforzo di sottrarre alla vista del mondo il proprio segreto. La Chevalier trova per questa ambiguità un espediente narrativo molto curioso: Griet non mostra mai i capelli, li tiene sempre raccolti sotto la cuffia, perché essi la tradiscono, rivelando agli altri il suo vero temperamento. È proprio Griet a confessarlo:

I capelli li avevo lunghi e ribelli. Quando erano scoperti sembravano i capelli di una Griet diversa: una Griet abituata a sostare in un vicolo, sola con un uomo, una Griet non poi così tranquilla, silenziosa e pura. Una Griet non diversa dalle donne che usavano stare con la testa scoperta. Per questo tenevo i capelli ben nascosti, perché non emergesse alcuna traccia di quella Griet.     

Da qui, dunque, l’utilizzo del turbante per la messa in posa. Questa commistione di mite e selvaggio viene colta da Vermeer come in un’intuizione: Griet sta lavando le finestre del suo atelier e, sentendo la presenza del padrone nello studio, gira intimidita il capo verso di lui, sopra la spalla sinistra. È questo il momento in cui il quadro nasce, e Vermeer traduce l’espressione sorpresa sul volto di lei in qualcosa che in quell’istante non c’è, ma che lui vuole vedere, o forse vede davvero, ma più in profondità, sotto la cuffia. Ed ecco, così, il guizzo ironico degli occhi e l’atteggiamento sensuale della bocca. La ragazza, immortalata, intrattiene uno strano gioco di seduzione con lo spettatore: proprio quando questo, mentalmente, sembra essere sul punto di coglierla nel suo mistero, essa si sottrae. Nello sguardo di Griet c’è l’assenso e il rifiuto assieme. Sul volto incorniciato dalla stoffa c’è una malizia divertita, un’allusione ammiccante che è un rimando ad altro da ciò che si vede sulla tela. Proprio sulla tela, però, c’è anche ciò che non si vede, quel non-detto che vibra e aleggia nei giochi di luci e ombre che l’orecchino di perla crea.

Una scena tratta dall’omonimo film del 2003, con Scarlett Johansson e Colin Firth

Ma la vera storia d’amore del romanzo − ciò che dall’inizio alla fine percorre come un filo rosso tutta la narrazione − non è quella tra il padrone e la sua serva: da questo punto di vista le aspettative dei lettori più romantici verranno disattese. Se una storia d’amore c’è, questa non si consuma tra Vermeer e Griet, ma tra Vermeer e ciò che Griet diventa una volta che lei è nel suo dipinto. Vermeer è ossessionato non da Griet, ma dal suo ritratto, da ciò in cui la giovane si trasforma nel momento in cui si lascia dipingere da lui.

E in cosa si trasforma? In una ragazza con un orecchino di perla, appunto, priva di nome e appartenenza sociale; in una fanciulla che non è né una domestica né una cortigiana né una signora. Nell’espressione di lei, nella curiosa inclinazione della testa sopra la spalla, nella bella linea della guancia, il pittore afferra qualcosa, una verità femminile che si offre sottraendosi. Vermeer scava in Griet: le toglie la cuffia, per vederle e toccarle i capelli. Sulla tela non c’è più la serva obbediente, ma la donna libera a cui piace sedurre. Al di fuori del ritratto, la passione di Vermeer quasi si spegne: ciò che conta non è la realtà, ma lo svelamento che l’artista riesce ad operare su di essa.

Con una penna spedita e priva di fronzoli che ricrea nitidamente le atmosfere dell’Olanda del ‘600, la Chevalier costruisce una bella storia attorno a uno dei dipinti più famosi del mondo. Non c’è pretenziosità (o se c’è, questa viene intelligentemente dissimulata), né l’intenzione pedagogica di tenere una lezione di storia dell’arte, perché la narrazione ha lo scopo di intrattenere, sebbene con qualità. C’è piuttosto l’esigenza di scostare con le parole il velo che sempre riveste le cose belle, di interpretare, ma mai in maniera risolutiva, i segreti dell’arte.

È impossibile non subire la fascinazione di questo romanzo: lo sguardo della ragazza con l’orecchino di perla incatena a sé il lettore, e non lo lascia andare fin quando questo non ha voltato l’ultima pagina.

Federica Spera