
Solidarietà alla donna aggredita, Alessia V., e condoglianze alla famiglia di Antonio M., morto suicida in ospedale lo scorso 10 marzo. La sua storia, che si intreccia con lo stato della salute mentale in Italia, non merita di essere relegata a un fatto di cronaca.
La spesa sanitaria nazionale destinata alla salute mentale si aggira tra il 3% e il 3,5%. L’obiettivo minimo indicato dagli esperti dovrebbe aggirarsi sul 5%, mentre la media OCSE è dell’11% della spesa sanitaria. Un’altra differenza è la disuguaglianza tra le regioni del Nord che arrivano tra il 5% e il 7% della spesa sanitaria per la Salute Mentale e le regioni del Sud che destinano circa un 2%. In Campania questo tipo di spesa sanitaria è appunto poco sopra il 2%, questo significa: meno case della salute mentale, meno personale, meno comunità terapeutiche e maggiore carico sui servizi di emergenza.
La questione sta sì certamente nella componente economica ma lo è anche da un punto di vista etico, culturale, di chi dovrebbe occuparsi e non solo preoccuparsi/contenere cittadini/persone con disturbi psichici. Il suicidio di Antonio non è solo il fallimento della psichiatria, del servizio pubblico sanitario, ma la domanda che mi pongo è in quale punto della rete relazionale ed istituzionale qualcosa non ha retto.
Il tentato omicidio a danno della donna rappresenta un accumulo di crepe progressive o la rottura? E il suicidio di Antonio? Il suicidio è la rottura. Se c’è un fallimento quello non è della Psichiatria in senso stretto, ma è da ricercare in una visione “dialogica”, un fallimento del sistema di welfare e di presa in carico che certamente ha a che fare con tutto ciò che già sappiamo sui servizi territoriali sottofinanziati e con poco personale, continuità di cura fragile e scadente, pochissimi servizi intermedi. Insomma, la questione secondo me non andrebbe ridotta solo alla procedura psichiatrica, credo sia riduttivo per quanto utile a una serie di riflessioni altre.
Da un po’ di tempo si è persa la dimensione della cura come incontro umano. Già nel lontano 1976, il filosofo, scrittore e pedagogista austriaco Ivan Illich criticava l’eccessiva medicalizzazione della vita nelle società contemporanee. Oggi le prestazioni sanitarie delle ASL di tutta o quasi l’Italia si sono trasformate in prestazioni economiche organizzate su dei focus molto chiari: budget, produttività, un sistema sanitario che mira a privilegiare interventi brevi, quantificabili, standardizzabili. Un paradosso per la Salute Mentale territoriale che nasce nella e sulla relazione, nel lavoro comunitario, una logica in antitesi con quella praticata.
È vero, la spesa sanitaria in tema di salute mentale è una vergogna italiana, ed anche europea. Ma “la Cura” credo che passi anche e soprattutto per il sacrum facere del professionista. Ovverosia, rendere sacro un gesto, un atto che si nutre di responsabilità etica verso la comunità. La questione non è semplicemente, per riduzionismo demagogico, una prestazione solo tecnica. Credo che sia una funzione quasi civile, in cui il professionista sanitario non è un semplice erogatore di servizi. La sofferenza mentale non è un problema privato, la salute mentale è profondamente un bene pubblico.
Mi domando cosa sarebbe accaduto ad Antonio M., con una storia di disturbi psichici, una volta entrato a pieno titolo nel sistema carcerario. E io, dalla mia, spero di non assuefarmi mai come alcuni dei miei colleghi.
Bruna Di Dio















































