La svolta moderata di Giorgia Meloni, tra necessità e convenienza
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La percezione pubblica della presunta svolta moderata di Giorgia Meloni nei mesi successivi alla vittoria elettorale e all’insediamento del governo ha colto molti di sorpresa, in particolare per il netto discostamento rispetto al linguaggio assertivo, identitario e spesso polarizzante che aveva caratterizzato la lunga stagione d’opposizione. È in questo passaggio – dalla piazza al Palazzo – che si misura la traiettoria trasformativa della Presidente del Consiglio. Una traiettoria che, sebbene ancora incerta nei suoi esiti, presenta elementi comunicativi e strategici degni di nota.

Non è un momento semplice per governare. La pressione internazionale rimane alta, la guerra in Ucraina ha reso evidenti le fragilità energetiche del continente e la crisi inflattiva continua a intaccare il potere d’acquisto dei cittadini. Allo stesso tempo, i rapporti con Bruxelles, Berlino e Parigi richiedono una costante manutenzione diplomatica, resa ancor più complessa dalla natura ideologica dell’esecutivo. In questo scenario, la comunicazione di Giorgia Meloni si è orientata verso un doppio binario: rassicurare i partner internazionali ed europei, senza rinunciare alla propria base identitaria.

La questione più urgente, a settembre 2023, rimane ancora quella della legge di bilancio. Le stime macroeconomiche sono tutt’altro che favorevoli, e se il governo intende mantenere gli impegni di spesa senza varare uno scostamento, dovrà ricorrere a tagli e rimodulazioni che metteranno a dura prova la tenuta della maggioranza. Anche qui, la strategia comunicativa è evidente: da un lato si insiste su “misure di buonsenso”, dall’altro si costruisce un frame di responsabilità nazionale che legittima decisioni impopolari in nome della tenuta del sistema.

Giorgia Meloni, Salvini e una conveniente scelta di campo

Dal punto di vista del posizionamento politico, Giorgia Meloni ha occupato uno spazio lasciato libero dal progressivo logoramento di Matteo Salvini, ormai ostaggio del proprio stesso personaggio e incapace di trovare una linea coerente tra governo e piazza. Proprio nella distanza tra l’imprevedibilità comunicativa del leader della Lega e la linearità della narrazione melonian-conservatrice risiede una delle chiavi dell’ascesa della premier. A settembre 2023, questa distanza si è fatta ancora più evidente: mentre Salvini spinge su temi come i migranti o i blocchi navali con il solito registro performativo, Meloni cerca una postura da statista, selettiva nelle uscite, istituzionale nei toni e chirurgica nei contenuti.

L’offerta politica della leader di Fratelli d’Italia si è trasformata in una proposta di continuità strategica, pur declinata con un lessico diverso. Dall’opposizione costante a Draghi al dialogo tecnico con Bruxelles, passando per il PNRR e i fondi europei, la metamorfosi è evidente. Ma non si tratta semplicemente di un abito comunicativo: dietro c’è una precisa consapevolezza del contesto geopolitico e del ruolo che l’Italia è chiamata a svolgere nei prossimi mesi, tra sponda americana e pressing tedesco.

La differenza comunicativa tra Salvini e Meloni è diventata, nei fatti, anche una differenza di funzione all’interno della coalizione. Salvini “sfoga”, Meloni “guida”. Un equilibrio fragile, destinato a incrinarsi se il governo entrerà in crisi di consenso.

La necessità di fare i conti con la realtà

Come dimostrano i primi undici mesi a Palazzo Chigi, il passaggio dal ruolo di opposizione a quello di governo richiede un adattamento radicale, non solo nei contenuti ma nella grammatica stessa dell’azione pubblica. E questo passaggio è stato compreso dalla presidente del Consiglio, che ha lavorato con metodo per costruirsi un profilo di leader credibile agli occhi dei partner internazionali. Le missioni all’estero, le interviste a testate internazionali e le scelte ponderate nei ruoli chiave dell’esecutivo rivelano una strategia di legittimazione che passa anche attraverso la comunicazione.

In politica interna, il governo ha finora scelto un approccio incrementale, evitando rotture troppo visibili. Non è un caso che molte delle misure approvate in Consiglio dei ministri abbiano avuto un’impostazione prudente, se non addirittura draghiana. Tuttavia, questa cautela ha un prezzo. L’elettorato più ideologicamente orientato rischia di sentirsi disilluso. I simboli della lotta (dalla gestione dei migranti alla riforma della giustizia) vengono evocati ma non implementati, e la distanza tra aspettative e realtà potrebbe allargarsi.

Dal punto di vista internazionale, il posizionamento italiano resta ancora in fase di assestamento. Se con Washington il dialogo è costante, con Bruxelles i segnali sono misti. L’atteggiamento della premier nei confronti delle istituzioni europee è cambiato: da antagonista a interlocutrice. Ma l’ombra di un partito percepito come “radicale” in molte capitali pesa ancora sulla credibilità dell’esecutivo. La Francia, in particolare, continua a guardare con diffidenza l’agenda italiana, come dimostrano le recenti tensioni sulla gestione dei migranti e le dichiarazioni di esponenti del governo Macron.

Giorgia Meloni è oggi costretta a governare un Paese fragile in un contesto internazionale incandescente. E lo sta facendo con una narrazione che cerca di tenere insieme più elementi: la forza e la fermezza, l’orgoglio nazionale e la responsabilità istituzionale, il legame con la propria base e il dialogo con gli alleati.

È una comunicazione strategica, basata su uno storytelling calibrato, che punta a costruire autorevolezza senza rinunciare all’identità. Ma è anche un esercizio di equilibrio. E come tutti gli esercizi di equilibrio, comporta rischi: la perdita di coerenza, la delusione del proprio elettorato, l’erosione del capitale reputazionale costruito all’opposizione.

Se la svolta moderata sarà sostenibile nel tempo dipenderà da due fattori: la solidità dei risultati economici del governo e la capacità di Giorgia Meloni di ridefinire in profondità la sua proposta politica, trasformandola da progetto di protesta in progetto di potere. E questo — per chi ha costruito il proprio successo sulla distanza dal “sistema” — potrebbe essere il passaggio più difficile di tutti.

Donatello D’Andrea

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