
La politica estera italiana è, per tradizione e necessità, un equilibrio delicato tra vincoli strutturali e ambizioni intermittenti. In questo contesto, il governo Meloni ha ereditato una postura consolidata ma esposta, costretta a mantenere coerenza nei dossier sensibili — dal rapporto con la NATO alla linea sull’Ucraina — senza rinunciare alla propria identità politica. E qui si innesta la contraddizione: l’alleanza tra Fratelli d’Italia e Lega, che ha funzionato sul piano elettorale, mostra tutta la sua fragilità quando si confronta con il campo minato delle relazioni internazionali. Perché se Giorgia Meloni, da Presidente del Consiglio, ha adottato toni sempre più allineati alla diplomazia euro-atlantica, Matteo Salvini continua a flirtare — retoricamente e ideologicamente — con la visione geopolitica sovranista, più vicina al Trumpismo che a Bruxelles.
Il risultato è una politica estera schizofrenica, in cui i gesti simbolici della premier (dalle visite a Kyiv all’asse con Varsavia) si scontrano con le uscite estemporanee del vicepremier leghista, che rievoca nostalgie filorusse o mette in dubbio le scelte strategiche del governo di cui fa parte. Ma al di là delle dichiarazioni, resta un fatto: l’Italia non può permettersi deviazioni improvvise. Legata mani e piedi a vincoli di alleanza, economici e strategici, ogni scarto rispetto alla linea atlantista si tradurrebbe in isolamento. In questo senso, più che una politica estera “nuova”, l’esecutivo Meloni si trova costretto a praticare una politica estera “contenuta”, vincolata più dal contesto che dalla volontà. E la coabitazione tra Meloni e Salvini rende ancora più evidente il limite strutturale di un’idea di politica che vorrebbe cambiare tutto, ma non può cambiare quasi nulla.
L’euro-atlantismo di Giorgia Meloni e la differenza con Salvini
Il viaggio di Adolfo D’Urso rappresenta la conferma di un deciso cambio di paradigma nella politica estera di Fratelli d’Italia. Le sue parole, al termine dell’incontro con l’ambasciatore americano presso la Nato, Kurt Volker, certificano l’intenzione di sondare l’opinione dei vertici politici e amministrativi americani e soprattutto il tentativo di convincimento operato dal probabile futuro sottosegretario con delega ai servizi dell’eventuale governo Meloni.
“Fratelli d’Italia è affidabile“, chiosa il capo del Comitato parlamentare incaricato di vigilare sulle attività dei servizi segreti, cercando di dissipare anche le voci circa un finanziamento russo al partito, un caso che ha stravolto la già concitata campagna elettorale nostrana e riguardante quella fitta rete di legami economici tra il Cremlino e 24 Paesi occidentali. Un messaggio, questo, da parte degli americani e diretto anche a quei partiti che, nel presente e nel passato, sostenevano il Presidente russo Vladimir Putin, compresi quelli nostrani, come la Lega di Salvini.
Nel corso di queste settimane di campagna elettorale, Giorgia Meloni ha fatto di tutto per affermare la sua legittimità internazionale. Lo ha fatto prima con un’intervista dai toni molto pacati negli Stati Uniti, alla Fox, il principale canale conservatore del Paese (vicinissimo alle posizioni di Donald Trump), poi con una serie di dichiarazioni che lodano le posizioni in politica estera dell’attuale governo dimissionario. Così facendo ha cercato di trasmettere ai partner europei e occidentali un messaggio di rassicurazione sul ruolo e la collocazione dell’Italia.
Il progressivo processo di moderazione operato da Giorgia Meloni non è passato inosservato a Washington e a Bruxelles, dove Fratelli d’Italia viene ritenuto più affidabile di Matteo Salvini, il quale, negli ultimi giorni, in un vano e disperato tentativo di distinguersi dall’alleata ha ricominciato ad accarezzare le posizioni filo-russe del passato, criticando le sanzioni e promuovendo una loro rimozione non appena salirà al governo. Un gesto che non è piaciuto a Giorgia Meloni che a Cernobbio, mentre Salvini teneva il suo discorso sulle sanzioni, ha reagito mettendosi le mani sugli occhi, un gesto strumentale ma simbolico.
Per sottolineare come i due galli cedroni del centrodestra divergono per ciò che concerne la politica estera basterebbe fare un passo indietro di qualche anno per tornare al 2019, anno in cui Matteo Salvini era Ministro dell’Interno e Giorgia Meloni guidava un partito sotto al 10%. Dopo la tornata elettorale europea, la Lega, primo partito in Italia, scelse di formare un gruppo politico al Parlamento Europeo euroscettico assieme a Marine Le Pen. Troppo piccolo per contare qualcosa, la nuova creatura di Salvini finì nel vortice dell’irrilevanza. Al contrario, Fratelli d’Italia, nel 2018, chiese di aderire ad ECR (European Conservatives and Reformists Party), il gruppo parlamentare nato nel 2009 quando i conservatori inglesi si spostarono su posizioni euroscettiche e decisero di lasciare il PPE. In vista dell’uscita del Regno Unito dall’UE, all’interno di ACRE erano rimasti soltanto partiti dell’Est Europa, tra cui Diritto e Giustizia, il grande partito di estrema destra polacco. Per cercare di bilanciare la perdita dei conservatori inglesi, ECR (noto in seguito come ACRE – Alleanza dei Conservatori e Riformisti in Europa) si era messo alla ricerca di nuovi alleati e aveva avviato i contatti con FdI.
Da allora, complici i risultati elettorali favorevoli, FdI è diventato sempre più importante all’interno del gruppo. Raffaele Fitto, nel 2019, divenne capogruppo di ECR e nel 2020 Giorgia Meloni ne divenne presidente. Da quando Meloni e Fitto guidano la compagine, il dialogo con il PPE si è fatto sempre più profondo, tanto che grazie alla mediazione dell’ex PPE Fitto, ECR è riuscito a far eleggere un vicepresidente del Parlamento Europeo, il lettone Roberts Zile.
Grazie al suo ruolo di Presidente di ECR, Meloni è riuscita ad ottenere incontri con alcuni vertici dell’UE, tra cui Roberta Metsola, il primo ministro ceco Petr Fiala, che detiene la presidenza del Consiglio dell’UE, passando per il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni. Rispetto a Salvini, il quale nella sua carriera da parlamentare europeo non ha mai avuto incontri di questo tipo e quando fu ministro disertava di continuo i vertici sovranazionali, la leader di Fratelli d’Italia ha deciso di non trascurare le istituzioni europee, ben sapendo che in assenza di un canale di dialogo continentale, il futuro governo di centrodestra resterebbe isolato.
Una politica estera che non può cambiare
Giorgia Meloni lo ha capito: la collocazione internazionale dell’Italia non può cambiare. Ci sono cause di forza maggiore che tengono ancorato il Belpaese al fronte euro-atlantico. Il viaggio di Urso, l’intervista a Fox e l’incredibile quanto prevedibile cambio di tono e di argomenti in campagna elettorale, indicano una forzata svolta moderata che non può passare inosservata. In molti credono che la leader di Fratelli d’Italia proseguirà sulla falsariga di quanto abbia fatto Mario Draghi: atlantismo, europeismo e multilateralismo. Si tratta di tre coordinate da cui sarebbe difficile sganciarsi, in nome di accordi, alleanze, comunanze ideologiche e scelte di campo ben precise compiute dall’Italia nel corso degli anni e che ne condizionano le necessità presenti e future.
L’Italia resta un partner importante per gli Stati Uniti, nonché uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, la cui importanza storica e politica è circoscritta proprio in base all’appartenenza a due grandi consessi, la Nato e l’UE. All’interno del contesto continentale è la terza potenza industriale (e seconda manifattura) dietro a Francia e Germania. Inoltre, i dossier che interessano il Belpaese sul continente e nel Mediterraneo sono comuni ad altri Paesi europei, come Parigi che, nonostante qualche interesse divergente, resta comunque un partner più affidabile di Egitto e Turchia (gli altri due Paesi con gli stessi interessi italiani nel Mediterraneo centro-orientale). Con la moneta unica, Roma partecipa al più importante e dinamico mercato unico del mondo, tanto che circa 2/3 degli scambi commerciali italiani si svolge entro questa cornice. Difficilmente un eventuale governo di diverso colore potrebbe mettere a rischio un consolidato rapporto di interdipendenza con alleati storici quali l’UE e gli Stati Uniti, rompendo quei vincoli che tengono ancorata Roma a consessi all’interno dei quali conta qualcosa – ma non sa farsi valere, ma questo è un altro discorso.
Il tentativo di accreditamento presso le cancellerie internazionali portato avanti da Giorgia Meloni, dunque risponde proprio a questi assunti. In Europa, il duro lavoro alla guida del partito ECR certifica la volontà di Fratelli d’Italia di dare alla sua politica estera una dimensione europea. I viaggi e le interviste negli Stati Uniti, dal canto loro, dimostrano come per governare un Paese come l’Italia, inserito in un contesto geografico, politico, storico e culturale ben preciso, sia necessario abbandonare gli slogan e sposare la realtà, la quale, soprattutto se si tratta di politica estera, è molto più complessa e articolata di una frase ad effetto.
Donatello D’Andrea
















































