Il Legame fonte: badtaste.it

Se non esistesse Netflix, molti autori validi non potrebbero esprimersi all’interno del mercato cinematografico del nostro Bel Paese. È il caso del regista Domenico de Feudis, noto per aver diretto il corto L’ora del buio ed assistito alla regia Paolo Sorrentino per il premio Oscar La grande bellezza, il quale debutta alla regia con Il Legame. Prodotta da Indigo Film, la pellicola è stata distribuita da Netflix a partire dal 2 Ottobre 2020. Tra tradizione e modernità, tra folkrore nostrano e stereotipi, de Feudis travalica le barriere pregiudiziali circa la legittimità di un genere dimenticato dal cinema italiano odierno: l’horror. Il Legame ha ereditato una serie di modelli del cosiddetto horror rurale italiano (Pupo Avati o Brunello Rondi), ambientando l’opera in Puglia, ma infittisce la trama di echi topici della maniera hollywoodiana (anche quella più banale). Un passo avanti per il Nostro cinema, un passo critico per la credibilità di un genere che sta esaurendo il proprio vigore.

La trama

Il Legame
fonte: badtaste.it

Un’inquietante scena iniziale è seguita da un’avvertenza d’autore che contiene una citazione che ci illustra il tema dell’opera. La citazione è tratta dal noto saggio antropologico Sud e Magia (1954) dello storico napoletano Ernesto De Martino:”La fascinazione è una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agitato da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona“. Segue inoltre:”La fascinazione, comunemente definita malocchio, è possibile tramite rituali magici occulti che stabiliscono IL LEGAME di sangue tra vittima ed esecutore. Queste pratiche sono da sempre radicate nel Sud dell’Italia“. Il Legame ci trasporta quindi in una dimensione tutta italiana, anzi pugliese, con una serie di riprese aeree ed una scena in macchina che tanto ricordano l’immortale prologo dello Shining di Stanley Kubrick. In quella macchina dialogano allegramente Emma (Mia Maestro, un po’ piatta la sua interpretazione), il compagno Francesco (il divisivo Riccardo Scamarcio) e la figlia di lei, Sofia (un’impressionante Giulia Patrignani). Francesco vuole presentare loro sua madre, Teresa (Mariella Lo Sardo) che abita in una tenuta di una località della Puglia, per annunciarle l’imminente matrimonio tra i due. Giunti a destinazione, l’atmosfera si fa sempre più ambigua e sempre più cupa: un’inquietante presenza avvolge quel luogo e si impossessa della piccola Sofia, o meglio crea Il Legame.

Il legame con le nostre radici

La struttura narrativa de Il Legame è quella trita e ritrita del genere, mentre nel look visivo de Feudis cerca di risvegliare la passata dimensione orrorifica della tensione e della sensazione rinnegando quella esclusivamente visiva delle pellicole odierne. Ad esempio i cosiddetti jumpscare sono razionalmente adoperati, inquietano lo spettatore più che farlo saltare improvvisamente, con un ottimo utilizzo della studiata colonna sonora. La regia ravvicinata riesce nel suo intento, legata ad una fotografia che alterna colori vividi e cupi in base alla situazione in scena, quest’ultima spesso attentamente studiata nel suo svolgimento. Spaventoso anche il trucco, realizzato magistralmente dalla troupe. La pellicola riesce quindi a svolgere sufficientemente il suo ruolo da film horror, tuttavia la tematica intorno al rapporto tra modernità e tradizione folkroristica appare vagamente tratteggiata: un impianto per l’ambientazione della trama e un pretesto narrativo più che cardine di riflessione. Forse ciò è dovuto ad una richiesta di internazionalizzazione da parte della Piattaforma che ha limitato l’aspetto propriamente regionale (si immagini come sarebbe stato un film in parte in dialetto pugliese!); forse si richiede troppo dallo stesso genere cinematografico, che da anni non offre opere da ricordare, a parte alcune eccezioni. Forse la volontà del regista è semplicemente quella di testimoniare la capacità del cinema italiano di porsi al pari di quello estero, sperando sia un punto d’inizio per molti artisti italiani esprimersi non soltanto su Netflix, ma anche nelle sale cinematografiche.

Luca Longo

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