
Se si pensa all’Europa degli anni ‘90 si pensa ad un luogo in rapidissima evoluzione e integrazione. L’avvento di Internet, la riunificazione della Germania dopo il crollo del muro di Berlino e la ratifica del Trattato di Maastricht avevano plasmato una nuova identità europea. Ma come purtroppo è risaputo, dove ci sono tante luci ci sono, inevitabilmente, anche tante ombre. L’ombra più scura dell’Europa di quegli anni riguarda l’assedio della città di Sarajevo e del genocidio di Srebrenica. Questi due eventi, avvenuti precisamente 30 anni fa, rappresentano una ferita ancora aperta per la popolazione bosniaca e non solo. In occasione del 30° anniversario della sigla degli accordi di Dayton, il trattato che fece cessare il fuoco in Bosnia ed Erzegovina dopo anni di assedio, è importante tenere viva la memoria di quello che è successo sia per commemorare le vittime che per ricordarci che noi, come comunità internazionale, con i fatti della Bosnia di quegli anni non ci abbiamo ancora fatto i conti.
Uno stato nato sotto una cattiva stella
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, diverse nazioni Jugoslave reclamarono la propria indipendenza e così fece anche l’allora Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina.
Formata principalmente da tre etnie, quella musulmana (detti bosgnacchi) quella serbo-bosniaca e quella croata, la Bosnia è sempre stata la nazione più multietnica tra quelle jugoslave. Un valore aggiunto che, in casi come questi, divenne una vulnerabilità.
Nel 1991 il leader musulmano Alija Izetbegović, seguendo i moti indipendentisti delle vicine Slovenia e Croazia, decise di supportare il Memorandum sulla sovranità della Bosnia ed Erzegovina e di indire un referendum per l’indipendenza della Bosnia.
Questa manovra scatenò l’ira dei serbo-bosniaci, contrari alla creazione di uno stato bosniaco indipendente perché speravano nella formazione di una “Grande Serbia” che includesse tutti i cittadini di etnia serba dell’ex-Jugoslavia. Temevano, inoltre, di diventare una minoranza svantaggiata in uno stato a maggioranza bosgnacca. Questi attriti si trasformarono in guerra aperta quando, nel tentativo di fermare l’indipendenza, l’assemblea di Banja Luka proclamò illegalmente la nascita della Republika Srpska il 9 gennaio 1992, boicottando il referendum e dando il via al conflitto.
La guerra, durata dal marzo del 1992 al dicembre del 1995, fu una tra le più sanguinose e violente che si videro in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Ci furono oltre 100.000 morti e circa 2 milioni di sfollati, principalmente bosgnacchi.
In quegli anni i crimini contro l’umanità compiuti nei confronti dei bosgnacchi furono molteplici culminando con il genocidio di Srebrenica l’11 luglio 1995 di cui, ancora oggi, si cercano i corpi.
I fatti di Srebrenica
Srebrenica rappresenta il punto più oscuro della guerra e una parentesi fallimentare della comunità internazionale. La città, situata al confine con la Serbia era stata designata dall’ONU come “zona protetta” ed era affidata alla missione di peacekeeping olandese, nota come Dutchbat. Quando le forze serbo bosniache di Ratko Mladić riuscirono ad occupare la città il contingente di caschi blu si ritirò lasciando, di fatto, nelle mani dei serbi la popolazione. Questo permise alle forze serbo bosniache di catturare la popolazione maschile (dai 13 anni in su) e di massacrare sistematicamente, l’11 luglio 1995, oltre 8000 persone. Dopo la fine del conflitto, quei fatti furono riconosciuti come un atto di genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia gettando un’ombra di colpa non solo sui serbo-bosniaci, ma anche sull’inerzia e la negligenza della missione olandese e dei vertici internazionali.
Gli accordi di Dayton: cessate il fuoco garantito, ma poi?
I fatti di Srebrenica funsero, in quel contesto, da catalizzatore per la creazione e ratifica di un accordo di pace che cessasse immediatamente le ostilità.
Il 14 dicembre 1995 nella base aerea Wright-Patterson a Dayton, in Ohio, le rappresentanze delle tre etnie bosniache firmarono tramite la mediazione degli Stati Uniti il General Framework Agreement for Peace in Bosnia and Herzegovina, meglio ricordati come accordi di Dayton.
I punti presenti negli accordi hanno disegnato l’assetto della Bosnia come la conosciamo oggi e hanno fatto sì che la multietnicità del paese si traducesse anche in termini istituzionali: si vennero a creare due entità amministrative, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina a maggioranza bosgnacca e croata e, la già autoproclamata, Republika Srpska che venne legittimata in rappresentanza dei serbi.
Venne istituita una Presidenza collettiva formata da tre presidenti, ciascuno di una delle tre etnie presenti nel territorio.
E, infine, venne scritta nel contesto della stesura di questi accordi, la costituzione bosniaca.
Sebbene gli accordi abbiano conseguito l’obiettivo primario di portare la pace, la loro complessa architettura istituzionale ha trasformato il principio della multietnicità in un freno allo sviluppo statale generando una sovranità debole.
Un esempio lampante sta nelle restrizioni elettorali: secondo quanto deciso a Dayton, i cittadini sono vincolati a candidarsi e votare solo all’interno della propria entità di appartenenza. In sostanza, per un serbo che vive nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina non è possibile votare per un presidente che verrà eletto in Repubblica Srpska e viceversa.
Un altro punto di criticità presente in questo trattato riguarda il rispetto di una costituzione scritta in ambito diplomatico: non essendo frutto di un processo costituente popolare e autoctono manca di quella legittimità popolare fondamentale per l’efficacia di una Carta costituzionale.
L’insieme di queste criticità, unite alle ferite ancora non del tutto rimarginate della guerra, ha stabilizzato in questi trent’anni un clima di tensione politica costante che impedisce alla Bosnia di chiudere definitivamente quel capitolo della sua storia.
Un popolo che va avanti pur non dimenticando
Stando alla storia politica di questo paese ci verrebbe da pensare ad un territorio in cui la guerra ha plasmato le vite di chi vive in quei luoghi, ed in parte è così.
La politica ci dipinge un paese intrappolato nelle maglie di un accordo diplomatico, dove i rappresentanti delle due entità continuano a scontrarsi in una guerra politica fredda, a colpi di veti e dichiarazioni incendiarie.
Ma sotto questa superficie di stallo politico, c’è la Bosnia della gente comune. È la Bosnia delle madri di Srebrenica che, trent’anni dopo, continuano a cercare i resti dei propri figli. È la Bosnia fatta di persone che portano le cicatrici di anni terribili, gente che ha visto trasformare amici e vicini in nemici da un giorno all’altro. Gente che, nonostante tutto, sceglie di andare avanti pur non dimenticando e di non ricadere nell’odio. La loro convivenza nonostante tutto è la loro vera, fragile e silenziosa vittoria.
Benedetta Gravina
















































