La Polizia è di Stato, non il giocattolo di Salvini
@Stefano Cavicchi/LaPresse

C’è un problema al Viminale che risponde al nome di Matteo Salvini, che – anche se a quanto pare ancora per poco – in quanto ministro dell’Interno dovrebbe essere il massimo garante dell’ordine pubblico e diretto responsabile di tutte le Forze di Polizia, anche se non perde occasione per strumentalizzarle e renderle oggetto della peggior propaganda partitica. E anche se utilizza un linguaggio e una prassi politica che sempre più spesso suonano eversivi dell’ordine democratico.

Il leader della Lega è, senza ombra di dubbio, il personaggio del momento ed è al picco della popolarità politica: stando ai sondaggi il suo partito è quotato da solo intorno al 36-37% dei consensi, significativamente la percentuale dell’intera coalizione di centro-destra alle ultime politiche del 4 marzo 2018, ed egli stesso è tuttora impegnato in un tour estivo in alcune delle principali spiagge italiane. Altro che Jovanotti.

Nello stato di grazia in cui si è messo – con una campagna elettorale che non si ferma nemmeno ad agosto e un’opposizione disciolta al sole -, Salvini sa che può permettersi davvero tutto. Di disturbare vacanzieri e turisti nelle ferie estive e finanche di aprire una crisi di Governo nella settimana di Ferragosto, proponendo una mozione di sfiducia al presidente Conte 5 giorni dopo aver votato la fiducia allo stesso esecutivo per l’approvazione del decreto Sicurezza bis.

Parlando da un comizio in quel di Pescara, la sera dell’8 agosto, ha detto testualmente che “i deputati devono alzare il culo” e votare al più presto la sfiducia – a riprova del suo rispetto per i rappresentanti della Nazione. Poi ha aggiunto una farneticazione sui pieni poteri che gli italiani dovrebbero dargli: un’espressione che nasconde non pochi riferimenti cupi – quando piccoli e grandi caudillos li hanno avuti è finita sempre male, per tutti e ovunque – e che dimentica (quanto consapevolmente?) che nel nostro ordinamento costituzionale nessuno ne ha. I poteri si bilanciano e si controllano, limitati e divisi per definizione e prassi giuridica da qualche secolo. La richiesta di un potere totale – di avere mani libere per fare quello che si vuole – è per sua natura intimamente eversiva e non può esistere nei confini di una qualsiasi democrazia moderna.

La Polizia è di Stato, non il giocattolo di Salvini
1 maggio 2019, corteo No Tav in via Roma, Torino @Ansa/Alessandro Di Marco

La strumentalizzazione delle forze di polizia

Quel che è peggio, e ciò che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto e la salute della nostra forma di governo, è il pericoloso intreccio tra una precisa parte politica – identificabile in tutto e per tutto con l’uomo solo al comando, Matteo Salvini – e tutti i corpi armati della Repubblica, in particolare la Polizia di Stato, che dipende direttamente dal Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno.

Il ruolo delle forze di sicurezza è tanto delicato quanto fondamentale, e in questi mesi di governo giallo-nero sono troppi i casi in cui organi che dovrebbero essere di garanzia per tutti i cittadini sono finiti, loro malgrado, per essere la guardia personale e assieme il giocattolo elettorale di Salvini, andando ben al di là delle normali prerogative del Viminale, che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento ma allo stesso tempo di equidistanza dai corpi di polizia, rispettandone cioè l’autonomia.

Il caso della moto d’acqua della Polizia usata dal figlio di Salvini è emblematico: il giornalista di Repubblica Valerio Lo Muzio, mentre riprendeva l’evidente abuso, è stato avvicinato da un gruppo di persone in costume, identificatesi come appartenenti alla Polizia, con il solo scopo di impedirne le riprese senza alcuna ragione valida. “O l’abbassi o te la levamo” (la telecamera, ndr) e “se dopo vieni con me mi qualifico e ti dico chi sono” sono frasi e minacce che stanno bene in un film di Gomorra, non sulla bocca dei garanti dell’ordine pubblico. “Non riprenda un mezzo della Polizia di Stato perché mette in difficoltà tutti quanti noi“, ha continuato il presunto poliziotto, forse ignorando che riprendere i mezzi delle forze dell’ordine è perfettamente lecito.

Chi sta mettendo in difficoltà tutta la Polizia di Stato è Matteo Salvini, e la domanda a questo punto sorge spontanea: fino a che punto situazioni come queste, che ne ledono l’immagine, sono rappresentative degli interi corpi armati e per loro convenienti? Soprattutto, possiamo ancora fidarci?

Non solo moto d’acqua: fenomenologia del rapporto fra Salvini e polizia

Il caso della moto d’acqua è solo l’ultimo di una serie di episodi che comincia ad essere piuttosto lunga, fenomenologia di un rapporto travagliato e inquietante con l’ordine e con chi dovrebbe garantirlo. A questo agosto di campagna elettorale balneare, con Salvini che fa il bagno al mare – assolutamente legittimo, ci mancherebbe – ma contemporaneamente fa i comizi, con conseguente macchina organizzativa della Polizia costretta a seguirlo anche in spiaggia per garantire la pubblica sicurezza, ci siamo arrivati lentamente. Non è all’improvviso che l’Italia si è ritrovata letteralmente divisa ad applaudire o fischiare un leader politico che fa un tuffo – propagandistico – scortato dalla polizia. Ci siamo abituati un bacioni alla volta e l’abbiamo sottovalutata, questa deriva autoritaria kitsch al ritmo di Ostia Lido.

La Polizia è di Stato, non il giocattolo di Salvini
Salvini a un sit in di militari e Polizia a Montecitorio, 15 ottobre 2015 @Ansa/Fabio Campana

In principio furono le divise, che il camaleontico ministro, abile giocoliere di simboli, continua tuttora a sfoggiare a seconda delle occasioni: non solo Polizia, ma col tempo Guardia di finanza, Arma dei Carabinieri, Aeronautica, Vigili del fuoco e naturalmente qualche divisa militare. Le prime volte, da semi-sconosciuto politico lombardo, qualche sindacato insorse: ora che è ministro che si vende – almeno a parole – come l’uomo della sicurezza e il paladino dei poliziotti, qualcuno forse ha pensato che il gioco vale la candela.

Lo scorso maggio, in un’intervista al Corriere, il capo della polizia Franco Gabrielli a precisa domanda rispose: «Preferisco leggerlo come un segno di attenzione nei nostri confronti. E se c’è un problema di opportunità che lui non ha ritenuto di porsi, non sono io a doverglielo porre. Ma non posso accettare che pure questa questione venga utilizzata per sostenere che la polizia è asservita al ministro leghista, perché è falso.»

Ma se la moda della divisa ha colpito anche altri politici, dalla rimozione degli striscioni di dissenso ai sequestri dei telefonini dei “selfie trappola”, passando per gli immancabili viaggi elettorali resi “istituzionali” grazie ad incontri ad hoc con qualche prefetto, Salvini ha dimostrato ampiamente di sfruttare il suo ruolo al Viminale per trarne un cospicuo vantaggio politico, anche a costo di compromettere indagini in corso, rivelando informazioni riservate.

Questa deriva è idealmente terminata con l’approvazione dell’agognato decreto Sicurezza bis, che di fatto è coerente con il distorto senso dell’ordine che ha animato questi mesi e su cui pendono molti rischi di incostituzionalità. Lo ha fatto notare, per ultimo, lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’atto di promulgare la legge di conversione.

Salvini, il Decreto Sicurezza Bis e l’ordine pubblico

Al di là della pur gravissima questione migratoria, nella seconda parte il decreto si concentra sulla gestione dell’ordine pubblico nelle manifestazioni, prevedendo di inasprire le pene per chi compie una serie di reati (violenza o minaccia a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio, devastazione e saccheggio e altri) e l’archiviazione per “particolare tenuità del fatto” alle ipotesi di oltraggio, violenza o resistenza a pubblico ufficiale. È su quest’ultimo punto che il Quirinale ha espresso rilevanti perplessità, “dubbi sulla sua conformità al nostro ordinamento e sulla sua ragionevolezza nel perseguire in termini così rigorosi condotte di scarsa rilevanza e che, come ricordato, possono riguardare una casistica assai ampia e tale da non generare allarme sociale.”

Non di meno, è sconcertante e allo stesso tempo paradossale come nel decreto si accentrino molti poteri proprio sul Ministero dell’Interno, togliendo molte prerogative ad altri dicasteri o alla stessa Presidenza del Consiglio: se mai ci sarà, come sembra probabile, un governo Salvini, cosa farà il generalissimo de noantri? Si rimangerà il Sicurezza bis o piuttosto metterà un fidato sottotenente al Viminale?

Territori da presidiare e cani da guardia

Parafrasando Gaber, è evidente che la gente è poco seria quando dice che la tutela dell’ordine è di destra, con un lieve cedimento all’estrema, e la violenza rivoluzionaria, se non il più stanco stanco lassismo, di sinistra.

Quando si è diffusa la notizia che Salvini, in console al Papeete beach di Milano Marittima e cocktail alla mano, ha fatto partire impassibile l’inno di Mameli in riva al mare, tra cubiste che ballavano e giovani in delirio, qualche vertice militare ha fatto notare tutto il suo risentimento per quella scena. Il generale di brigata Francesco Maria Ceravolo, presidente del Cocer Difesa, ha sottolineato ad Adnkronos che l’inno nazionale si suona in determinate circostanze ben previste dal protocollo e con il dovuto atteggiamento. E c’è bisogno che tutti si attengano a quelle circostanze”. Lo ha ribadito, ancora ad Adnkronos, anche il tenente colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare, ferito nel 1993 nel corso di una missione in Somalia: “Certe scene disturbano e dico che non l’avrei permesso perché a differenza di alcuni, quel mondo lo conosco da sempre”.

@Rainews

Mala tempora currunt e in questo ben magro quadro è assai condivisibile e illuminante l’analisi di Annamaria Testa, comparsa anche su Internazionale, a proposito dei territori – in primis ideali – da presidiare: “La bandiera e il buonsenso, la patria e la lingua italiana, i baci e gli abbracci (e ovviamente il rosario e i santi, per chi li frequenta sul serio) sono un patrimonio comune e appartengono a tutti. […] Abbandonare territori simbolici perché presumibilmente “contagiati” dall’uso o dall’abuso che una qualsiasi parte politica ne fa, rinunciando di conseguenza a proteggerne o a ridefinirne il valore e il senso, non è una buona idea. Ed è un segno di debolezza e di assenza di coraggio”.

Aver consegnato parole e pratiche comuni a una parte politica è stata la genesi della catastrofe di senso attuale, da Forza Italia ad oggi, in cui qualche sovranista utilizza la bandierina tricolore a mo’ di vessillo partitico negli account social e l’inno nazionale è un tormentone da spiaggia di un ministro dj.

“È nei chiaroscuri dei vecchi mondi che stanno morendo e dei nuovi che tardano a comparire che nascono i mostri”, scriveva Antonio Gramsci. Nella totale assenza di poteri intermedi saldi, capaci di fare da watch dog – stampa, partiti, sindacati, società civile; i vecchi e morenti cani da guardia di una società civile – delle personalità forti e con grande consenso personale possono rompere il sistema di regole democratico. È questa la direzione che sembra intrapresa da Salvini in quest’assolata estate, e bisogna prenderlo finalmente sul serio. Non nell’inseguire le sue semplicistiche spiegazioni ai complessi problemi dei nostri tempi, ma nell’immaginare un modello di vivere collettivo diverso e comune, rispondendo a un bisogno di sicurezza reale in maniera diversa da questa deriva securitaria balneare. Nello stesso comizio di Pescara, il leader della Lega ha sintetizzato: “Chi sceglie Salvini sa cosa sceglie”, ed è terribilmente vero.

Le forze di sicurezza, già gravemente e giustamente danneggiate nell’opinione pubblica dopo i fatti del G8 di Genova del 2001 e dell’omicidio di Stefano Cucchi, non devono farsi trascinare ulteriormente nell’agone politico e sono, senza dubbio, un territorio da presidiare. La Polizia è e deve restare di Stato, di tutti, non il giocattolo elettorale estivo di qualche politico a cui sta stretta la vita democratica del Paese.

Antonio Acernese

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