La svolta moderata di Giorgia Meloni, tra necessità e convenienza
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La percezione pubblica della presunta svolta moderata di Giorgia Meloni in campagna elettorale e durante i fatidici giorni che precedono l’insediamento delle nuove Camere e la formazione del governo ha sorpreso un po’ tutti, cittadini e giornali, i quali sono rimasti disorientati dalla limitazione degli estremismi e dalla delicatezza con cui la Presidente del Consiglio in pectore si approccia nei confronti di temi molto spinosi come il debito pubblico, la situazione internazionale e le vicissitudini europee.

Non è un periodo facile. Su Giorgia Meloni ricadono numerose responsabilità, in primis la formazione della squadra di governo, una prova complessa che soltanto all’apparenza può sembrare cosa da poco. Nella scelta dei ministri, la leader di Fratelli d’Italia dovrà tenere in considerazione una serie di fattori come la competenza, caratteristica quanto mai necessaria per affrontare due delle crisi più gravi dell’ultimo decennio, ma anche il gradimento del Quirinale, il quale fa da garante nei confronti dei partner dell’Italia nel mondo, soprattutto Bruxelles e Washington. Il nuovo esecutivo di destra nasce sotto gli occhi vigili dell’Unione Europea, i quali temono gli estremismi di Giorgia Meloni e dei suoi alleati, dall’economia ai rapporti con Vladimir Putin.

Poi ci saranno i primi provvedimenti da attuare e delle decisioni importanti da prendere. La crisi energetica e il rincaro delle bollette sono in primo piano, segue la guerra in Ucraina. Non bisogna nemmeno dimenticarsi della legge di bilancio. Non saranno mesi facili per Giorgia Meloni, la quale sarà sottoposta a una pressione che lei stessa ha contribuito a creare, auspicando da tempo un cambio di rotta a Palazzo Chigi che comportasse l’ascesa della destra al potere.

Alla delicata situazione interna e internazionale fa da cornice il deciso ed evidente cambio di rotta della futura Presidente del Consiglio, che da alcuni mesi a questa parte si mostra in pubblico come un leader credibile e moderato. Gli estremismi con cui si approcciava ai suoi elettori sono soltanto un vago ricordo, da rispolverare gli ultimi giorni di campagna elettorale per cementare la fiducia dei suoi sostenitori della prima ora. Sarebbe un errore, però, considerare questo cambiamento come frutto della sola convenienza. Dietro i calcoli di Giorgia Meloni c’è la profonda consapevolezza della situazione italiana e la chiara necessità di legittimarsi all’interno dello scenario internazionale.

Giorgia Meloni, Salvini e una conveniente scelta di campo

Per ogni leader politico è centrale anzitutto il posizionamento, cioè l’atto di stabilire la propria posizione e renderla pubblica. Questa può essere il frutto di una scelta soggettiva o oggettiva, la quale rende diversa la propria offerta politica rispetto alle altre. Può sembrare banale, ma questi assunti rappresentano i fondamenti che ogni aspirante politico deve tenere in considerazione. L’ascesa di Giorgia Meloni, infatti, non è altro che il frutto della scelta compiuta dagli elettori attraverso il confronto della sua offerta politica con quella di un altro leader della sua stessa coalizione: Matteo Salvini.

Dopo l’exploit del 2018, Matteo Salvini puntò tutto sulla ricerca esponenziale di visibilità in ogni ambito politico, presenziando a tutti gli incontri, anche sagre e cene di paese, e sfruttando ogni occasione per esporsi dal punto di vista mediatico. La sua offerta politica, basata su argomenti popolari come sicurezza e immigrazione, ricalcava, soprattutto nei toni, temi appannaggio della destra di Meloni, la quale, a sua volta, è rimasta spiazzata dalla strategia del leader della Lega. Il successo di Matteo Salvini è durato fino al grande errore compiuto nell’estate del 2019, il quale ha sancito il declino della buona stella del leghista e l’inizio della parabola di Giorgia Meloni.

L’errore strategico di Matteo Salvini lo ha privato del mezzo attraverso cui ha contribuito ad accrescere il suo consenso, il Ministero dell’Interno. I vani e forzati tentativi di continuare ad esercitare un ruolo che non gli apparteneva più lo hanno reso inadeguato e macchiettistico, il tutto a beneficio dei suoi avversari. Di fronte alle difficoltà del leghista, le quotazioni di Giorgia Meloni, vista come più posata, seria e relativamente moderata, hanno cominciato a salire.

Tenendo saldo il suo posizionamento politico, restando, cioè, coerentemente all’opposizione di ben tre governi, Meloni ha acquisito sempre più credibilità a discapito dei suoi competitor. Qui entra in gioco l’abilità comunicativa della leader di Fratelli d’Italia, in tv e nei comizi, la quale beneficia anche della sua storia personale, cioè quella narrazione che la dipinge come “una donna capace di farsi strada in un mondo a esclusivo appannaggio maschile“. Il resto è frutto di processo di auto-conservazione in cui Giorgia Meloni non ha cercato l’affondo definitivo, come Matteo Salvini e Renzi, bensì ha atteso che le deboli maggioranze politiche e il suo alleato si eliminassero da soli.

In definitiva, la presunta svolta moderata di Giorgia Meloni si poggia su quell’aura di credibilità che la leader si è costruita sulla base del fallimento del suo alleato, il quale nel tentativo di salvare il suo consenso ha spostato sempre più a destra la sua offerta politica, facendo apparire quella di Meloni come un’offerta più moderata. Se da un lato la sua manovra ha il fine di legittimarsi nelle alte cancellerie europee, dall’altro tale necessità potrebbe non essere compresa dai suoi fedelissimi, i quali si aspettavano quella svolta rappresentata dallo slogan “è finita la pacchia” pronunciato un mese fa, e si ritrovano invece un “normale” leader conservatore, che potrebbe addirittura proseguire sulla strada intrapresa da Mario Draghi, come dimostrano la preferenza per i dicasteri chiave e l’interlocuzione continua con l’ex presidente della BCE. Una scelta di campo conveniente e che sfrutta il nome di un soggetto ritenuto affidabile, ma comunque potenzialmente pericolosa per quel consenso faticosamente costruito proprio alle spalle di Draghi e di tutto ciò che rappresenta.

La necessità di fare i conti con la realtà

Per quanto in campagna elettorale si possa strillare, promettere di tutto e cedere agli slogan, se vinci, e devi governare, il “palazzo” ti catapulterà nella realtà fatta di vicissitudini, forme, convenzioni istituzionali e consessi internazionali a cui una media potenza non autosufficiente come l’Italia deve rendere conto. La svolta moderata di Giorgia Meloni, in fin dei conti, ne è l’ennesima conferma. Tra propaganda e realtà, cioè tra la campagna elettorale e le responsabilità di governo, c’è una differenza abissale. Le crisi non si affrontano con gli slogan, con le frasi a effetto, utili soltanto a ringalluzzire un elettorato male avvezzo alle dinamiche istituzionali, internazionali e, in generale, alla comprensione della cosa pubblica.

In politica interna le due crisi, economica ed energetica, costringeranno il governo a scegliere se fare o meno uno scostamento di bilancio. Meloni lo escluse in campagna elettorale, ma l’affondo di Confindustria la costringerà presto a cambiare idea. Poi ci sono le rivalità interne alla coalizione di centrodestra, che stanno creando problemi anche nella formazione dell’esecutivo. Infine, c’è la necessità di produrre in breve tempo una legge di bilancio capace di superare gli stretti vincoli europei. Senza considerare la futura recessione che causerà non pochi problemi all’economia italiana.

Dal punto di vista internazionale, la propaganda dovrà presto lasciare posto a una realtà più complessa fatta di alleanze, partner strategici e una collocazione internazionale ben precisa in cui i centri di potere sono sostanzialmente due, uno più forte (Washington) e uno più debole ma che rappresenta, per l’Italia, il proprio riferimento economico (Bruxelles). Poi ci sono i partner di primaria importanza da tenere in considerazione, come Berlino e Parigi, presso cui l’Italia deve mantenere i buoni uffici. L’inusuale colore dell’esecutivo e i trascorsi dei singoli leader (soprattutto di Matteo Salvini), per la prima volta guidato da un partito che all’estero è visto come “di estrema destra”, rende difficoltoso il processo di accreditamento. Meloni lo sa e nonostante un lungo ed efficace lavoro di cucitura con le istituzioni continentali e i media americani (intervista su Fox News) i dubbi restano, come dimostrano le dichiarazioni del Primo Ministro francese Borne, su cui è intervenuto anche Mattarella. A parte l’irritante necessità dei francesi di “vigilare” sugli accadimenti italiani, le parole del premier ricalcano i timori dell’Unione Europea e quella diffidenza generalizzata nei suoi confronti, che Meloni avrà la necessità di combattere. Innanzitutto avrà l’impellenza di costruire dei rapporti duraturi con i partner, imparando quel “gioco di alleanze” che permette ai governi di fare cartello, ma anche l’opportunità di accreditarsi come leader serio e affidabile, quindi migliorare la sua reputazione.

Convenienza e necessità. Sono questi i due elementi fondamentali per comprendere la svolta moderata di Giorgia Meloni. Da un lato, è evidente il bisogno di accreditarsi come soggetto affidabile, dall’altro c’è l’opportunità di scalare le gerarchie nella destra europea, diventandone il nuovo volto. I toni moderati potrebbero, però, trasformasi in un boomerang per il consenso, ma per ora a Meloni conviene mantenere questa strada, cercando di istituzionalizzare il più possibile la sua formazione politica acquisendo quella “legittimità a governare” propria dei partiti di potere.

Donatello D’Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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