Huston The Dead

“The Dead – Gente di Dublino” di John Huston

The Dead” di John Huston, adattamento cinematografico del racconto che chiude “Gente di Dublino” di James Joyce, usciva nelle sale inglesi il 18 dicembre di trent’anni fa. Sarebbe stato l’ultimo lavoro di Huston, che girò il film in condizioni di salute già piuttosto precarie (diversi articoli menzionano bombola d’ossigeno e carrozzina).
Le condizioni di Huston durante le riprese hanno condizionato parte della critica che ha voluto vedere nella scelta del racconto di Joyce e nel suo trattamento crepuscolare, “in minore”, un segno della consapevolezza del regista. Difficile non cedere a simili suggestioni quando si tratta di opere realizzate al limite della vita: basti pensare a film come “Blue” di Derek Jarman o “Lightning Over Water” di Wim Wenders e Nicholas Ray.

Eppure certi dettagli biografici, tra cui quello poco trascurabile della morte, spesso rischiano di sovrapporsi alle opere che accompagnano, finendo per coprirle di un’aura che certamente l’artista considererebbe d’intralcio alla comprensione del suo lavoro.

Deve essere di questa opinione anche il critico Irving Singer, il quale apre il suo saggioThe Dead: Story and Film” con queste considerazioni:

«Più di un recensore ha detto che l’ultimo film di John Huston sembra il lavoro di un uomo vicino alla morte. Non sono sicuro di sapere cosa voglia dire, dato che non tutte le persone che pensano di stare per morire reagiscono allo stesso modo. È vero che girando The Dead – Gente di Dublino Huston aveva bisogno della bombola di ossigeno ma poteva dirigere e in effetti diresse il film come avrebbe fatto normalmente

Normalmente: ovvero attenendosi al testo di Joyce (secondo Nick Laird del Guardian, «i suoi film migliori furono sempre adattamenti della parola scritta») perché, come dichiarò lo stesso Huston: «non cerco di interpetare, di mettere il mio marchio sul materiale. Cerco di essere, per quanto mi sia possibile, fedele all’originale».

In questo senso, “The Dead” è per gran parte del suo corso, quasi una timida (ossequiosa?) trasposizione dell’ultimo racconto di “Gente di Dublino”. La storia è nota a tutti: è la serata in cui le sorelle Morkan, come ogni anno, organizzano una cena e un ballo (da Tony Huston, sceneggiatore, individuata nel giorno dell’epifania, giorno “joyciano” par excellence, se si esclude il 16 giugno dell’Ulisse). Gabriel Conroy è il nipote prediletto delle Morkan e partecipa alla serata con la moglie Gretta. Dopo alcune ore passate svolgendo i riti del taglio dell’oca, del ballo, del canto e del discorso (riti a cui Tony Huston aggiunge la recita della poesia irlandese “Donal Og”), i coniugi Conroy sono finalmente soli. Vedendo Gretta turbata e distante, Gabriel indaga e scopre che la ragione è una canzone udita prima, La fanciulla di Aughrim. La canzone le ha ricordato un giovane che la cantava, della quale era innamorata e che morì “per lei”.

È nel monologo finale che Huston tocca l’apice. C’è chi ha criticato il finale definendolo una “resa”, ricorrendo al monologo in prima persona dove Joyce usava la terza ma la bellezza di questo finale sta nel fatto che, tradendo il testo di Joyce, Huston regala ai suoi spettatori cinque minuti di sobria poesia.

Vedendo Conroy riflettere sui vivi, i morti e la neve viene da porsi una domanda. A parlare (a pensare) è Gabriel Conroy, il marito amareggiato, ma chi è a guardare? A chi appartiene l’occhio (o gli occhi) che vede (vedono) la neve cadere su tutta l’Irlanda, sui cimiteri e i paesaggi, che indugia (indugiano) su alcuni particolari e infine si chiude, si spegne, proprio nella neve? A Huston stesso, allo spettro del giovane morto per amore? O forse proprio a tutti i vivi e tutti i morti, ormai mescolati e dissolti nella natura, in ogni angolo dell’Irlanda? Il modo di congedarsi dal cinema di Huston è uno dei più eleganti e misteriosi di sempre (come è misteriosa la morte) e, se il film dilata forse un po’ troppo il racconto di Joyce, il finale (qui in italiano e qui in inglese) merita di essere visto e rivisto.

I morti” di James Joyce

Se Huston girò il proprio film in fin di vita, Joyce scrisse il racconto “The Dead” agli inizi della sua carriera. In maniera singolare, però, è come se la morte azzerasse questa differenza: sia il racconto di Joyce che il film di Huston avrebbero potuti essere stati realizzati da un uomo almeno di mezza età, un uomo dell’età di Gabriel nel film.

Come ha scritto Daniele Benati, che ha tradotto “The Dead” per Feltrinelli, «durante la cena organizzata dalle sorelle Morkan, diversi sono i momenti in cui il pensiero della morte aleggia sull’atmosfera festosa della casa; ma è come un ospite indesiderato cui al massimo si concede di far capolino dalla porta di tanto in tanto

Solo nel finale, dopo la confessione di Gretta, la morte e i morti assumono un ruolo decisivo.

Ciò che Gabriel impara, dopo aver parlato dei morti in maniera del tutto retorica in quello che egli stesso definirà, nel monologo finale, “quel suo stupido discorso”, è che, con le parole di Benati, «i morti permangono in noi e regolano la nostra vita».

Questa verità sembra forse consolatoria a un primo sguardo ma nasconde un durissimo rovescio: i vivi non hanno armi con cui combattere il passato, che giace perfetto, cristallizzato e inattingibile. Così Michael Furey avrà sempre diciassette anni, mentre il viso della moglie non è lo stesso per il quale il ragazzino «aveva sfidato la morte».

Esiste una porosità tra i due mondi, quello dei vivi e quello dei morti, ma questa frontiera tenue è attraversabile solo nell’immaginazione, nel dormiveglia (una grande differenza rispetto al Gabriel di Huston, che in “The Dead” sta alla finestra) dove Gabriel sente la propria piccola anima smarrirsi verso la «regione in cui dimorano le vaste schiere dei morti

Proprio nel dormiveglia, in quella condizione di limbo, il Gabriel di Joyce sente «la neve cadere stancamente su tutto l’universo e stancamente cadere, come la discesa della loro fine ultima, su tutti i vivi e tutti i morti

Luca Ventura

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Luca Ventura
Luca Ventura nasce a Bologna il 4 novembre 1991. Diplomato al Liceo Artistico, studia Lingue e Letterature Straniere. Ha collaborato con i siti canadausa.net e renonews.it e, come scout letterario, con la rivista on-line acetilene.