Patrick Zaky Giulio Regeni
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Il 7 marzo la custodia cautelare di Patrick Zaky viene rinnovata per ulteriori 15 giorni. È la seconda udienza di scarcerazione per lo studente, celebrata presso la Procura per la Sicurezza dello Stato al Cairo e, questa volta, alla presenza di diplomatici italiani, svizzeri e dell’Unione Europea. L’epilogo però è lo stesso della prima udienza: altri quindici giorni di reclusione da scontare, questa volta, nella sezione per detenuti politici del carcere di Tora. E il timore di un nuovo “caso Regeni” inizia a farsi concreto.

Chi è Zaky, prigioniero politico

Patrick George Zaky è uno studente del master sugli Studi di Genere e sulle Donne dell’Alma Mater di Bologna. Torna in Egitto il 7 febbraio scorso. All’aeroporto del Cairo viene arrestato in forza di un mandato di cattura emesso nel settembre del 2019. Il giorno seguente compare negli uffici della Procura della città di Mansoura, in regime di detenzione preventiva. Non si hanno notizie di cosa sia successo nelle ore tra l’arresto e la “comparsa” nella città di Mansoura ed anche il verbale presentato a quella Procura risulta falsato.

Sono cinque i capi di accusa contestati allo studente dell’Università bolognese: minaccia alla sicurezza nazionale, diffusione di notizie false, sovversione, incitamento a manifestazione illegale e propaganda per terrorismo.

Accuse che la difesa di Zaky cercherà di respingere ma che intanto, in quello che Amnesty International ha definito uno “stato d’eccezione permanente”, concedono ampio margine di applicazione a dispositivi cautelari atipici e poco trasparenti.

Il rapporto di Amnesty non lascia, infatti, spazio a dubbi: la Procura Suprema per la Sicurezza dello Stato – organo deputato alle indagini per la sicurezza nazionale che ha preso in carico anche il caso di Patrick Zaky – è accusata di abusare notoriamente delle norme antiterrorismo e dello spazio esecutivo concessole dalla legislazione egiziana.

Avendo ampliato la definizione di “terrorismo” facendone comprendere la libera espressione politica, le proteste pacifiche e l’attività sui social media, la Procura avrebbe un margine di azione decisamente ampio su questioni solo forzatamente connesse all’attività terroristica. Un organo statale, pertanto, che diventa un pericoloso strumento di repressione per ogni forma di dissenso.  

Il dispositivo della detenzione preventiva – regime nel quale si trova attualmente Zaky – è solo uno degli esempi del margine di azione lasciato alla Procura Suprema. La disciplina di tale dispositivo prevede un tetto massimo di 150 giorni da scontare in detenzione preventiva, rinnovabile per un periodo di ulteriori 45 giorni. Durante questo tempo, come prevede il diritto egiziano, le autorità dovrebbero compiere indagini per chiarire la posizione del detenuto, trattenuto, come già detto, in un regime previsto per crimini terroristici.

Il rapporto di Amnesty spiega però come la Procura stessa sia in grado di aggirare tale norma, formulando per la stessa persona nuove, vaghe accuse e rinnovando così, potenzialmente per anni, una detenzione che, contrariamente a quanto stabilito legalmente, non prevede alcun supplemento d’indagine.

Come affermato dal portavoce di Amnesty Riccardo Noury, nei fatti tale dispositivo viene utilizzato come strumento per dilatare quanto più possibile i tempi precedenti la celebrazione del giusto processo e i tempi della detenzione con nessun’altra motivazione se non consegnare i detenuti all’oblio e fiaccare la loro resistenza nel reiterare atteggiamenti e comportamenti oppositivi al Governo egiziano.

La Procura Suprema, continua il rapporto di Amnesty, avrebbe anche un ruolo di complicità nei casi di sparizioni forzate, rifiutandosi sistematicamente di disporre indagini o aprire inchieste in seguito alle denunce pervenute ai propri uffici, e di tortura, presentando spesso ai processi confessioni estorte con mezzi illeciti.

Come se non bastasse, la lista dei “dissidenti” o degli oppositori al Governo di Al-Sisi diventa ogni giorno più lunga e comprende attivisti per i diritti umani, avvocati, giornalisti, studenti. Le accuse sono sempre molto simili tra loro e decisamente vaghe ma permettono, nei fatti, condizioni detentive sospensive dei più elementari diritti umani. Sarebbe dunque in questo contesto ben poco rassicurante che si starebbe sviluppando la detenzione di Zaky. Ed è per questo che l’appello di Riccardo Noury a non far decadere l’attenzione per il suo caso assume un’urgenza ben diversa.

Tutto ciò può essere tollerato dagli Stati dell’Unione Europea?

Zaky come Giulio Regeni

Patrick Zaky non va lasciato solo, perché Patrick Zaky racchiude in sé tutti gli esseri umani che perseguono, attraverso lo studio e la formazione, l’ideale di una società giusta, aperta a tutti e pronta ad accogliere tutte le differenze. Dimenticare Zaky, smettere di chiederne a gran voce la scarcerazione significa rendersi complici di chi, queste differenze, è solito ridurle a silenzio con tutti i mezzi possibili.  

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Zaky è uno studente europeo, iscritto a un master presso un’Università italiana. Proprio a causa dei suoi studi e del loro carattere internazionale sarebbe attualmente detenuto in Egitto. Pertanto, se davvero l’università è, per eccellenza, il simbolo del libero pensiero e della formazione di una coscienza critica, l’intero mondo accademico non può esimersi dal rispondere alla circostanza in cui uno studente viene arrestato per accuse vacue e volte a colpire un intero sistema valoriale.

L’Università Alma Mater di Bologna ha messo in campo numerose iniziative per chiedere l’immediato rilascio di Zaky: dai cortei cittadini agli appelli raccolti e sottoscritti da molti istituti universitari. L’obiettivo è quello di non far spegnere l’attenzione sul suo caso e di rendere chiaro che lo studente non è solo, ma ha alle spalle l’intero mondo accademico, e che qualunque accusa non provata nei suoi confronti riconducibile ai suoi studi è un’accusa mossa ad un intero comparto di ricerca.  

Una mobilitazione importante che, al contrario, non c’è stata per Giulio dall’Università di Cambridge. Paola Deffendi e Claudio Regeni, nel libro “Giulio fa cose” scritto con l’Avvocato Alessandra Ballerini, raccontano, infatti, con grande lucidità il susseguirsi delle buone intenzioni infrante alla prova dei fatti.

Nel testo, viene raccontato di come l’indifferenza e l’indolenza dei diversi attori in gioco abbiano determinato importanti ritardi nella ricerca della verità o l’abbiano del tutto compromessa: a cominciare dalla professoressa di riferimento dell’Università di Cambridge di Giulio, Maha Abdelerahman, che avrebbe inizialmente mostrato poca collaborazione con i pm italiani, fino ad arrivare ai vuoti proponimenti dell’Unione Europea e di alcuni politici nostrani.

Proprio per questo, è importante oggi non distogliere lo sguardo dalla vicenda di Patrick Zaky: se poco è stato fatto per il ricercatore triestino, né l’Italia né l’Europa possono permettersi un altro “caso Regeni”.

Pecunia non olet

Nonostante l’attenzione sul caso Zaky sia molto più alta, grazie anche alla triste eredità di Giulio, alle mobilitazioni del mondo accademico non corrisponde e non è corrisposto un’altrettanta dinamicità del mondo politico, che si trincera ancora una volta dietro proclami farciti di buone intenzioni ma, nel frattempo, mantiene un cauto atteggiamento di attesa.

Il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli è stato forse l’unico a richiedere senza mezzi termini l’immediata scarcerazione del ricercatore dell’Università di Bologna, venendo però immediatamente zittito e tacciato di “aver aggredito la sovranità dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario dell’Egitto”.

Allo stesso modo Erasmo Palazzotto, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, il 12 febbraio scorso, in collegamento con Rai Radio 1, ha parlato del legame tra la vicenda di Giulio e quella di Zaky, chiedendo al Governo di dare un segnale forte all’Egitto, sottolineando come la tutela dei diritti umani sia per l’Italia un interesse strategico molto più importante di qualsivoglia interesse economico.   

Ma effettivamente quali sono questi interessi in gioco? È bene ricordare che in Egitto operano attualmente più di 100 imprese italiane: Edison, ad esempio, o ancora Pirelli, Italgen, Banca Intesa Sanpaolo, giusto per citarne alcune.

Tra queste ovviamente, di primaria importanza sono gli interessi legati alla multinazionale italiana Eni che nel 2016, proprio pochi giorni prima dell’omicidio di Giulio Regeni, aveva realizzato “la più grande scoperta di gas dell’Egitto e del Mar Mediterraneo”: il giacimento di Zohr.

L’Ecopost, in un articolo dello scorso febbraio, riporta dei dati interessanti circa l’incremento registrato nel 2019 proprio grazie alla scoperta dei giacimenti di Zohr e Noor: un aumento del 31% per le importazioni di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio e un incremento del 200% nelle importazioni di gas naturale. Un risultato davvero importantissimo per Eni che, per il giacimento di Zohr, aveva investito ben 12 miliardi.

Con la competizione russa e il possibile raggiungimento dell’indipendenza energetica dell’Egitto e del ruolo da top player potenzialmente giocato da Eni, la Ragion di Stato potrebbe rallentare le richieste umanitarie.

Anche il mercato delle armi, in cui l’Italia sta per entrare appropriandosi di una fetta considerevole, rappresenta un buon motivo per non ledere i rapporti con l’Egitto richiedendo, per Giulio, una verità che potrebbe rivelarsi scomoda, o insistendo per la scarcerazione di Zaky che, com’è stato più volte fatto notare dai vertici dello Stato dei Faraoni, è peraltro cittadino egiziano.

Secondo il The Arab Weekly, l’accordo tra i due Stati si aggirerebbe intorno ad un valore di 10,7 miliardi di dollari e prevedrebbe l’acquisto di sei fregate multiuso FREMM, 24 jet Eurofighter, 20 pattugliatori offshore, diversi jet da addestramento e un satellite.

Certo, non vi sarebbe ancora l’ufficialità della notizia, ma se questo accordo venisse confermato l’Italia sarebbe entrata di diritto in un commercio fino ad ora occupato prevalentemente da Stati Uniti, Russia e Francia.

Al di là degli interessi economici, va tenuto, inoltre, conto del fatto che l’Egitto rappresenta un Paese in rapida espansione e occupa una posizione strategica sia per la gestione dei flussi migratori – per i quali l’Italia ha firmato degli Accordi bilaterali con il Governo egiziano, prima nel 2005 e riconfermandoli poi nel 2011 – che per la determinazione dell’equilibrio geopolitico del Mediterraneo.

A legare, dunque, a doppio filo l’Italia con l’Egitto ci sarebbe un insieme di interessi ben variegato che renderebbe senza dubbio difficile l’attuazione di azioni incisive da parte dell’Italia, tanto per Giulio quanto per Patrick.

Scegliere da che parte stare

Il Presidente della Camera Roberto Fico, al contrario, non ha mai tradito la ricerca di verità fatta ai coniugi Regeni e, da tempo, sta premendo affinché vengano adottate le adeguate misure da parte del Governo italiano e dall’Unione Europea. È importante sottolineare come il Presidente Fico stia agendo soprattutto sulla narrazione della vicenda di Giulio, ponendola (come giusto che sia) come la narrazione dell’omicidio di un ragazzo europeo, e del dolore per la sua scomparsa, che non può essere considerata una questione familiare.

Nel frattempo, dal 2018, la Camera dei Deputati ha sospeso, con voto unanime alla conferenza dei capigruppo, i rapporti diplomatici con l’Egitto. Un primo passo, nonostante l’ambasciatore italiano rimanga al Cairo, pur con le accuse della famiglia Regeni di non collaborare attivamente alla ricerca della verità.

Insomma, sia per Giulio Regeni che per Patrick Zaky la questione si gioca ora sul bilanciamento tra Giustizia e Ragion di Stato. Ciò che avrà la meglio non solo determinerà una serie di conseguenze, tanto politiche quanto economiche, ma, d’importanza non residuale, contribuirà a definire che tipo di Stato l’Italia ha scelto di essere.

Edda Guerra

Edda Guerra
Classe 1993, sinestetica alla continua ricerca di Bellezza. Determinata e curiosa femminista, con una perversa adorazione per Oriana Fallaci e Ivan Zaytsev, credo fermamente negli esseri umani. Solitamente sono felice quando sono vicino al mare, quando ho ragione o quando mi parlano di politica, teatro e cinema.

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