Egitto Repressione Europa

Era il 3 febbraio del 2016 quando il corpo del giovane ricercatore Giulio Regeni venne ritrovato al Cairo, in Egitto. A due anni e mezzo dalla sua morte restano ancora tante, troppe, le domande senza risposta e il debole tentativo dei nostri politici, e dell’Europa, di premere sul governo di al-Sisi per fare finalmente chiarezza risultano quasi imbarazzanti.

Egitto e repressione

Ancora una volta, in occasione del summit di Palermo sulla questione libica, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiesto al presidente dell’Egitto un impegno concreto per fare giustizia. Ma la ricerca di una via diplomatica ha davvero senso con un governo come quello di Abdel Fattah al-Sisi? Perché la morte del nostro connazionale è solo uno dei tanti casi di giovani – attivisti, studiosi, dissidenti – scomparsi nel nulla, imprigionati e torturati. Uno dei tanti esempi del livello di repressione in Egitto che l’Europa ignora (o finge di ignorare).

E infatti non bisogna allontanarsi troppo dal nostro orticello per rendersi conto della sistematica repressione dei dissidenti. Basta pensare all’arresto di Amal Fathy, attivista e moglie di uno dei consulenti legali della famiglia Regeni. Fathy è stata condannata a due anni di carcere per aver criticato apertamente il governo accusandolo, attraverso Facebook, di non proteggere le donne dalle molestie sessuali. È difficile non leggere la sua condanna come un gesto intimidatorio del governo, un tentativo di fermare la ricerca della verità sulla tragica fine di Giulio.

Ma forse ancora più grave è l’accusa mossa all’attivista di appartenenza a un gruppo terroristico”, “diffusione di idee che incitano ad atti di terrorismo” e “pubblicazione di notizie false”. Perché è proprio questo che sta succedendo in Egitto: attraverso un imponente impianto legislativo è stata messa in piedi una narrativa dell’emergenza che, in nome della “sicurezza” del Paese, ha reso giustificabile qualsiasi azione arbitraria e autoritaria delle forze armate.

Almeno 15 mila civili arrestati tra il 2014 e il 2017, 378 persone scomparse nel solo anno passato (secondo l’Egyptian Commission for Rights and Freedoms, un’organizzazione indipendente per la difesa dei diritti umani basata al Cairo), continui attacchi a giornalisti e attivisti. In poche parole: forte repressione del dissenso.

Questa è la fotografia dell’Egitto contemporaneo. Attraverso la criminalizzazione di ogni forma di dissenso si è riusciti a cristallizzare un sistema autoritario che riesce a sopravvivere grazie alla forza dei militari, vero centro del potere del regime di al-Sisi. Lo “stato di emergenza”, dichiarato dopo gli attentati di aprile 2017 dove persero la vita 45 persone in seguito al bombardamento di due chiese, ha garantito alle forze armate ampi poteri e protezione.

Inoltre, le organizzazioni della società civile, nate e cresciute con la caduta del regime di Mubarak, sono state duramente colpite dalla legge per la regolamentazione delle ONG del 2016. La nuova norma ha limitato notevolmente le aree di intervento di queste organizzazioni, permettendo la registrazione, e quindi la sopravvivenza, delle sole associazioni con finalità di sviluppo economico e sociale.

In questo modo si è fatta fuori una fascia notevole del movimento civile con finalità più strettamente politiche e che spesso si congiungeva con altre realtà sociali come i sindacati – cosa ora espressamente proibita – “scollegando” in questo modo il loro operato con le reali esigenze della popolazione. L’isolamento di tali associazioni è stato completato dalla criminalizzazione dei finanziamenti provenienti dall’estero – spesso indispensabili per il lavoro di queste organizzazioni in un sistema in cui i diritti umani non figurano tra le priorità dei leader politici e delle élite –, percepiti come un tentativo di intrusione nelle faccende domestiche del Paese con il fine ultimo di destabilizzarlo.

In questo modo il governo di al-Sisi sembra aver depotenziato tutto quell’impianto sociale che aveva portato alla rivoluzione egiziana del 2011.

E dove era l’Europa mentre succedeva tutto questo?

Nelle conclusioni del Consiglio “Affari esteri” dell’agosto 2013 i Paesi dell’Unione Europea si impegnavano a sospendere le esportazioni di attrezzature militari utilizzabili per la repressione interna oltre ad apparecchiature di sorveglianza qualora fosse dimostrato il loro utilizzo per commettere violazioni dei diritti umani.

Tale conclusione è richiamata della risoluzione del Parlamento Europeo del 10 marzo 2016 in cui l’Unione esorta le autorità egiziane a cooperare con l’Italia sul caso Regeni sottolineando la preoccupazione per il contesto generale di torture, morti in carcere e sparizioni forzate avvenute in Egitto negli ultimi anni.

È opportuno sottolineare, però, che le conclusioni del Consiglio, così come la risoluzione del Parlamento del 2016, non hanno carattere vincolante giuridicamente e sono degli strumenti con cui l’Unione fissa posizioni e impegni politici. In più occasioni, quindi, alcuni Paesi europei hanno semplicemente ignorato le posizioni dell’UE, svuotandole quindi della loro forza e rendendole delle mere prese di posizione formali e di facciata. Esemplificativo è il comportamento della Francia accusata da diverse ONG, tra cui Amnesty International, di continuare a commerciare armi con l’Egitto.

Secondo il report di FIDH (International Federation for Human Rights). il commercio di armi francesi verso l’Egitto è aumentato notevolmente dopo il colpo di stato di al-Sisi costituendo nel 2016 un affare da 1,3 miliardi e rappresentando il 10% del totale dell’esport di apparecchiature militari francesi.

Al commercio di attrezzature prettamente militari vanno aggiunti i dispositivi di sorveglianza e modelli di intercettazione delle comunicazioni, contribuendo al controllo della comunità per individuare e fermare ogni forma di dissenso.

Ma la Francia non è l’unica ad avere strette relazioni con il governo di al-Sisi. Troppo importante per l’Italia la “collaborazione” dell’Egitto nella gestione delle migrazioni. Una formula edulcorata per intendere che il nostro Paese è disposto anche a mettere in secondo piano la vicenda Regeni e più in generale le costanti violazioni dei diritti umani che sono in atto in Egitto pur di fermare nuovi arrivi di migranti e richiedenti asilo provenienti dalle coste egiziane.

Marcella Esposito

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Marcella Esposito
Laureata in Relazioni e Istituzioni dell'Asia e dell'Africa, si interessa di governance urbana e sviluppo locale nei Paesi dell'Africa sub-sahariana, di migrazioni e questioni di genere.

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