La narrazione razzista della guerra in Ucraina
Credit: Mathias P.R. Reding/Pexels

Con l’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina è emerso anche il razzismo insito nei media e nel discorso politico occidentali. Nonostante la guerra e la situazione d’emergenza, le discriminazioni continuano a trovare spazio, in una narrazione marcatamente eurocentrica del conflitto.

Si potrebbe fare una nutrita lista dei commenti fuori luogo usciti dalle bocche di diversi giornalisti in pochi giorni. A partire dal discorso di Charlie D’Agata, giornalista estero senior di CBS News. Queste le sue parole in merito alla guerra in Ucraina: «Non è un luogo, con tutto il rispetto, come l’Iraq o l’Afghanistan, che ha visto infuriare conflitti per decenni. Questa è una città relativamente civile, relativamente europea – devo scegliere anche queste parole con attenzione – una città in cui non te lo aspetteresti, o speri che accada».

David Sakvarelidze, politico e pubblico ministero, intervistato dalla BBC ha dichiarato: «È molto emozionante per me perché vedo persone europee con occhi azzurri e capelli biondi che vengono uccise ogni giorno». Lucy Watson, giornalista di ITV in collegamento dalla Polonia, ha esclamato: «Questa non è una nazione in via di sviluppo, del terzo mondo. Questa è l’Europa».

Il bisogno di sottolineare il fatto che il conflitto stia coinvolgendo uno Stato europeo dove i cittadini hanno “occhi azzurri e capelli biondi” è allarmante, ed indica inequivocabilmente il razzismo latente dei commentatori. Questi commenti si basano sull’idea che le guerre dovrebbero riguardare solo i Paesi distanti dall’Europa, ad esempio le nazioni di Medio Oriente o Africa. Secondo questo punto di vista, più o meno implicitamente, le guerre non dovrebbero coinvolgere le persone europee.

Il giornalista Charlie D’Agata, dopo aver scatenato una bufera online per via delle sue dichiarazioni, si è scusato pubblicamente. Le sue parole, però, meritano comunque particolare attenzione. Definire l’Ucraina come “civile” indica una contrapposizione con altri Paesi, come l’Iraq o l’Afghanistan, che quindi sarebbero incivili. Questo genere di narrazione ci riporta indietro nel tempo, quando il razzismo era evidente e non solo malcelato, quando gli Stati occidentali si avvalevano di discorsi simili per giustificare lo sfruttamento e lo sterminio dei popoli ritenuti, appunto, “incivili”.

Si tratta di una grave disumanizzazione e normalizzazione della guerra negli Stati non occidentali. L’idea è che ci siano individui di serie A ed individui di serie B. Chi rientra nel modello occidentale, può essere considerato civile. Mentre chi non rientra in questo modello, è incivile. In quest’ottica, la guerra e la sofferenza possono colpire solamente le persone che fanno parte della seconda categoria. Per questo motivo il fatto che sia scoppiata una guerra in Ucraina, in Europa, ha suscitato tanta meraviglia. Perché non sta accadendo in Afghanistan, in Iraq o in Siria: i conflitti, in Paesi come questi, sono considerati “normali”. Le notizie di adulti e bambini che continuino a perdere la vita in altre parti del mondo non ci colpisce, ma le cose cambiano se questo accade in Europa. È giusto condannare la guerra, ma se questo viene fatto solamente quando coinvolge i propri “simili”, l’intenzione si rivela sbagliata.

Le dichiarazioni dei giornalisti hanno avuto un riscontro nei discorsi dei politici. Prendendo come esempio il nostro Paese, il discorso di Matteo Salvini al Parlamento è emblematico: «Si devono salvare e soccorrere questi bambini e l’Italia ha il dovere di spalancare le porte a chi scappa dalla guerra vera, ai profughi veri. Spesso si parla di profughi finti e di guerre finte, questi sono profughi veri in fuga da guerra vera». Con queste parole il leader della Lega Nord intende distinguere i “profughi veri” da quelli “finti”. Le persone provenienti, per esempio, da Paesi situati in Africa o del Medio Oriente che mettono in pericolo le proprie vite nella speranza di arrivare in Europa, non starebbero realmente scappando dalla guerra? Probabilmente un profugo, per essere “vero”, dev’essere il più possibile simile ai canoni “antropologici” occidentali.

Sulla stessa scia di Salvini, l’europarlamentare della Lega Susanna Ceccardi, ospite a Sky TG24, ha affermato che, nel caso in cui dovesse esserci una “donna africana che scappa dall’Ucraina”, sarebbe necessario «vedere se scappa davvero da lì». «Si deve seguire un procedimento, altrimenti diventa un viatico per tutti quelli che scappano dall’Africa» ha dichiarato Ceccardi. Il percorso immaginato dall’europarlamentare è, però, alquanto complicato: un migrante dovrebbe partire dal continente africano e arrivare in Ucraina solo per entrare nell’Unione Europea, percorrendo migliaia di chilometri.

Ceccardi ha poi proseguito dicendo: «La sinistra vuole accogliere tutti senza fare distinzione tra chi scappa dalle guerre e chi semplicemente scappa dalla guerra per motivi economici. Noi l’abbiamo sempre detto, le due emergenze devono seguire due canali diversi». Queste dichiarazioni sono pericolose e vanno a delegittimare le diverse situazioni in cui si trovano miliardi di persone, accomunate dall’aver lasciato il proprio Stato per via della guerra o di altri eventi drammatici.

Oltre alle parole, ci sono poi i fatti. I discorsi razzisti ed eurocentrici si sono trasformati in realtà quando centinaia di persone “non bianche” si sono ritrovate ad essere bloccate dalla polizia e dall’esercito ucraini nel tentativo di lasciare il Paese all’inizio della guerra. Diverse sono le testimonianze da parte di giovani di origine africana che, tramite i social network, hanno denunciato il razzismo nelle gerarchia usata nel decidere chi può lasciare l’Ucraina e chi invece non può. Una gerarchia basata sul colore della pelle, che si è palesata ad esempio in un caso eclatante.

Chineye Mbagwu, dottoressa nigeriana di 24 anni che si trovava in Ucraina al momento dello scoppio del conflitto, ha raccontato la sua terribile esperienza al New York Times. È rimasta bloccata per due giorni alla frontiera nei pressi di Medyka, nel tentativo di lasciare la città di Ivano-Frankivs’k (nella parte occidentale dell’Ucraina). In base a quanto riferito da Mbagwu, le guardie di frontiera hanno lasciato passare gli ucraini bloccando tutte le altre persone, in alcuni casi anche con la violenza.

Infatti, molti sono gli individui che hanno ricevuto bastonate, spinte e percosse varie. La Nigeria ha denunciato le discriminazioni subite dagli studenti africani, che hanno incontrato non poche difficoltà a lasciare il Paese. Questo conferma la presenza di un clima di razzismo intollerabile, a maggior ragione quando ci si riferisce al dramma della guerra.

Cindy Delfini

Classe '97, Milano. Studio scienze Politiche, Economiche e Sociali, con un forte interesse verso i diritti civili. Sono appassionata di arte nelle sue diverse forme di espressione: musica, danza, cinema, serie TV, letteratura.

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