migranti a Calais

Fuori dalla retorica salviniana e dal provincialismo italiano, gli immigrati in Europa si trovano spesso e volentieri in condizioni precarie. E i migranti a Calais, sulla costa nord della Francia, vivono in una delle più gravi situazioni umanitarie contemporanee. Lì, sulla costa che affacciandosi sulla Manica rappresenta l’ultimo ostacolo per molti prima della fine di un lungo viaggio.

F. ogni due giorni, alle 7 e mezza, aspetta il van dei volontari di Utopia56 per caricare le sue tende e quelle dei suoi amici nel retro. Deve fare in fretta, verso le 8 la polizia arriverà a sgomberare il campo in cui vive con altri quaranta migranti a Calais. Sono eritrei, vivono dietro a una rotonda, sotto l’autostrada, a poco metri dallo stadio della città. I CRS, il reparto della celere francese, a volte arrivano prima del solito orario, a volte dopo. L’unica certezza è che nello stesso identico posto, da ormai un anno, passeranno con una cadenza regolare ogni 48 ore per sgomberare e requisire ciò che resta delle tende e dei beni dei migranti. A volte cellulari e soldi spariscono, a volte i migranti si trovano distrutte taniche che usano per l’acqua, a volte i carrelli che si usano per spostare le tende dal van al luogo dell’accampamento scompaiono nel nulla.

migranti Calais
Le tende dei ragazzi eritrei caricate sul van dei volontari per evitarne il sequestro

Per fortuna, con l’aiuto di due gentili volontari e volontarie che a turno ogni due giorni si alzano alle luci dell’alba, gli eritrei si sono fatti più furbi delle autorità e spesso durante gli smantellamenti la polizia non riesce a portare via le tende, già caricate sul camioncino e portate nella warehouse di Calais, dove otto diverse associazioni collaborano da anni per portare avanti le distribuzioni di cibo e vestiti agli oltre 1200 migranti che ancora oggi, nel silenzio generale, vivono all’aperto, a volte nascosti, tra Calais e la vicina Dunkerque. Gli immigrati in Europa, in posti come Calais, vengono in sostanza legalmente tormentati. 738 è il numero degli smantellamenti eseguiti dalle forze dell’ordine nella zona di Calais negli ultimi 10 mesi, fino a giugno 2019.

migranti Calais
La warehouse di Calais dove i volontari/e cucinano per almeno 1200 persone al giorno e smistano i doni (fonte: Help Refugees on Twitter)

La storia dei migranti a Calais

Se l’esistenza degli immigrati in Europa non è una novità, il loro passaggio a Calais non è affatto una novità. R., calesiana di nascita, mi racconta come da almeno vent’anni le persone si radunino nel nord della Francia per raggiungere il Regno Unito. Infatti nel 2002, quando chiuse il vicino campo di Sangatte gestito dalla Croce Rossa francese, già si contavano duemila persone. I migranti a Calais vengono conosciuti a livello europeo attraverso la tristemente famosa “Jungle”, un enorme accampamento in cui vivevano quasi settemila persone al momento del suo sgombero definitivo, nell’ottobre 2016. 

Ma cosa è successo dopo?

Come si può ben immaginare, gli esseri umani non si smaterializzano, né a colpi di leggi né di repressione. Oggi i migranti a Calais sono almeno 1200 e il numero sale durante alcuni periodi dell’anno. Nel 2017 il governo francese è stato letteralmente costretto da una sentenza del tribunale a fornire quantomeno servizi igienici chimici e punti d’acqua intorno agli accampamenti, che si trovano fuori dalla città, nella campagna – salvo poi mandare gli agenti anti-sommossa a sgomberare gli stessi luoghi, con una logica difficilmente comprensibile. La sentenza del tribunale amministrativo definisce il trattamento della Francia come “disumano e degradante. Evidentemente nel più totale silenzio mediatico tutto è possibile, anche nel cuore della civilissima Europa. Proprio per questo il rapporto di Amnesty uscito il mese scorso ha un valore di testimonianza più unica che rara.

Gli sgomberi degli accampamenti, con cadenza regolare bi-giornaliera, hanno uno scopo ben preciso: evitare che i migranti a Calais possano costruire strutture più stabili di una semplice tenda. Il paradosso è che i migranti a Calais non ci vogliono proprio stare, men che meno in tali condizioni più che precarie, ovvero spersi nel nord della Francia con temperature al di sotto dello zero durante interi mesi. Ciò crea problemi anche dal punto di vista delle domande di asilo, poiché le procedure giuridiche vengono portate avanti soltanto a Lille, a più di 100km di distanza, e a Parigi, a 300km; chiaramente spostarsi risulta molto difficile, ma la loro presenza in loco è spesso richiesta. Il viaggio degli immigrati in Europa non si ferma mai, è continuo.

immigrati in Europa
Un normale smantellamento nei pressi di Calais (fonte: report di Human Rights Observers)

Al contempo, però, Francia e Inghilterra non lasciano proseguire il viaggio regolarmente, non permettono ai migranti di aggiungere quell’ultimo tassello che, dopo migliaia di chilometri percorsi, li separa dalla loro meta, il Regno Unito. A meno di quaranta chilometri, là dove la Manica è più stretta, nei giorni più nitidi si intravede la costa inglese.

Per impedire la traversata, compiuta in maniere sempre più rocambolesche che ha provocato e continua a provocare insensate morti, il segretario di Stato inglese per gli Affari Interni Sajid Javid ha finanziato con 6 milioni di sterline un rinforzo dei controlli di sicurezza sulle coste francesi – compreso l’utilizzo di droni per individuare le piccole imbarcazioni che provano ad attraversare il canale fino a Dover o Kent. Ciò è in piena sintonia col cosiddetto Accordo di Sardhurst, tramite il quale le autorità inglesi si sono impegnate al versamento di 50 milioni di euro per rafforzare le frontiere proprio nella zona circostante Calais.

Un’area, quella di Calais e dintorni, che al solo colpo d’occhio ha del surreale, del distopico, ciò che nessun posto vorrebbe e dovrebbe mai diventare. Chilometri di reti e di fili spinati corrono ovunque perdendosi all’orizzonte: ai bordi delle autostrade, dei ponti, addirittura intorno alle pompe di benzina – per evitare che i migranti provino a saltare sui camion che lì stazionano prima di attraversare la Manica. Una città fantasma, economicamente disagiata, dove poche persone girano per le strade e non vi è praticamente nulla da fare.

Durante le maraudes – i giri in macchina che i volontari effettuano ogni sera fino alle 4 di mattina per controllare se qualcuno di nuovo arriva in stazione, se qualcuno ha bisogno di aiuto o per evitare che qualcuno si trovi a dorma al freddo senza nemmeno una coperta –, è normale trovare i CRS che controllano (e di fatto arrestano) dei migranti per il semplice fatto di essere tali. Giusto per ricordare agli immigrati in Europa che ovunque, in ogni angolo, bisogna fare attenzione e aver paura dell’uomo bianco.

immigrati in Europa
Il controllo a quattro ragazzi, alle 2.30 di notte del 21 giugno, che verranno successivamente portati via dalla PAF senza alcuna spiegazione

È la storia di tanti quella di quattro ragazzi mediorientali che, seduti su una panchina, probabilmente minorenni, si vedono caricare sul furgoncino della polizia di frontiera alle 2.30 di notte (la PAF, uno dei 5 differenti corpi di polizia presenti nella piccola Calais) per essere portati al centro di detenzione amministrativa che si trova nella vicina Coquelles.

Quest’ultimo è un luogo al centro di svariate critiche, per le condizioni generali di vita. È insomma un carcere, dal quale peraltro lo scorso febbraio un sudanese è stato rimpatriato, in barba a qualsiasi considerazione sulla condizione di sicurezza del Paese subsahariano. Insomma, per dire che gli immigrati in Europa devono temere pure di essere legalmente rinviati verso la morte.

Oppure è altrettanto normale trovare 4 celerini che all’una di notte, intorno a una rotonda, seguano dei ragazzi eritrei, spingendoli ad attraversare l’autostrada nei pressi dello stadio, manganello alla mano. A Calais, una notte tranquilla e senza incubi sembra proprio essere un lusso riservato a soli europei.

La criminalizzazione dei volontari/e

Ma la repressione non si abbatte solo sui migranti a Calais, bensì anche su chi li aiuta. La pressione psicologica è fortissima, gli incidenti legali che riguardano i volontari e le volontarie sono troppi. Appena si sale su una macchina per andare a distribuire cibo e vestiti, è normale incorrere in controlli d’identità ben specifici e mirati.

Durante uno di questi K., volontario inglese, ha dovuto subire una ginocchiata sulla schiena prima di vedersi sequestrare la macchina fotografica con la quale, usufruendo di un suo diritto, stava registrando un controllo d’identità. La colpa è chiara: aiutare – una cosa che da qualche tempo viene vista proprio di cattivo occhio in Europa.

E a chi ha alzato un po’ l’asticella, come il volontario Loan Torondel, è andata anche molto peggio: reo di aver postato su Twitter una foto di due poliziotti durante l’allontanamento di un migrante, “simulando” nella didascalia una plausibile conversazione tra i tre, si è visto confermare in appello una condanna per diffamazione per un totale di 2000€. Il prezzo per venire in soccorso agli immigrati in Europa.

migranti Calais
Il tweet incriminato di Loan Torondel

646 casi di abusi di potere e violenze di svariato genere contro i volontari sono stati registrati e denunciati da Help Refugees a Calais tra novembre 2017 e giugno 2018. In alcuni periodi l’uso dei lacrimogeni, in particolare durante gli smantellamenti degli accampamenti, è all’ordine del giorno. I cambiamenti di registro, di tono e di modus operandi delle autorità di polizia dipendono anche dal fatto che ogni tre settimane le compagnie della celere a Calais sono sostituite per intero. Difficile avere il tempo di capire, in così poco tempo, il perché delle proprie azioni, il perché dello sgomberare ogni giorno per poi ritrovarsi le stesse persone, nello stesso posto, a distanza di sole quarantotto ore. 

Cosa rimane ai migranti a Calais e degli immigrati in Europa 

Ansia, stress psicologico continuo, violenze fisiche e desolazione. Ma anche forza e determinazione: senza questa, non sarebbe possibile vivere in queste condizioni, con la sola richiesta, apparentemente banale, di poter avere una vita migliore dall’altra parte della Manica. Sono persone forti, molto più forti di me, di noi, di voi. La vulnerabilità non coincide con la debolezza.

Tuttavia, finché la realtà di queste condizioni continuerà a passare in sordina, nel silenzio più totale sia in Francia che in Europa, c’è chi ancora potrebbe erroneamente avere l’illusione che in questo continente i diritti siano riservati a tutti e tutte. Gli immigrati in Europa per essere accettati devono vivere nell’ombra, soprattutto in periodi come questi. Ed è per questo che fa sempre bene, oltre ogni retorica, ricordare che un essere umano non può e non deve vivere nascosto per colpa della legge.

È ciò che in effetti bisogna andare a spiegare a M., che con lo sguardo perso (a dir poco) dice: “Sai, io ho 52 anni e una famiglia a casa; loro non sanno che sono vivo, non possono saperlo perché sennò i combattenti me li ammazzano tutti. Ogni due giorni mi alzo all’alba con gli altri per scappare dalla polizia, col terrore di lasciare le mie poche cose nella tenda e vederle scomparire… Sono scappato fino in Europa per andare in Inghilterra, mi sono informato, sono un avvocato e ho sempre saputo e creduto che questa fosse la terra dei diritti umani, cioè dei diritti per tutti gli uomini. Però, insomma, però… Tu questa la chiameresti vita?

Lorenzo Ghione

2 Commenti

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here