Crisi di governo: cosa accade ora - Giuseppe Conte, Mario Draghi
Fonte immagine: Wikimedia Commons/Getty Images

Per alcuni esperti era solo una questione di tempo, per altri, invece, è solamente fumo. Fatto sta che è molto probabile che l’Italia ripiombi, a distanza di un solo anno, nell’ennesima crisi di governo. La seconda di questa legislatura che si registra in estate, dopo quella dell’ormai celeberrimo Papeete, in cui Matteo Salvini in costume annunciò la rottura dell’alleanza con il Movimento Cinque Stelle, aprendo le porte al secondo governo Conte e all’avvicinamento dei grillini ai democratici. Questa volta, però, ad aprire le danze è stato Giuseppe Conte, o meglio il rifiuto del suo partito di votare il decreto Aiuti alla Camera e anche al Senato. Ma il provvedimento del banchiere è soltanto l’ultima ragione per cui il M5S si è smarcato dal governo di Mario Draghi, il quale con le sue dimissioni (poi rifiutate da Mattarella) ha aperto di fatto una crisi di governo.

Le tensioni all’interno e all’esterno del partito sono abbastanza datate, il culmine però è stato raggiunto nelle scorse settimane in seguito a una serie di contraccolpi che hanno interessato il partito di Giuseppe Conte. Innanzitutto il pessimo risultato alle amministrative dello scorso giugno, le quali hanno in messo in serio dubbio la tenuta della formazione politica guidata dall’avvocato, accusato dallo stesso Di Maio di aver provocato la debacle elettorale del Movimento.

Un altro movente è sicuramente quello della scissione interna del gruppo del Ministro degli Esteri, il quale nelle ultime ore sta rincarando la dose accusando “i dirigenti” del M5S di irresponsabilità, scegliendo di provocare la crisi dell’esecutivo per “raccattare voti nei prossimi 9 mesi”. Infine c’è la famigerata telefonata tra Beppe Grillo e Mario Draghi, riportata dal sociologo vicino al Movimento De Masi su Il Fatto Quotidiano. I contatti tra il garante e il banchiere sarebbero avrebbero avuto al centro il futuro di Giuseppe Conte e della sua leadership, dato che il secondo avrebbe chiesto al primo di seguire Di Maio e boicottare Conte.

Come si evince dal breve riassunto, i grillini vivono in un limbo, tra il sostegno forzato al governo Draghi e la tentazione di passare dall’altro lato della barricata per recuperare una parte del consenso perduto per le prossime elezioni politiche. Ma c’è di più. Negli ultimi giorni, Giuseppe Conte aveva presentato una lettere contenente alcune richieste al governo dell’ex BCE, tra le quali spiccano il rinnovo del Superbonus, il potenziamento del reddito di cittadinanza per combattere la povertà crescente a causa della crisi energetica e la cancellazione di una norma contenuta nel decreto Aiuti inerente la costruzione di un termovalorizzatore a Roma per i rifiuti. Si vocifera che Draghi abbia respinto alcune delle suddette richieste, cercando di rielaborarle e rilanciarne di nuove (tipo il salario minimo) per evitare una rottura definitiva. I grillini hanno ritenuto insufficiente la risposta del banchiere.

Cosa accade ora

Seppur Giuseppe Conte abbia più volte ribadito che non votare la fiducia sul decreto Aiuti al Senato non significherebbe uscire dalla maggioranza di governo, questa mossa ha spinto molti dirigenti e parlamentari del M5S a spingere affinché il partito passi all’opposizione. Il momento è propizio, secondo alcuni. D’altro canto, il Partito Democratico, che per giorni ha taciuto sulle beghe interne alla maggioranza di Draghi, nelle ultime ore ha alzato il tiro sostenendo, per bocca del segretario Letta, che il tiro mancino di Conte potrebbe mettere a rischio il futuro della loro alleanza. Non si sa quanto queste parole possano realmente incidere sulle intenzioni, presenti e future, dei grillini.

A livello di numeri, l’uscita di scena dei grillini dal governo non mette realmente a rischio Draghi, il quale potrebbe continuare a reggersi, seppur con difficoltà, grazie al supporto della Lega e del Partito Democratico ma, alcuni retroscenisti, hanno affermato che in realtà il banchiere sarebbe stufo dei diktat e dei partiti ed eventuali e benevole concessioni a qualsivoglia partito potrebbero spingere le altre formazioni della maggioranza a chiedere sempre di più e a minacciare, di conseguenza, la stabilità dell’esecutivo. In queste ore si sostiene che Draghi e il suo entourage stiano già lavorando alla prossima legge di bilancio per evitare di farsi cogliere impreparato in caso di sorprese nel prossimo autunno. Nonostante ciò, è stato lo stesso banchiere ad annunciare, in una conferenza stampa, che l’uscita dei grillini dalla maggioranza si sarebbe tradotta nella fine della sua esperienza di governo.

Nel caso in cui questo scenario dovesse diventare reale, cosa potrebbe accadere? Gli scenari sono diversi. Il provvedimento viene approvato perché comunque avrà i voti necessari, ma Draghi interpreterà la decisione dei grillini come un’uscita dalla maggioranza. Di conseguenza il banchiere opta per la prima mossa utile, cioè quella di recarsi dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per rassegnare le sue dimissioni.

È lo scenario che si sta verificando proprio in questo momento. Draghi ha rassegnato le sue dimissioni ieri sera, durante un Consiglio dei Ministri. Per ora Mattarella le ha rifiutate, invitando il Presidente del Consiglio a parlare davanti alle Camere, per parlamentarizzare i problemi dell’esecutivo. Si vocifera che Draghi si recherà in Parlamento il prossimo mercoledì. Di conseguenza la crisi resta congelata fino alla prossima settimana.

Il secondo scenario interverrebbe nel caso in cui Mario Draghi decidesse comunque di lasciare la carica. Alcuni leader di partito (come Renzi) hanno affermato che sarebbe possibile fare un governo senza grillini mantenendo il banchiere come capo del governo. Questo, oppure le elezioni.

A questo punto il quesito da porsi è chiaro: cosa farà Mario Draghi? Diversi giornalisti sostengono che l’esperienza governativa del banchiere sia sostanzialmente finita e il rifiuto dei grillini di votare la fiducia sul decreto Aiuti potrebbe essere la famigerata “goccia che fa traboccare il vaso“. I giornalisti provano a giustificare questa posizione sostenendo che se Draghi dovesse fare finta di nulla, ignorando quindi la scelta di Conte, dal giorno dopo tutti i partiti si sentirebbero legittimati a votare “soltanto ciò che più gli aggrada”. Di conseguenza il governo sarebbe paralizzato. Dal Quirinale, invece, arrivano altre notizie e sensazioni: secondo Mattarella, la crisi sarebbe gestibile e l’ipotesi di chiedere un voto di fiducia slegato da provvedimenti potrebbe essere la soluzione giusta per responsabilizzare i partiti.

Cosa pensano i partiti? Se la posizione dei grillini appare più o meno chiara, nel centrosinistra lo è un po’ meno. Il PD ha avvertito Conte delle conseguenze di una crisi di governo, ma non si sa quanto queste minacce possano funzionare. Inoltre, Enrico Letta non ha nemmeno una posizione chiara su cosa potrebbe accadere dopo, con Draghi e un’eventuale campagna elettorale per prepararsi alle elezioni anticipate.

Il centrodestra dal canto suo, ha già cominciato a parlare di elezioni (in particolare Salvini e Meloni). Fratelli d’Italia, che sta all’opposizione, avrebbe solo da guadagnarci, cercando di capitalizzare il consenso prima che sia troppo tardi. Diversa è la situazione della Lega, che perderebbe il primato nella coalizione, cedendo la sua leadership a Giorgia Meloni. In molti concordano, però, che una buona campagna elettorale da parte del leghista, il quale insisterebbe sicuramente sulle conseguenze della difficile situazione economica, potrebbe ridurre il divario – abbastanza ampio – tra il suo partito e quello della sua alleata.

Forza Italia, invece, è uno dei maggiori sostenitori del governo Draghi, tanto da ritenere che l’esecutivo debba andare avanti anche senza M5S. In caso di elezioni anticipate, Berlusconi punterebbe la sua campagna elettorale sulla “responsabilità”, cercando di smarcarsi e di coordinare le sue istanze da quelle dei suoi alleati, da cui non può prescindere.

In sostanza, è molto probabile che l’estate politica italiana potrebbe aprirsi con uno dei suoi classici: una crisi di governo. Le prossime ore saranno decisive per comprendere quale direzione prenderà la legislatura a pochi mesi dalle Politiche.

Donatello D’Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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