Sto pensando di finirla qui di Kaufman fonte: cinematographe.it

«Alle persone piace pensare di essere come punti che si muovono attraverso il tempo. Ma io credo che probabilmente sia il contrario. Noi siamo fermi e il tempo passa attraverso di noi soffiando come il vento freddo, rubandoci il nostro calore, lasciandoci screpolati e congelati». Riportare un passo del film in questione è solo un assaggio per analizzare la profondità e la visionarietà di un regista che offre alla storia di quest’arte un gioiello inestimabile. Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending Things) è la pellicola diretta e scritta dal brillante Charlie Kaufman (Oscar alla miglior sceneggiatura originale nel 2005 per Se mi lasci ti cancello di Gondry) e prodotta da Netflix, sulla cui piattaforma è stata distribuita a partire dal 4 settembre 2020. L’opera è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Iain Reid, noto per la particolarità narrativa che Kaufman riesce egregiamente a tradurre in linguaggio cinematografico; un linguaggio assolutamente non subordinato alla matrice originale, ma creatore di contenuti artistici che pullulano di autorialità. Grazie al suo particolarissimo stile onirico, straniante, metafisico e metanarrativo il regista accompagna lo spettatore durante un’esperienza unica e destabilizzante, facendo di Sto pensando di finirla qui la pellicola (sino ad oggi) più autorevole del 2020.

*Nella recensione ci saranno spoiler. Si consiglia la visione del film prima della lettura.

Di cosa parla Sto pensando di finirla qui di Kaufman

Sto pensando di finirla qui è l’incipit del monologo interiore con cui si apre il film: «Sto pensando di finirla qui. Una volta che arriva il pensiero resta lì. E si attacca. Persiste. Spadroneggia. Non c’è molto che io possa fare…». Sono i pensieri di Lucy a parlare (Jessie Buckley). La “protagonista” è in attesa del suo ragazzo Jake (il grandissimo Jesse Plemons) per conoscerne i genitori. Iniziato il viaggio in macchina, i due fidanzati discorrono di varie tematiche, da quelle più umili a quelle alte e filosofiche: il dialogo, spesso interrotto da sprazzi interiori della melanconica protagonista che ripete a sé stessa di “finirla qui” (la relazione o la vita?), si presenta come un vero e proprio trattatello saggistico ricco di riferimenti culturali, artistici e non. I dubbi personali sui rapporti umani e sull’esistenza dell’uomo si riflettono in uno scambio pindarico di questioni sull’etica sociale, sul rapporto tra arte ed estetica, sul destino ineluttabile dell’essere umano…

Il taglio stilistico di Kaufman

Sto pensando di finirla qui di Kaufman
Lucy ed il padre di Jake. fonte: kingstonist.com

Arrivati i giovani a destinazione, la sublime sceneggiatura di Kaufman si arena sul terreno propriamente drammatico per approdare a quello orrorifico perché «la vita può essere brutale in una fattoria». Grazie ad una lucida e perfezionistica regia, lo spettatore avverte un distacco netto ed inquietante: qui sta per iniziare (e non finire) qualcosa. La macchina da presa si muove con lente carrellate e si stabilizza in inquadrature distorte e stranianti dipinte dalla fotografia a colori pallidi del maestro Łukasz Żal (note le sue collaborazioni con Pawlikowski). L’incontro con i genitori di Jake (interpretati da Toni Collette e David Thewlis) è inquietante ed ansiogeno. Mentre si svolge la cena, la pellicola mostra una normalissima giornata di lavoro di un bidello di un liceo (Guy Boyd) già precedentemente presentatoci, che si conclude con la visione di una commedia romantica firmata Robert Zemeckis. Infatti, attraverso un gioco metacinematografico, sullo schermo appaiono i titoli di coda di quel film. Con il successivo taglio, l’opera diventa inquietante, alienandosi dalla logica lineare che aveva in precedenza elaborato: Lucy è vestita in un altro modo, i genitori di Jake hanno un aspetto leggermente diverso, mentre Jake non è cambiato. Sto pensando di finirla qui entra in una dimensione onirica con Lucy/Louisa/Lucia che attraversa, come “il vento freddo“, le fasi temporali della vita dei genitori di Jake, che non muta. Dopo averlo convinto a riportarla a casa, segue una lunga scena in macchina speculare a quella dialogica del viaggio iniziale. Tuttavia la scena è più concitata grazie all’elemento onirico (si pensi alla scena thriller in cui i protagonisti si fermano durante la tormenta di neve per prendere un gelato) ed offre chiavi di lettura per interpretare l’ambiguo finale.

sto pensando di finirla qui, una scena del film

Kaufman e la psiche

«È tutta una bugia! Che andrà meglio; che non è mai troppo tardi; che Dio ha un piano per te; che l’età è solo un numero; che è sempre più buio prima dell’alba; che dietro a ogni nuvola c’è un maledetto raggio di sole; che c’è qualcuno per tutti noi e che Dio non ti dà più di quanto puoi sopportare» urla in lacrime Jake. Decide quindi di riprendersi dallo stress passando per il suo vecchio liceo. I due fidanzati si riappacificano, ma nell’istante in cui si baciano, Jake intuisce che il bidello li sta spiando. Infuriato, il ragazzo vuole fare i conti con l’operatore e lascia Lucy in macchina, la quale poco dopo va a cercarlo tra i corridoi della scuola, ritrovando solamente il bidello. Dal dialogo tra i due si intuisce che tutto ciò che lo spettatore vede non è reale e si conclude con una performance teatrale di danza estremamente simbolica tra due ballerini che impersonificano i due giovani fidanzati. Il sogno svanisce e il regista Kaufman depista le aspettative dello spettatore invertendo il piano narrativo dell’opera: il personaggio principale non è una ragazza esistenzialista che vuole farla finita, ma il bidello Jake che rimpiange un’esistenza perduta. Ciò che sembrava secondario è invece il perno creativo della storia: un capolavoro postmoderno diretto in formato 4:3 che offre la sensazione di un viaggio mentale (in contrapposizione al widescreen del film visto dal bidello). Lucy, la quale rappresenta ciononostante una dissacrante critica al consumismo e all’alienazione dell’uomo contemporaneo, è simbolo di una vita pienamente non-vissuta fatta di decisioni mancate (così come il numero di telefono di Lucy durante il primo incontro mai avvenuto). Jake ha trascorso gli anni della sua gioventù con abulia, ed ora da «porco mangiato dai vermi» gli resta solo il sogno.

La luce celeste di Wordsworth

Il film si conclude con un’ultima visione sublime (forse l’ultima prima di finirla qui): Jake, nel mezzo della sua vita, riceve il Premio Nobel per la fisica. Ad assistere al suo discorso di ringraziamento vi sono le persone a lui più care, ma il trucco per farli invecchiare è così di bassa qualità da rendere evidente la finzione mentale dell’evento. Prima di intonare Stanza Solitaria tratta dal musical Oklahoma! ricca di parole di speranza, Jake ringrazia tutti constatando che «È solo nelle misteriose equazioni dell’amore che si può trovare una logica o una ragione. Io sono qui stasera solo grazie a te. Tu sei la ragione per cui esisto. Tu sei tutte le mie ragioni». Se non c’è niente di più raro in un uomo che un atto di sua propria volontà, è proprio alla fine che egli forse la ritrova, gioendo della bella giovinezza ormai salutata e dissolvendosi nella luce celeste che tanto ricorda i versi romantici e nostalgici dell’Ode Immortale del poeta inglese Wordsworth (già citato durante il viaggio):«C’è stato un tempo nel quale (…)/ la Terra e ogni comune visione / a me parevan / rivestite di luce celeste (…) / Ma quel che vidi, ora non lo scorgo più»

Luca Longo

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