Il populismo ha già vinto le elezioni europee, grazie ai suoi avversari
Banksy, Dover

Le elezioni europee si avvicinano, e il successo su scala continentale del populismo, formula politica dalla fortuna sempre in ascesa, pare ormai inevitabile. In verità l’anno appena trascorso, che ha visto le forze populiste per la prima volta alla prova del governo o quantomeno della centralità politica, dovrebbe aver concluso il ciclo della luna di miele con gli elettori: scandali, radicalismo, incompetenza diffusa, promesse disattese, dal disastro Brexit ai primi mesi del Governo Lega-M5S, qualcosa, parlando di consenso politico presso l’opinione pubblica, potrebbe (o dovrebbe?) essersi spezzato.

Eppure non è così. Il populismo non si dissiperà repentinamente, quasi per incanto, come un incubo da cui svegliarsi. E ciò non avverrà nemmeno alla prova di risultati di governo non esaltanti. Perché? Basta affidarsi alla radice etimologica del termine: che sia inteso positivamente o negativamente, esso si riferisce alle forze politiche che si propongono direttamente quali portavoce del popolo, de-costruendo la complessità delle mediazioni e offrendo il massimo grado possibile semplificazione.

Se questa purezza è già di per sé una formidabile caratteristica di seduzione elettorale, le fortune dei populismi si fondano soprattutto su un elemento esterno: l’impreparazione, a loro volta, dei suoi avversari.

Elezioni (anti)europee?

Le Elezioni Europee del maggio 2019, la prime in ordine cronologico dal diramarsi delle pulsioni centrifughe dei partiti populisti ed euro-scettici, assumono un valore che ogni osservatore politico definisce cruciale per il futuro del continente, più che mai incerto: non è precipitoso o inadeguato affermare che la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea dipende dall’esito delle consultazioni.

Le rilevazioni demoscopiche circa la composizione del futuro Parlamento Europeo, come sintetizzate da Poll of Polls, raccontano di un populismo in piena espansione, ma soprattutto prossimo all’egemonia culturale: si presenterà diviso tra diversi eurogruppi, da ENF, a EFDD, ma influirà su tutti gli altri.

A subirne il fascino, saranno soprattutto i gruppi Conservatori e Popolari, basti pensare rispettivamente alla Polonia di Kaczyński o all’Ungheria di Orban, in realtà veri antesignani della destra populista. Ma il metodo e la prassi populista è riuscita a contaminare anche settori della sinistra radicale, da Die Linke a La France Insoumise, a conferma della sua alta permeabilità. Quello che è certo è che il populismo può coltivare legittime aspettative di essere maggioranza in Europa, sommando tutte le sue declinazioni, anche profondamente differenti.

Fredrick Florin/AFP, Getty Images

Eppure gli ultimi dati di Eurobarometro, l’istituto di ricerca statistica europeo, indicano che il 62% dei cittadini europei valuta positivamente la presenza nell’UE: gli europeisti sono ancora la maggioranza praticamente ovunque, pur con significative differenze nazionali, ma coesistono con il successo della retorica e dei contenuti delle formazioni populiste.

Una contraddizione che non fa altro che ribadire quanto non siano tanto le istituzioni comunitarie in sé a mostrare un deficit di consenso, quanto piuttosto chi si propone di rappresentarle e di “proteggerle”.

Paese che vai, populismo che trovi

Se queste elezioni europee saranno indubbiamente l’occasione per saggiare uno “stato dell’Unione”, innanzitutto rappresenteranno nello specifico la composizione dei singoli quadri politici nazionali.

Seppur divisi da interessi, visioni e strategie che appaiono oggi più che mai poco conciliabili, i paesi europei vedono combattersi al loro interno la stessa battaglia: quella tra il populismo nazionali e i suoi nemici. Certo, una semplificazione che non rende giustizia alla complessità dei differenti contesti, ma che può essere tradotta in modo ancora diverso per essere pienamente esplicativa: lo scontro tra il populismo e la classe dirigente che l’ha preceduto.

L’Italia è l’esempio perfetto: la pessima prova del Centrosinistra liberale al governo e un lungo ventennio di promesse disattese, di mal costume e mal governo, e di erosione della fiducia nelle istituzioni, sono sfociate naturalmente nel trionfo di un conclamato “bipolarismo populista” alle ultime elezioni politiche.

Lega e Movimento 5 Stelle si sono poi uniti nell’abbraccio del “governo del cambiamento”, che fonda il proprio gigantesco consenso popolare (vicino al 60%) non tanto sui risultati di un’azione politica quantomeno controversa e claudicante, quanto piuttosto sulla perdurante mancanza di un’opposizione che, confusa ed ancorata al passato, fatica a ricostruire la sua credibilità.

Quest’ultima non si recupera semplicemente affannandosi alla ricerca di “nuovi volti”, ma interrogandosi invece sui contenuti politici che essi portano avanti. Il caso della Francia è eloquente: l’enfant prodige del liberalismo europeo, Emmanuel Macron, ha conosciuto la parabola ascendente e poi discendente forse più repentina della storia della politica francese.

Riproponendo in chiave marcatamente riformista le politiche liberali dei governi precedenti, e fallendo nel sostenere le enormi aspettative maturate in campagna elettorale, ha finito per essere schiacciato anch’egli da due forze “diversamente” populiste. Da una parte la madrina del populismo di destra europeo, Marine Le Pen, ha avuto buon gioco nel recuperare consensi: il suo Rassemblement National è primo partito con diversi punti di distacco da “En Marche!”, e farà probabilmente incetta di europarlamentari.


IP3 PRESS, MAXPPP

Dall’altra l’ingombrante presenza dei Gilet Gialli, un movimento populista composito e trasversale, diverso da tutti gli altri, ed espressione di pressanti domande sociali lasciate inevase dall’Eliseo, che viene giudicato con favore dal 60% dei cittadini d’oltralpe. Questo consenso, qualora il movimento si presentasse effettivamente alle elezioni europee, si tradurrebbe nel 12% dei suffragi secondo l’ultima rilevazione Ipsos.

Anche per la ricca e prospera Germania è tempo di populismo: l’era Merkel si è conclusa tiepidamente, con risultati elettorali ben poco esaltanti per il partito della cancelliera, la CDU.

Nonostante anni di governo positivi per i diritti sociali e civili e per l’economia tedesca, la formula politica della Große Koalition è invecchiata rapidamente e non ha tenuto il passo dell’elettorato: l’insieme di timori legati alla sicurezza, le recenti difficoltà economiche, e più in generale le inquietudini scaturite dalle trasformazioni della società tedesca, hanno colto impreparati i partiti tradizionali, portando ad un’inaspettata migrazione elettorale verso il populismo di destra di AfD, ma anche verso la Sinistra dei Verdi. Secondo tutte le rivelazioni, entrambi si ritroverebbero in una forbice tra il 15% e il 20% dei consensi, apprestandosi a minacciare l’egemonia del principale partito di governo, ai suoi minimi storici.

Ciò mette in luce quanto i partiti tradizionali, liberal-conservatori o liberal-progressisti che siano, anche se rinnovati o con alle spalle buoni risultati di governo, non siano in grado di entrare in sintonia con la società e con gli elettori, e di elaborare e proporre visioni politiche soddisfacenti e adeguate per il futuro. A fare la differenza restano però i risultati della concreta azione politica: in definitiva, maggiore è la qualità della classe dirigente liberale e delle sue esperienze di governo, minore è la forza del populismo.

Il populismo ha già vinto?

Il populismo è, ad oggi, una formula politica e mediatica efficace e seduttiva, che ha fagocitato la protesta e l’opposizione allo status quo, costringendola alle sue logiche politiche e mediatiche, e che prolifera sulle ceneri dei fallimenti della politica e delle istituzioni. Contrapporvi risultati di buon governo sul lungo periodo e costruire alternative politiche credibili è l’unica possibilità concreta di depotenziarne la diffusione.

A portare avanti questa difficile operazione politica non potranno essere certo le vecchie classi dirigenti (e chi ne ripercorre il solco), ossia coloro che non hanno saputo garantire sicurezza, lavoro e progresso come le forze liberali e socialdemocratiche. Le realtà più virtuose della Sinistra di governo (dal Portogallo alla Spagna) si qualificano come argine più efficace al populismo, ma tuttavia, per il momento, non sembra esserci partita, elettoralmente parlando.

Il percorso che conduce alle prossime elezioni europee sarà breve: i populisti hanno una visione politica del mondo chiara, un legame con il sentire e le pulsioni dell’elettorato, un’organizzazione tecnica e mediatica superiore a quella dei propri avversari. E soprattutto hanno, per ora, il beneficio del dubbio. Si tratta solamente di sincerarsi della reale portata di questo ormai inevitabile successo. A seconda delle sue effettive dimensioni, si comprenderà se le restanti forze politiche avranno modo di farsi vera alternativa al populismo.

Luigi Iannone

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Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e laureando in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica. Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.