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Sabato 20 gennaio è ripartita la stagione del Teatro dei 99 a l’Aquila con lo spettacolo
Zero a Zero” della scrittrice e comica pugliese Daniela Baldassarra, uno spirito solare dal raro talento: far ridere con tematiche impegnate. Una combinazione vincente di umorismo e riflessione. Un’artista che, con il suo monologo/ sproloquio, evidenzia con ironia le differenze di genere, un discorso apparentemente incoerente e inconcludente che racconta, con un linguaggio tagliente e irriverente, la “guerra dei sessi”, l’incomunicabilità tra uomini e donne e le loro conseguenti solitudini. Protagonista una donna: moglie delusa, casalinga frustrata, madre mancata, femme fatale improvvisata. Co-protagonisti ovviamente gli uomini, con le loro manie, e schiavi dei loro pregiudizi.

Ma, al di là delle apparenze, la morale più profonda di questo spettacolo si nasconde nell’idea di complementarietà e di amore.

«Io da anni mi occupo della violenza sulle donne declinata in tutte le sue sfaccettature, quindi non solo violenza intesa dal punto di vista sessuale e fisico, ma anche violenza relativa alle parole, ai pregiudizi, violenza psicologica. La violenza ha mille sfaccettature purtroppo. Lo stereotipo è una delle cause principali di tantissime forme di violenza perchè ha a che fare con dei clichè culturali molto radicati in noi che sono difficlissimi da estirpare e che contribuiscono a mantenere una cultura prettamente maschilista e patriarcale. Affrontare il tema degli stereotipi significa mettere uomini e donne davanti ad uno specchio, ovviamente io lo faccio con leggerezza attraverso la comicità in modo che nessuno abbia paura di questo specchio e di quel che vede. C’è chi si ferma alla risata e chi attraverso la risata può avviare una sorta di processo di catarsi e riflessione su se stesso e i propri limiti e sulle differenze di genere che creiamo noi, ma che in realtà nell’equilibrio naturale della vita non dovrebbero esistere perchè tutte le nostre radici culturali, religiose ci tramandano un concetto di parità. Le differenze che creano allontanamento vengono da noi e su questo si potrebbe e dovrebbe intervenire» spiega la regista.

 «Sono in un momento di evoluzione rispetto ad una convizione. All’inizio pensavo che le differenze di genere fossero causate dagli uomini ed invece nel corso della mia vita e nell’ambiente con cui mi relaziono, nella quotidianità, ho capito che il più grande nemico delle donne sono le donne. Come ha detto un famoso premio Nobel: il maschilimo viene creato dagli uomini,ma praticato dalle donne. Ed è vero perchè le donne sono nemiche delle altre donne. Non abbiamo capacità di solidarietà o empatia con le altre donne. Siamo tutte malate della sindrome “dell’ape regina” e vogliamo tutte primeggiare e per fare questo siamo disposte a tutto anche in relazione alle altre donne. Gli uomini che guardano questo dall’esterno, non fanno altro che percorrere un cammino già tracciato dalle donne. Perchè se siamo noi le prime a dare l’impressione di non credere in ciò che predichiamo ossia la parità di diritti e genere e siamo noi le prime ad essere maschiliste gli uomini dovrebbero comportarsi diversamente?» analizza con estrema sincerità la Baldassarra.

La scelta della regista di trattare questo tema forte con la comicità viene dalla constatazione, confessa, che il linguaggio drammatico innalza muri per lo spettatore che non ha voglia di accostarsi a certi temi o ne ha paura. Al contrario, con un’impostazione comica, quasi inconsciamente e con leggerezza, è portato alla riflessione e alla scoperta dell’empatia, in una risata, con lo stesso sconosciuto che gli siede accanto e che assiste al su stesso spettacolo.

Che soluzione ci propone Daniela Baldassarra? Come si può superare il conflitto uomo-donna che purtroppo agli estremi si fa inchiostro per i giornali di cronaca? Si deve tornare ai sentimenti, dice la regista, perchè spesso la partita tra uomini e donne è una partita senza emozioni. È giusto che, in ogni caso, ci sia uno scontro con un vincitore ed un perdente o è giusto che siano entrambi vincitori? Tornare ai sentimenti è la risposta. Ma nella corsa quotidiana siamo distratti dai sentimenti, non ce li concediamo quasi mai. Riflettiamo solo (e forse) a fine giornata, quando tornano alla mente le immagini più importanti, accettando solo in parte di ascoltarci.

La nostra psiche è un palcoscenico dai tanti personaggi, che spesso non conosciamo e proiettiamo fuori da noi stessi. Assistere ad uno spettacolo teatrale può attivarli e dar loro voce. Se ci ponessimo in ascolto, ci renderemmo conto che in ogni donna c’è una componente maschile a livello psichico e viceversa. Riconoscere e conoscere il polo di genere opposto al nostro, permette una funzionale mediazione ed accettazione. Del resto a livello biologico abbiamo geni del sesso opposto seppur in quantità numerica inferiore.

Anche nella cultura orientale troviamo questa concezione doppia nello Yin e Yan, maschile e femminile la cui unione dà il Tao, la perfezione. Molte entità, inoltre, figurano come ermafrodite anche nella mitologia greca: Ermafrodito, il figlio di Afrodite e Ermes, fusosi con una ninfa; Tiseria, il cieco indovino che, in un ciclo sequenziale, fu uomo e donna.

Proveniamo tutti dallo stesso inconscio collettivo che ci è stato tramandato da miti e religione attraverso tempo e spazio e che dovremmo rivivere nel contemporaneo riscoprendo una nostra base genetica comune al singolo quanto al complesso chiamato umanità. Ogni cosa contiene ed ha il suo opposto in una dimensione di equilibrio perfetto.

Non sapete come la teoria degli opposti funzioni? Vi chiedete come mai abbiate scelto proprio lui o perché lei vi abbia fatto perdere la testa?

Jung spiega così la sua psicologia dell’amore: sempre attraverso l’Animus e l’Anima insiti in noi. Quella che noi pensiamo essere una normalissima relazione di coppia, si rivela un piccantissimo menage a quatre, dove esiste un uomo con la sua Anima e una donna con il suo Animus. Per incontrare realmente l’altro, ogni uomo dovrebbe prima integrare la propria parte femminile e ogni donna la propria parte maschile.

Pensate che bello. Si eviterebbero inutili e logoranti proiezioni, aspettative deludenti e problemi di identità che ci portano a vivere sempre le stesse storie, come frammenti di un film andato in replay. Potremmo colmare il solco che divide uomini e donne e potremmo chiudere la partita con un bel “zero a zero”.

Valentina Di Fonzo

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