rinascimento storia arte Artonauti le figurine dell'arte rinascimento

«Reintrodurremo la storia dell’arte nella scuola italiana» è stata una dell’aleatorie promesse del Pd al tempo dell’approvazione della Buona Scuola (2015) di contrappasso al Decreto dell’ex ministro Gelmini che, di fatto, ne ridimensionava drasticamente la presenza all’interno dell’orario scolastico. La realtà dei fatti fu subito chiara in sede della seconda stesura, definitiva, del disegno di legge: le ore non furono reintegrate ma, anzi, l’ambito storico-artistico ancora una volta era vittima designata di drastici tagli.
In una nota del 19 aprile 2018 il Miur diffondeva la bozza del nuovo palinsesto scolastico del primo biennio degli indirizzi di studio dei percorsi d’istruzione professionale: di storia dell’arte neanche l’ombra.
Da allora, solo omertà.
Nel tacito assenso crescono generazioni che, al liceo, non sentiranno più parlare del colonnato di Bernini, seguito dalle perfette linee marmore regalateci dal genio di Michelangelo e dai giochi di luce creati da Caravaggio. Generazioni ignare, probabilmente, dell’effetto Stendhal al cospetto dell’arte.
Proprio nell’ottica di una nuova prospettiva educativa, nasce l’iniziativa socio-culturale di avvicinamento all’arte, che combina l’indimenticata idea dell’album da collezione – alla base dell’impero Panini – con il mondo delle arti e dei grandi autori: Artonauti. Le figurine dell’arte sarà in edicola dal 15 marzo al costo di 3 euro (insieme all’album, subito in regalo 3 pacchetti di figurine). Un intrigante viaggio che ha inizio dai graffiti preistorici delle grotte di Lascaux fino alle Avanguardie del Novecento, passando attraverso l’esoterico mondo d’Egitto, la classicità greca, l’incontrastata forza dell’Impero Romano e il Medioevo, senza tralasciare Rinascimento, Barocco, Neoclassicismo, Impressionismo ed Espressionismo.

Aspettando la primavera, la rubrica Lettere in Soffitta ha deciso di omaggiare la storia dell’arte ripercorrendo il fiorente periodo del Rinascimento, noto momento di crescita artistica sviluppatosi in Italia tra il XV e i primi anni del XVI secolo.
Nella speranza di una ritrovata consapevolezza italiana che riporti alla mente l’indiscussa importanza di un sapere settoriale per una nazione che fonda il proprio orgoglio – patriottico e storico – sul patrimonio artistico che la contraddistingue.

Il primo a formulare il concetto di rinascita fu Giorgio Vasari (1511-1574), pittore, architetto e autore del trattato “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori” (pubblicato nel 1550 da Torrentini). Offrendo un valido esempio di genere letterario biografico, Vasari rappresenta un punto fermo per la storiografia artistica italiana, indicando come momento di rinnovo quell’arco temporale che va da Giotto a Michelangelo, grazie al quale si dice raggiunta la perfezione.

Il Rinascimento riparte dalla storia e dal passato e, per quanto concerne l’architettura e la scultura, si ritrova nelle linee pulite ed eteree dei modelli d’arte classica. Abbandona la parentesi barbarica del Medioevo per abbracciare una nuova armonia dei sensi: il focus è sul ruolo dell’uomo nel mondo, una visione antropocentrica che si traduce in un’attenzione al dettaglio anatomico. Si formula una prospettiva lineare centrica che riordina lo spazio in modo unitario. Si rifiutano i ridondanti arzigogoli decorativi per promuovere una chiara adesione all’essenzialità.

Le arti liberali furono, dunque, simbolico sfoggio della rilettura applicata alla tradizione, impreziosita da dimensioni matematico-geometriche: subentrano la prospettiva e lo studio delle proporzioni del corpo umano; il metodo classico comincia a nutrirsi dell’interesse per il reale, tradotto sia in indagine psicologica che in rappresentazione del quotidiano. I tre maestri indiscussi della prima fase del Rinascimento italiano sonoBrunelleschi per l’architettura, Donatello per la scultura e Masaccio per la pittura.

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Con Brunelleschi (1377-1446) si fece avanti la figura dell’architetto in senso moderno, ossia decisivo sin dalla fase progettuale. Ripropose gli ordini architettonici classici e l’uso dell’arco a tutto sesto, semplificando le linee e riducendo l’impiego delle decorazioni (congeniale in tal senso fu la grigia pietra serena, naturalmente in risalto sulle pareti chiare).
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A Donatello (1386 – 1466) si deve la messa a punto dello stiacciato, una tecnica scultorea che consente di realizzare un rilievo con variazione variabile a partire dal fondo, calante in modo graduale dal primo piano allo sfondo al fine di creare l’illusione ottica della profondità.
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Vasari definisce i soggetti di Masaccio (1401 – 1428) «figure vivissime e con bella prontezza a la similitudine del vero»: un’arte maturata dalla lezione di Giotto sulla sintesi volumetrica unita alla visione prospettica impartita da Brunelleschi e impiantata sul concetto di forza plastica trasmesso da Donatello.

Il Cinquecento porta con sé, invece, diverse fratture nate dalla storia: la Riforma protestante, la conseguente Controriforma cattolica e la perdita dell’equilibrio politico, richiamo per le mire espansionistiche degli eserciti stranieri. Una profonda scossa che si ripercuote sull’arte: molti sono gli artisti influenzati da questo momento di forte instabilità che lascia barcollare il concetto di homo faber fortunae suae.
Sandro Botticelli (1445-1510) ne offre un chiaro esempio: la Calunnia, dipinto allegorico, segna il momento di irreparabile crisi dell’autore che, impeccabile nei dettagli architettonici e nello sviluppo della trama, rende alto il livello di drammaticità focalizzandosi sul contesto mitologico in cui risuona, prepotentemente, l’assenza di giustizia.

L’indiscusso genio del panorama intellettuale di XV e XVI secolo, è Leonardo da Vinci (1452 – 1510), inventore, artista e scienziato. Nella pittura si distinse per l’utilizzo della prospettiva aerea (applicata nei suoi capolavori la Gioconda e la Vergine delle Rocce), dello sfumato e per il ricorso alla tecnica ad olio, in particolar modo nei ritocchi. Per primo in Europa studiò un modo che permettesse di proiettare immagini su un foglio in modo che potessero essere ricopiate: nasceva così la camera oscura leonardiana.

Impossibile chiudere la panoramica sul Rinascimento italiano senza scalfire la superficie di due grandi nomi ad esso collegati: Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti.

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Raffaello (1483-1520), pittore e architetto, si formò nella bottega del noto Perugino dal quale, inizialmente, riprese lo stile. I tratti che lo contraddistinsero poi sono l’attento zelo nel ricreare una perfetta armonia tra figure e spazio e la predilezione per tonalità pastello e sfumature naturali che si racchiudono in un inconfondibile e luminoso cromatismo.

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Michelangelo (1475- 1564), punta di diamante del Rinascimento italiano, fu scultore, pittore, architetto e poeta italiano. Intellettuale eclettico e controverso, sopratutto nella pratica scultorea rifiutava schemi prestabiliti definendosi artista “del levare” piuttosto che “del mettere”. Per lui i contorni dei soggetti erano come imprigionati nel marmo che doveva quindi essere limato fino a che, tramite questo processo di sottrazione, avesse sprigionato l’intera essenza dell’opera.

Due secoli che, soli, hanno contribuito in modo decisivo alle sorti d’Italia come culla di un patrimonio artistico inestimabile. Due soli secoli che hanno fatto la storia dell’arte della nostra nazione e che vanno di diritto a inserirsi in quel bagaglio collettivo che non può e non deve essere soffocato da insensate manovre politiche.

Non è giusto chiedersi se e per quale motivo la storia dell’arte abbia bisogno di essere difesa ma piuttosto come possiamo dirci italiani senza quanto questa rappresenti per noi.

Pamela Valerio

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