Donald Trump e la guerra in Siria

Mi sono sempre chiesto che genere di pensieri facciano i potenti del mondo nel momento in cui prendono decisioni in grado di cambiare le sorti dell’umanità. Che attitudine, coraggio o predisposizione occorrano a uno come Donald Trump per decidere di attaccare la Siria con la stessa indifferenza con cui ci si lava i denti o si legano i lacci delle scarpe.

A queste domande, dal basso della mia insignificanza, non ho mai saputo offrire una risposta. Sono un uomo comune, indistinto nella folla di volti che attraversano la storia senza lasciare traccia; le mie azioni più importanti sono lavare i denti o legare i lacci delle scarpe, e se ci fossi io davanti a un documento da firmare o a un bottone rosso da premere, finirei probabilmente ad arrancare in preda ad un attacco di panico.

Eppure, da che mondo è mondo e da che storia è storia, ci sono state voci che hanno imposto ordini e mani che hanno suggellato scelte nel chiuso di una camera, dietro l’opaca trasparenza di vetri antiproiettile, nell’isolato silenzio di pareti blindate, mentre il gioco della vita danzava sul crinale di un velluto rosso o sulla punta di una penna stilografica. Fuori, invece, la morte compiva i suoi giochi ben più rudi nella polvere di gesso e di cemento, nelle costole spezzate di città che un tempo respiravano rugiada e pollini e neve e foglie e nuvole e speranze.

La disperazione che abita le macerie siriane
La disperazione che abita le macerie siriane

Il canto dei morti invano

Chissà se un uomo – per così definirlo – come Donald Trump avrà mai visto una foto della Siria scorrendo i suoi tweet. Chissà se si sarà mai chiesto che nomi e visi e sogni avessero quei morti che si accumulano dall’inizio della guerra, che sono ormai mezzo milione.

Mezzo milione. Proviamo a immaginarli accanto, assieme: un uomo solo, Donald Trump, e poi cinquecentomila siriani tutt’intorno. A quel punto, riusciremmo forse a riconoscerlo soltanto per il colore del parrucchino, ma sarebbe una ricerca lunga ed improba. Eppure lui se ne sta lì, altero ed altezzoso, nel piccolo globo della Stanza Ovale, a puntare il dito e a sbraitare di salvezza e punizioni come un dio minore, fomentato da scudieri e sodali che dall’altra parte dell’oceano si riempiono i polmoni della parola guerra senza aver mai neppure sofferto la fame un giorno della loro vita.

Mi chiedo allora come sia possibile che si parli di legittima giustizia quando di mezzo ci sono (o potrebbero essere) delle vite umane. Chi abbia assegnato agli Stati Uniti il ruolo di paladini del pianeta col compito di intervenire ovunque il “nemico” si materializzi: si chiami esso Saddam o Mu’ammar o Bashar o in qualunque modo faccia comodo in quel preciso istante. Chi abbia mai pregato per le vittime dal profondo del suo cuore, mentre la notte si tergeva della scia di razzi come al passaggio di una cometa venuta ad annunciare la fine del mondo, più luminosi della stella più luminosa, che della Siria porta un nome gemello, quasi a sposare l’amaro fato in una ironica profezia di morte. E poi ci sono molte altre cose che mi chiedo.

I missili lanciati in Siria
I missili lanciati in Siria

Il drappo logoro della Siria e quello ancor più liso dell’Europa

Mi chiedo per esempio quale sordida e volgare barzelletta sia diventata l’Unione Europea, che nella circostanza ha confermato tutta la sua incapacità di fronteggiare le grandi sfide dei nostri tempi. È bastato poco a Theresa May per passare da un’iniziale titubanza a procedere nell’attacco alla Siria senza neppure interpellare il Parlamento. È bastato ancora meno a Emmanuel Macron per vestire i panni dell’eunuco di Trump e correre a soddisfare le esigenze del suo padroncino.

Nel frattempo, mentre in Italia l’assenza di un Governo ci conduceva ad una saggia astensione (ma i partiti che dovrebbero governare assieme non mancavano di prendere posizioni differenti), il resto dell’Europa semplicemente non c’era.

E non c’era perché non c’è mai stata, inutile girarci intorno. Per quanto mi riguarda, potrebbero anche definirci la vescica della NATO, dove si va ad accumulare il piscio: e se abbiamo deciso che il nostro gabinetto è il Medio Oriente, potete facilmente immaginare chi sia lo sfintere anale. Non cambierebbe nulla, anzi sarebbe una definizione più veritiera di questo accrocchio di stelle raffazzonate alla rinfusa su una bandiera sporca di sangue e di menzogne.

Dopo di Trump e dopo tutti noi

Ma verrà il giorno – vicino o lontano – in cui il presidente americano sarà sostituito. Non è l’uomo (sempre ammesso, come dicevo, che possa definirsi un uomo), ma ciò che alberga e si manifesta in lui: ovvero il Potere. Prima di Trump ci sono stati altri messaggeri silenti della morte, dopo di lui ce ne saranno altri: non possiamo fare niente per evitarlo. Nessuno di loro, sia Putin o Merkel o lo stesso Assad, può mostrare le sue mani immacolate e dire “Vengo in pace”. Arriveranno dunque con i loro denti già lavati e le scarpe già allacciate a precipitare bombe e missili come una pioggia di stelle cadenti che concederanno al massimo un solo desiderio: sopravvivere.

Decideranno se colpire in Siria o in Palestina, se sterminare i kurdi o i rohingya, come piccoli dèi vendicativi al giogo di un Dio più grande e invulnerabile. Ma gli sconfitti, tra le macerie e i pianti di fame e di miseria, tra i cadaveri dei ragazzini e gli sguardi spenti degli anziani, rimarranno proprio loro, loro a cui le esili vite portate via reciteranno per sempre le stesse identiche e sincere parole: “siamo invincibili perché siamo i vinti”.

Buona domenica.

Emanuele Tanzilli
@ematanzilli 

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