Marc Augé: riflessioni sul senso dell'Altro e l'identità come relazione
Il quadro di Gauguin "Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?" si lega all'analisi di Marc Augé sul senso dell'altro e dell'identità. Fonte: https://it.wikipedia.org/

Qualche mese fa ci lasciava Marc Augé, tra i più importanti antropologi, etnologi e filosofi del nostro tempo, grande pensatore francese conosciuto a livello internazionale per aver contribuito significativamente allo sviluppo delle ricerche in Africa occidentale, focalizzandosi sulla malattia, la morte e i sistemi religiosi durante le sue indagini sul campo in Costa d’Avorio e nel Togo. Successivamente, ha sviluppato un’antropologia dei mondi contemporanei, attenta alla dimensione rituale e alla modernità. La sua fama nel campo dell’antropologia è cresciuta notevolmente, e ha orientato la sua ricerca verso un’“antropologia del quotidiano”, concentrandosi in particolare sui paesi europei. Le sue analisi hanno portato alla teorizzazione dei ‘nonluoghi’, spazi caratterizzati dal fatto di essere privi di alcune imprescindibili funzioni psicologiche e antropologiche che contraddistinguerebbero invece i ‘luoghi’, capaci di fornire funzioni a sostegno dell’identità individuale e sociale, della rete delle relazioni, di collocazione dell’individuo e dei suoi incontri con la storia e la memoria. Ma parlare di luogo significa parlare innanzitutto di chi lo vive, e dunque significa prendere in analisi un paradosso che riguarda tutti, il paradosso del mondo contemporaneo, allo stesso tempo uniformizzato e frammentato, disincantato ma sempre pronto a reincantarsi, una realtà che dovrebbe tentare su più fronti di reinterpretare con nuove chiavi di lettura il rapporto con l’altro e la propria identità.

In virtù delle ultime riflessioni in ambito filosofico, sociologico e antropologico, nonché rispetto agli ultimi accadimenti nel campo delle politiche internazionali, può essere utile riprendere alcune suggestioni significative che Marc Augé ci ha lasciato in merito alla costituzione del senso dell’Altro e dell’identità: tale posizionamento può essere interessante perché è specificamente quello di un antropologo ed etnologo e, in quanto tale, coltiva con il proprio io un rapporto di relativa “estraneità”, ponendosi al confine tra se stesso e gli altri. Egli si identifica con lo sradicamento, col non essere mai al proprio posto, in una continua esperienza di alterità, di straniamento, di ‘esercizio di migrazione’. Si tratta di una ricerca di accoglienza dell’altro, un processo che, dialetticamente, comporta un confronto con la propria costituzione identitaria. Non, dunque, dicotomie cristallizzanti attraverso cui l’io si pone nel mondo come ente incontaminato, quanto piuttosto un’esperienza intellettuale fluida che dall’identificazione dello straniero conduce all’essere straniero a sé stessi, recuperare un abbandono in una continua ritrattazione dei termini che determinano il vissuto.

L’odierno dibattito riguardo la dilagante crisi delle istituzioni perde spesso di vista un aspetto fondante di tale questione, e cioè le sue dimensioni simboliche. L’etnologo parla di questo paradosso in termini di sovradeterminazione e submodernità che renderebbero possibile la coesistenza di correnti d’uniformizzazione e di particolarismi. Ora, questa emersione dell’analogo, del tutto uguale ma isolato, è ciò che potremmo definire l’inarrestabile logorio del simbolico, un concetto che ha indotto Augé a riprendere dopo venticinque anni la nozione da lui coniata di non-lieux. Tornare su questa locuzione, che appunto indicherebbe spazi dove non si dà relazione – dai supermercati agli aeroporti, dalle stazioni alle autostrade – significa dimostrare che con l’irrefrenabile processo di globalizzazione “i nonluoghi sono oggi il contesto di tutti i luoghi possibili”. Basti pensare alle odierne città-mondo, spazi mutevoli e caleidoscopici all’interno dei quali è effettivamente possibile leggere differenze e disuguaglianze sociali, dunque luoghi, ma anche caratterizzati da un contesto che si fa mondo, e in quanto tale, spogli del contraddistinto, spazi in cui ogni evento è potenzialmente possibile e quindi nulla li caratterizza.

Come conseguenza di questa destrutturazione spaziale, che è anche superamento degli assetti societari precedenti, è opportuno considerare, da un lato, il fatto che ogni luogo si fa mondo perché “ogni vita può accadervi”; dall’altro la sorpresa al cospetto di un vissuto completamente differente, lo sgomento di fronte alla differenza. Essendo impossibile considerare l’essere vivente e le sue connessioni senza tener conto dell’ambiente in cui agisce, (poiché non solo ne è artefice, ma allo stesso tempo è ciò da cui trae la propria costituzione) nel contesto delle analisi di Marc Augé sui “non-luoghi”, si può considerare che questi spazi siano rappresentativi di una sorta di omogeneizzazione globale, dove le identità locali vengono sopraffatte dalla standardizzazione. Non si vuole ovviamente negare l’esistenza di processi di differenziazione sociale: la dimensione culturale stabilisce, infatti, diversi sistemi di differenze, ma è anche necessario considerare che queste hanno perlopiù lo scopo di mettere ciascuno al suo posto con una costrizione diseguale.

Se nel corso dell’epoca moderna l’organizzazione spaziale della vita sociale aveva comportato la necessità di costruire confini politici con il consolidamento dello Stato Nazionale, e dunque l’Altro era semplicemente colui che si trovava al di fuori di determinati confini, ad oggi tale margine ha assunto delle sembianze difficili da decodificare. Questa constatazione è senza dubbio alimentata dalla odierna maggiore estensione, velocità e frequenza delle migrazioni in tutto il mondo. In relazione alle politiche di paesi più avanzati economicamente, il complesso fenomeno delle migrazioni riflette, oggi più che mai, le sue ambivalenze e contraddizioni nei contesti linguistici e semantici e su quei processi di inclusione ed esclusione sociale che trasformano continuamente l’esperienza individuale, e dunque il tessuto sociale. Ma pur essendo innegabile che il fenomeno migratorio imprime al processo di incontro delle culture una certa spinta, l’elemento interessante è il moltiplicarsi dei significati e delle significazioni possibili nella coesistenza di mondi altri.

Marc Augé esplora in modo acuto e approfondito le complessità che emergono dai concetti di identità e alterità. La sfida iniziale sorge quando utilizziamo gli stessi concetti per descrivere sia l’individuo che la collettività. Augé suggerisce che l’alterità costituisce il fondamento dell’identità di ciascun individuo, e che il significato sociale si forma attraverso le relazioni che contribuiscono a costruire ogni identità. Considerando l’attuale crisi della significanza, che potremmo definire una vera e propria “entropia simbolica”, lo studioso riflette sulla limitata capacità degli schemi culturali convenzionali di spiegare appieno la complessità delle relazioni umane. In altri termini, la sua analisi suggerisce che la posta in gioco nei rapporti tra noi e gli altri non può essere completamente ridotta a categorie simboliche convenzionali poste a priori, piuttosto sarebbe opportuno curare la sfera dell’incontro con l’altro attraverso una riflessione critica che esamini in modo radicale i simboli esistenti e le categorie culturali per comprenderne le limitazioni, riconoscendo l’unicità e la complessità di ogni relazione umana, al di là di ogni generalizzazione simbolica che ne annullerebbe la ricchezza e la particolarità. Da questo punto di vista, l’incontro si configura come farmacon (il veleno e l’antidoto) contro la vertigine della differenza perché, attraverso un dialogo aperto, apre alla molteplicità delle esperienze al di là di ogni stereotipo.

Ma oltre al senso dell’altro in quanto esterno, “straniero”, im-proprio”, bisogna imparare a riconoscere la differenza già a partire da sé, ossia da quanto di più vicino e sicuro sia possibile concepire per l’essere umano. Nel suo testo Chi è dunque l’altro? (2019), Marc Augé evidenzia come i concetti di vicino e lontano vengano perlopiù superficialmente stipulati attraverso uno sguardo geografico. Ma l’alterità, il lontano, che introduce la differenza, ad oggi non ha più valore gerarchico, ma relazionale e, nell’attivarsi come modalità dialogica con l’identità, mette in risalto la funzione di sviluppo e di processualità della cultura. L’identità non è una caratteristica intrinseca, piuttosto prende forma in relazione ad altri elementi, manifestandosi attraverso la differenza da sé. Questa dinamica differenziale costituisce la base concettuale della metafisica, sia come condizione di possibilità delle opposizioni determinate (presenti), sia come ciò che viene escluso da esse al fine di stabilire la configurazione osservabile. La differenza, che rappresenta l’essere altro, costituisce una condizione irriducibile dell’identità. Se la relazione con l’altro è fondamentale per l’essere (presente a) sé, tale realizzazione è costantemente differita in altro, in quanto, differendosi da sé, non risolve mai completamente la possibilità di una relazione con l’altro, sua stessa condizione. Potremmo dire, allora, che alterità è sinonimo di impensato, straordinario, un qualcosa che ‘apparendo sorprende’, dove il sorprendersi va inteso come fenomeno che accompagna una forma di conoscenza in cui un dato inatteso irrompe azzerando o integrando ogni sapere precedente.

Per abbracciare il punto di vista di Marc Augé occorre superare i tentativi di divisione del mondo in dicotomie assolutistiche, andare al di là della dialettica e, utilizzando un metodo genealogico per andare all’origine della propria struttura sociale, individuare i meccanismi che permettono alle comunità di pulsare, di evolversi. I numerosi viaggi etnografici che hanno visto l’etnologo in differenti contesti africani e sudamericani, all’interno dei quali sono osservabili differenti concezioni di individuo e comunità, lo hanno portato a riconoscere che la vera forza che spinge verso la creazione di sempre nuove sfere di coabitazione e convivenza è il riconoscimento della differenza a partire da sé.

Come suggeriscono le analisi di Marc Augé, Chi sono io? potrebbe essere dunque la domanda da cui partire per capire chi è l’altro, da sempre pensato come contrapposto al sé. E invece si potrebbe problematicamente affermare che Io è l’altro, è un altro rispetto a quanto aveva dato per scontato all’inizio del percorso di esperienza del mondo e nel mondo. Bisogna allora andare oltre l’idea riduzionista di straordinario come evento estraneo ed esotico. Al contrario, l’estraneo è qualcosa che comincia all’interno dell’ordine. Da questa prospettiva, lo straordinario diventa eccesso rispetto all’ordine che si dà all’interno dell’ordine stesso, travalicandone i limiti e spingendo continuamente all’azione, alla metamorfosi. Occorre saper praticare l’”arte del décalage” e sapersi tenere all’”incrocio delle incertezze” per potersi sottrarre all’uniformità, alla fatalità dell’analogo e andare finalmente incontro all’Altro da noi, che è in fondo l’Altro di noi.

Mena Trotta

Classe 2001, laureata in filosofia e studentessa di antropologia culturale ed etnologia all'università di Bologna. Mi nutro di curiosità, fotografia e parole. Fermamente convinta del potere sovversivo dell'arte, in ogni sua forma.

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