Giancarlo Giorgetti
Giancarlo Giorgetti, fonte: Agi.it

Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega di Matteo Salvini, torna a rivestire un incarico di punta col Governo Draghi, che il 12 febbraio ha sciolto la riserva sul mandato, e lo fa da Ministro per lo Sviluppo Economico. Bocconiano, classe 1966, uomo di punta della Lega Lombarda di Umberto Bossi dal 2002 al 2012, successivamente capogruppo per la Lega Nord alla Camera fra il 2013 e il 2014, per poi divenire Vicesegretario della Lega di Salvini dal giugno 2018. 

Dirigendo il Ministero per lo Sviluppo Economico, Giorgetti entra al Governo per la seconda volta, dopo esser stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri nel primo governo Conte. Noto per le sue posizioni pro-life, tanto da essere fra i principali autori della legge 40 sulla procreazione assistita nel 2001 e presente nel 2018 alla Marcia per la Vita di Roma. Nel 2011, inoltre, è stato fra i maggiori relatori della manovra di bilancio, l’ultima prima delle dimissioni di Berlusconi che avrebbero dato vita al Governo tecnico di Mario Monti.

Con il suo ruolo da mediatore, Giorgetti rappresenta l’alter ego di Matteo Salvini: l’ala moderata di un partito che negli ultimi anni si è contraddistinto per gli slogan sulle felpe e per aver causato la fine del Governo Conte I decidendo di uscire dalla maggioranza, con le intenzioni di andare a votare al più presto. Come sappiamo, però, non è andata così.

Mentre Salvini nel 2019 ballava al Papeete di Milano Marittima, Giorgetti rappresentava il partito con le istituzioni più importanti dentro e fuori l’Europa, mediando fra i partiti e bilanciando l’impulsività del leader del Carroccio, giungendo a fargli cambiare rotta con l’inizio della crisi istituzionale apertasi con le dimissioni di Conte il 26 gennaio.

Sarebbe merito di Giorgetti, infatti, quello di aver deviato Salvini dalla strenua volontà di indire elezioni anticipate (come sostenuto in ogni salotto televisivo dall’apertura della crisi), accompagnandolo verso l’idea, sicuramente più concreta, di un appoggio al Governo presieduto da Mario Draghi, permettendo così alla Lega di influenzare da subito le dinamiche di Palazzo. Di fronte alla possibilità di un Governo Draghi, l’esponente dell’ala liberale della Lega aveva già fornito il suo endorsement, sostenendo che l’ex presidente della BCE rappresentasse l’unica figura in grado di «investire i soldi europei in progetti che creino veramente crescita, unica via per un Paese con un tale debito pubblico», cosa che un «Governo raccogliticcio», quale quello appena terminato, non avrebbe mai potuto fare.

Per quanto la figura di Giorgetti sia, quindi, indissolubilmente legata a quella di Matteo Salvini, è indubbio che fra i due prevalgano vedute differenti: quelle che per semplificare si possono definire “Lega buona”, aperta al cambiamento e al compromesso, più legata al mondo produttivo, e “Lega cattiva”, quella sovranista dura e pura. Si contrappongono, quindi, una Lega europeista e il ricordo di una Lega restia a partecipare a qualsiasi riunione del Consiglio d’Europa quando a ricoprire l’incarico di Ministro dell’Interno fra il 2018 e il 2019 c’era Matteo Salvini. Sono due facce della stessa medaglia, dove, però, l’influenza del moderato Giorgetti è stata determinante nella svolta verso l’Europa del Carroccio, mossa che fino a due anni fa sarebbe stata ritenuta impossibile. 

In questa fase, si prospettano nuovi interrogativi: chi fra gli esponenti più rappresentativi della Lega tirerà le fila nel nuovo Governo Draghi? Le felpe anti europeiste verranno davvero definitivamente riposte nel cassetto? 

Giulia Esposito

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