governo tecnico politico
Il Presidente del Consiglio incaricato, Mario Draghi. Fonte: quifinanza.it

Da più di un anno stiamo vivendo una delle battaglie più difficili mai affrontate: una pandemia mondiale che ha posto la nostra economia sul lastrico, ha incrementato il tasso di disoccupazione giovanile portandolo al 29,7% e ha fatto collassare il nostro sistema sanitario nazionale (ritenuto uno fra i più stabili). In una situazione tanto critica, la nostra classe politica, non solo non è stata in grado di arginare gli umori altalenanti di Matteo Renzi, ma si è anche mostrata incompetente nel mettere da parte derive di convenienza partitica favorendo un governo politico che ci avrebbe permesso di affrontare con maggiore fermezza (o almeno così si sperava) le innumerevoli sfide che l’Italia si appresta a fronteggiare questo fatidico 2021. Di fronte al collasso della politica, l’unica soluzione è un governo tecnico?

Lo stesso sconcerto affrontato dalla cittadinanza è stato palesato anche dalle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella martedì 2 febbraio, il quale, una volta constatata l’impossibilità di raggiungere un accordo tra i maggiori rappresentanti dei diversi partiti in Parlamento, ha dichiarato le sue intenzioni di porre l’incarico di formare un nuovo governo nelle mani di una figura tecnica “di alto profilo”, estranea alle logiche politiche, auspicando che il Parlamento possa velocemente accordare la fiducia all’incaricato. Insomma, parafrasando le parole del Presidente della Repubblica: “io vi ho dato modo e tempo per trovare una soluzione. Non l’avete fatto, ora decido io, e voi fareste meglio ad accordargli la fiducia in quanto il tempo sta giungendo al termine”.

Nello stesso discorso, Mattarella ha voluto esprimere la sua opinione rispondendo implicitamente a coloro che da settimane (e alcuni ancora adesso) continuano ad invocare le elezioni anticipate. Secondo gli ultimi sondaggi, il primo partito in Italia sarebbe la Lega di Matteo Salvini, mentre il terzo posto apparterrebbe a Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia, dopo il Partito Democratico. È indubbio, quindi, che i maggiori esponenti del centro destra desiderino andare al voto, soprattutto perché, da un lato, questo rafforzerebbe la loro posizione all’interno del Parlamento acquisendo seggi, e dall’altro si ridurrebbe di molto il peso parlamentare e politico del M5S, a causa di un estremo calo di consensi rilevato dai sondaggi d’opinione, i quali li hanno visti passare dal 33% nel marzo 2018 al 14,8% se si andasse a votare oggi. 

Come ha sottolineato Mattarella nel suo discorso, recarsi alle urne adesso significherebbe una paralisi quasi totale delle attività esecutive, e l’Italia, in vista delle sfide che ci apprestiamo ad affrontare, necessita un Governo nella pienezza delle sue funzioni. Il 2021, infatti, è l’anno in cui è iniziata una singhiozzante campagna vaccinale con l’obiettivo di portarci all’immunità di gregge, è l’anno in cui l’Italia presiederà il G20 ed avrà la possibilità di ricevere 210 miliardi dall’Unione Europea per far fronte all’emergenza sanitaria, economica e sociale che stiamo vivendo, e che necessitano di un’attenta pianificazione politica. In risposta a Matteo Salvini, il quale spesso ha elencato gli Stati che in Europa sono andati a votare o si apprestano a farlo nei prossimi mesi (fra cui Germania dove si voterà il 26 settembre), il capo dello Stato ha sostenuto che, per quanto sia indiscutibile che si siano svolte elezioni dentro e fuori l’Europa durante la pandemia, è altresì vero che ciò sia stato reso necessario dalla fine naturale delle varie legislature e che ciò abbia comportato in queste realtà un grave aumento dei contagi. Questo fa riflettere, pensando alle tante vittime che purtroppo continuiamo ogni giorno, anche oggi, a registrare. È quindi un rischio che non possiamo permetterci di correre, se evitabile. 

Una volta non ritenuta praticabile la strada delle elezioni anticipate, Mattarella ha deciso di affidare l’incarico a una figura definita di “alto profilo”, ossia una figura ritenuta responsabile e autorevole nella sfera politica nazionale come internazionale. Chi meglio di colui ritenuto come il “salvatore dell’euro”, potrebbe ricoprire questo incarico? Mario Draghi, economista di fama mondiale, ex governatore della Banca d’Italia, nonché ex presidente della Banca Centrale Europea (BCE) e noto come l’uomo del whatever it takes, è riuscito a salvare l’Italia e l’Eurozona dal default finanziario nel 2012, facendo tutto ciò fosse necessario (whatever it takes, appunto) per salvare la moneta unica europea. Proprio in queste ore Mario Draghi si sta apprestando a consultarsi coi leader delle varie rappresentanze parlamentari per poter capire che linea dare al Governo che si appresta a nascere. Sarà un Governo tecnico o politico? 

La maggior parte dell’opinione pubblica, così come lo stesso ex Presidente del Consiglio Conte, auspica un governo politico rispetto ad uno meramente tecnico, ritenendo di carattere eminentemente politico la maggior parte delle decisioni che andranno prese nell’imminente futuro. Gli stessi leader dei partiti stanno cercando un compromesso che permetta loro di far parte del nuovo Governo Draghi senza mostrarsi però troppo incoerenti verso i rispettivi programmi elettorali, cosa che rischierebbe di fargli perdere consensi.

Sicuramente sull’espressione “Governo tecnico” aleggia l’ombra di un altro Mario ben noto agli italiani, memori dei sacrifici “lacrime e sangue”: Mario Monti. In molti temono tale possibilità proprio in quanto rievocativa della politica di austerità che ha caratterizzato l’azione di governo dal 2011 al 2013, con strascichi socio-economici presenti ancora al giorno d’oggi. Ciononostante, è importante sottolineare come il contesto nel quale ci troviamo sia molto diverso da quello di dieci anni fa, come sarà altrettanto diverso il ruolo che rivestirà Draghi rispetto a quello ricoperto da Mario Monti in passato. Una delle decisioni che dovrà prendere Draghi, infatti, a prescindere dai ministri che verranno incaricati, riguarderà la pianificazione del Recovery Plan e decidere dove indirizzare i 210 miliardi di euro che la Commissione Europea metterebbe a disposizione dell’Italia per far fronte alle innumerevoli difficoltà sorte a causa della pandemia. 

In una delle ultime interviste rilasciate al Financial Times nel marzo 2020, Draghi ha sostenuto come sia necessario «evitare che la recessione causa Covid si trasformi in una depressione prolungata nel tempo». Da papabile vertice del nuovo esecutivo sicuramente una politica economica espansiva sarà funzionale a questo scopo, costituendo un’inversione di tendenza rispetto all’ultima esperienza di esecutivo di emergenza che abbiamo avuto. Non è ancora dato sapere con certezza se si tratterà di un Governo completamente o parzialmente politico, o se al contrario sarà un Governo tecnico caratterizzato da professionisti esterni dalle dinamiche di Palazzo Montecitorio.

Sicuramente la figura di Mario Draghi la si può ritenere più politica di quanto fosse quella di Mario Monti nel 2011, e possiamo allo stesso tempo sostenere come ogni Governo sia di base politico, potendo quest’ultimo operare solo previa fiducia di entrambe le Camere, secondo quanto stabilito dall’articolo 94 della Costituzione, e rapportandosi alle forze politiche. Non sappiamo con certezza quali connotazioni avrà il nuovo Governo “tecnico-politico”, ma sicuramente Draghi rappresenta l’ultima possibilità per l’Italia prima che sia troppo tardi, proprio in vista dell’ennesimo fallimento della classe politica nell’affrontare una crisi socio-economica epocale quale quella che stiamo vivendo.

Indipendentemente dal fatto che si formi un governo tecnico o politico, piuttosto che whatever it takes, il nuovo slogan preso in prestito da Woody Allen potrebbe essere whatever works, ossia “basta che funzioni”.

Giulia Esposito

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