È il 1997 quando Oyeronke Oyewumi pubblica “The invention of women” (L’invenzione delle donne), un saggio sulla storia delle questioni di genere all’interno della comunità Yoruba dell’Africa occidentale. Un testo che ci porta ad una riflessione sul genere e sui rapporti di subalternità. In particolare, questo testo ripercorre il cambiamento culturale e politico che questa comunità dell’Africa occidentale ha subìto a seguito delle colonizzazioni da parte dei paesi europei.

Prima dell’arrivo degli europei in questi territori la tradizione voleva che il capo della tribù fosse scelto secondo il criterio dell’anzianità. Uomini e donne, indifferentemente, assumevano il comando al raggiungimento dello status di “più vecchio”. Dunque il principio chiave era concentrato sul soddisfacimento di un requisito prestabilito, a prescindere da altri connotati del caso specifico del singolo individuo.

Con l’arrivo degli europei il modello patriarcale regnante nel vecchio continente venne esportato e ricucito sulle usanze degli Yoruba, sicché ci si ritrova con un’idea del genere femminile che non apparteneva affatto a questa comunità e che viene invece imposta. Da qui “l’invenzione delle donne”, dal momento che viene effettivamente plasmata da zero l’immagine del sesso femminile per come la si vedeva in Europa, l’unico modo in cui poteva essere concepito: le donne vengono allora spodestate, laddove ricoprivano ruoli di spicco, e soppiantate dai “più adatti” uomini.

L'invenzione delle donne di Oyeronke Oyewumi, una riflessione su genere e subalternità
La copertina de “L’invenzione delle donne” di Oyeronke Oyewumi

Quanto descritto dal libro, che porta ad analizzare il rapporto fra i generi e insieme la subalternità tra l’Europa colonizzatrice e l’Africa colonizzata, ci porta ad almeno due riflessioni: la prima, è che imporre un certo modello ad altre culture e popoli ha alla base un movente di superbia. Superbia nel credere che le proprie norme sociali corrispondano al modo migliore di gestire la realtà. Ma come può essere sostanzialmente migliore un’architettura sociale che costringe la primissima libertà degli esseri umani, ovverosia l’espressione? Come può essere sostanzialmente migliore un’impalcatura di norme che si frappongono fra la donna e la realizzazione delle proprie aspirazioni e che non concedono all’uomo di dissociarsi dal ruolo di “prevaricatore” per emergere in qualsiasi altra forma sia affine alla sua predisposizione d’animo?

La seconda, di carattere più personale, è la seguente: se una cosa può essere costruita, può anche essere distrutta. La storia della comunità Yoruba raccontata ne L’invenzione delle donne zittisce tutti coloro che credono che il sistema patriarcale sia intrinseco, inscindibile e connaturato nell’essenza della razza umana: lo abbiamo inventato e alimentato nel corso della storia. È un artificio, un castello di carte edificato sul naturalissimo ordine delle cose, che invece ci vede e ci vuole tutti nudamente uguali.

Tant’è che, per quanto possa essere solido e arroccato il castello del patriarcato, è comunque possibile abbatterlo: a colpi di martello, istruzione ed emancipazione.

Giulia Cioffi, studentessa di Prime Minister Napoli

Prime Minister è una scuola di politica per giovani donne di un’età compresa fra i 14 e i 19 anni. La scuola ha l’obiettivo di formare giovani ragazzə su temi politici e sociali attraverso incontri e workshop con personalità della politica, dell’attivismo civico e della società civile. Prime Minister scommette sulle giovani leader affinché diventino agenti di cambiamento nelle proprie comunità, città e nazioni.

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