La retorica della donna-angelo andava bene ai tempi di Dante, non di Benigni

Benigni - donna-angelo
Fonte immagine: metropolitano.it

Burattino anche nella vita reale, oltre che nel film diretto e interpretato da se stesso, Benigni ne combina un’altra delle sue. Ma se per Pinocchio – monello ingenuo e dal cuore buono, anche se troppo incline alle bugie – non si può non provare simpatia e perdonargli tutti i guai in cui finisce insieme al povero Geppetto, lo stesso non può farsi per Benigni, che durante i ringraziamenti per il Leone d’oro alla carriera improvvisa (?) un’ode romantica a sua moglie. Peccato che appena sotto il velo del romanticismo si nasconda un pedagogismo intriso di sessismo.

«Concedetemi qualche momento per dedicare questo premio a una persona che è all’apice dei miei pensieri» così dice Benigni per riferirsi alla moglie Nicoletta Braschi. E proprio a lei sceglie di dedicare il Leone d’oro. O meglio, con lei sceglie di dividerlo. Lui si attribuisce la coda, così può dimostrarle la sua gioia, e a lei va tutto il resto. Soprattutto, a lei vanno le ali perché – spiega Benigni – se qualcosa nella sua vita ha preso il volo è stato grazie a lei. Grazie al mistero e al fascino, alla bellezza e alla femminilità che circondano come un’aurea la figura dell’amata. No, Benigni non dimentica di far menzione del talento della sua compagna di vita, ma non è su quello che decide di soffermarsi. Interprete di numerosi personaggi cinematografici e teatrali e vincitrice di altrettanti riconoscimenti e premi, Braschi non ispira il marito per la sua bravura da attrice, ma per la luce che emana. Una luce di una tale intensità che quando si sono incontrati per la prima volta Benigni non ha potuto non pensare che il Signore, facendo nascere la sua compagna, volesse adornare il cielo con un altro Sole.

Tuttavia, con questa retorica dantesca, più che celebrare la sua compagna Benigni riesce – con un colpo da maestro, gli va riconosciuto – a far passare in sordina le sue qualità da attrice e a infliggere un duro colpo a tutte le rivendicazioni femministe che si oppongono a quella narrazione che eleva (o più veritieramente riduce) la donna a figura angelica. E se nel milleduecento questa narrazione si rese in qualche modo necessaria per elevare al sublime gli animi dei poeti stilnovisti – bellezza e virtù della donna-angelo erano elementi necessari a indirizzare l’animo dell’uomo verso la forma più alta di nobilitazione, quella dell’Amore assoluto, identificabile con l’immagine della purezza di Dio – nel 2021 la retorica della donna angelicata non ha più alcuna ragion d’essere.

Priva di difetti e imperfezioni, la donna-angelo resuscitata da Benigni emana luce semplicemente respirando e non ha più battaglie da combattere, spazi di cui doversi appropriare, diritti da rivendicare. Deve solo splendere ed essere contemplata poiché, così facendo, riuscirà anche a sopraelevare lo spirito dell’uomo che, spiega Benigni riprendendo Groucho Marx, altro non è che una donna che non ce l’ha fatta. In un mondo in cui imperversa sempre più netta la dicotomia tra pinkwashing e machismo, una simile affermazione rischia di far aumentare la diffidenza di chi ancora non ha capito che femminismo non è sinonimo di superiorità della donna; ma evidentemente a Benigni menestrello questo non importa poi così tanto.

La donna che mparadisa la sua mente (e qui il riferimento a Dante si fa palese) è anche la sola maniera che Benigni conosce per misurare il tempo. Con lei o senza di lei, è così che lo scandisce. Finalmente un po’ di romanticismo puro, avulso da qualsiasi retorica benintenzionata – qualcuno spieghi a Benigni che di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, altro che paradiso! Peccato però che la sola parte del discorso a poter essere salvata non è sua, ma di Jorge Luis Borges che in È l’amore scrive: “Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo”.

Un discorso, dunque, che a parte l’eccezione di cui sopra si richiama in tutto ai poemi dell’amor cortese, tipici dell’epoca dei trovatori delle corti provenzali. Benigni allora non ha fatto altro che calarsi nel personaggio ma, anziché dare spettacolo dinanzi ai signori delle corti e alle loro nobili consorti, ha intrattenuto (leggete pure compiaciuto) un pubblico maldisposto a rinunciare a stereotipi e cliché.

Virgilia De Cicco

Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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