“Il protocollo è chiaro”

Tra le tante parole pronunciate da Andrea Agnelli, nella serata che avrebbe dovuto consegnarci il risultato del primo Juventus – Napoli dell’anno, questa frase è diventata sicuramente la più emblematica di tutte e senza dubbio quella che più ci lascia spazio per parlare. Non perché siamo interessati in qualche misura al mero punzecchiarsi tra le due squadre che va avanti da anni e che andrà avanti ancora per molto, ma perché pone l’accento proprio su quello che deve essere il vero argomento di discussione: il protocollo, perché al momento di chiaro c’è solo che non potrà funzionare.

Andava giocata Juventus – Napoli?

Ma per fare un vero discorso, che non si riduca alle inutili chiacchiere con i colori delle proprie squadre bene esposti sul proprio petto, è necessario ricostruire per bene ciò che è successo. Il Napoli era stato a contatto con quello che si è rivelato in seguito un vero e proprio focolaio: il Genoa. Proprio a causa della situazione in casa rossoblù, il protocollo approvato per la ripresa della stagione passata è stato rivisto in quella stessa settimana, aggiungendo la possibilità di ottenere un solo rinvio in stagione in caso non fosse possibile avere a disposizione 13 giocatori oltre al portiere. Ciò ha ribadito ancora una volta lo status del Covid-19 nel calcio, paragonabile a un semplice infortunio piuttosto che ad un’epidemia, che non può impedire in alcun modo alla Serie A di andare avanti. Sono cose che abbiamo letto diverse volte negli ultimi giorni ma che è necessario ricordare perché il discorso sia chiaro.

Piotr Zielinski è stato il primo positivo da inizio stagione per il Napoli
fonte immagine: calcionews24.com

Il Napoli non si è trovato neanche lontanamente nella situazione del Genoa, nemmeno nei giorni successivi al casus belli del 3 ottobre, e quindi con i soli Zielinski e Elmas positivi non c’erano i presupposti per chiedere un rinvio del match. Eppure gli azzurri (in partenza per Torino) sono stati bloccati dall’ASL e posti in isolamento: eccesso di zelo? prassi comune? Sappiamo solo che è così che sono andate le cose. E la Lega Calcio, presa in evidente contropiede da qualcosa che non era alla portata della sua abilità comunicativa, dopo quasi 24 ore dalla notizia della mancata partenza del Napoli, ha rilasciato un comunicato in cui semplicemente si diceva che il match si sarebbe svolto regolarmente, e il resto poi è storia ben nota che ha trovato il suo apice nella sentenza del 3-0 a tavolino per i bianconeri e il -1 in classifica per i partenopei.

Il Napoli ha violato il protocollo?

Una sentenza meritata per gli azzurri? Forse, perché la verità è che le innumerevoli voci che hanno parlato in questi giorni avevano tutte ragione e tutte torto in egual modo, e sta lì il vero problema di questa situazione e della sentenza in sé. Il Protocollo dice testualmente che il match si gioca in ogni caso “fatti salvi eventuali provvedimenti delle Autorità statali o locali nonché della Federazione Italiana Giuoco Calcio“. Questo vuol dire che l’ASL aveva effettivamente il potere di bloccare una trasferta? Pare di sì, ed è dello stesso parere anche il Comitato Tecnico Scientifico e il Ministro della Salute Speranza (prima che si lasciasse andare alla solita battuta che dici per farti bello, ma che non serve a nessuno), ma non la Lega e nemmeno FIGC e Giudice Sportivo, che ha basato la sua accusa “sull’atteggiamento rinunciatario per non aver fatto il possibile per giocare“. Eppure il Napoli era stato bloccato il sabato dal primo comunicato dell’ASL, mentre quello di domenica serviva solo come ulteriore chiarimento sulla situazione che si era venuta a creare, e perciò gli azzurri non hanno più preso l’aereo sabato. Il Napoli vincerà un eventuale ricorso? Probabilmente sì, visto che non sono emerse (ancora) violazioni della “Bolla” o del protocollo in sé, e verrà a crearsi il problema di rinviare la partita in una Serie A che va già giocata tutta d’un fiato, visto che c’è l’Europeo a giugno.

Ma allora a cosa è servita questa sentenza? Semplice, a non terminare il campionato qui e adesso. La sensazione che lascia l’intera vicenda è che l’ASL avesse pieni poteri e diritti, quando sabato 3 ottobre ha bloccato la partita più attesa della giornata, minacciando anche azioni legali contro chi avesse violato l’isolamento fiduciario (cosa che accade per chiunque di noi, ma sappiamo che il calcio fa legge a parte). Eppure si è deciso di “punirne uno per educarne cento” – almeno per il momento – per evitare che altre squadre si potessero mettere in isolamento, impedendo il “regolare” svolgimento del campionato. Ma è chiaro che un protocollo che viene messo in crisi su cose che sono peraltro previste avrà vita brevissima – ed è ancora più chiaro che chiedere a squadre come il Genoa di presentarsi senza 10 giocatori contemporaneamente, vuol dire condannarle a retrocedere.

Il Covid non deve condizionare il campionato

Il problema Protocollo quindi esiste, e la presenza di così tante voci che danno tutti pareri diversi ha portato a questa situazione ambigua, in cui non si sa bene che fare e che ancora non ha chiarito se le ASL potranno bloccare o meno altri match in futuro (perché anche il giudice sportivo si è sapientemente tenuto lontano dall’argomento).

Cristiano Ronaldo sui suoi social, prima di risultare positivo
fonte immagine: ilmessaggero.it

Ed è evidente che sarà qualcosa che ci accompagnerà per tutto l’anno, visto che i calciatori sono prima di tutto persone, che incontrano altre persone che a loro volta hanno contatti con il mondo, a prescindere che tu sia Antonin Barak o Cristiano Ronaldo (che pure rischia grane, avendo violato la bolla per andare in Nazionale). E l’unica soluzione che prevede rischio e contagio zero è il modello NBA, impossibile da riproporre al 100% per via dell’arretratezza delle strutture italiane, ma senza dubbio il più affidabile che si è visto fino ad oggi.

I calciatori dovrebbero fare il “sacrificio” di rimanere chiusi in ritiro fino a quando il campionato non arrivi al termine, senza poter uscire e rientrare prima dell’accertata negatività del tampone e isolamento di 10 giorni. Il problema è che in NBA non sono le squadre ad essere i datori di lavoro, ma l’associazione, ed è lei a decidere e rispondere di eventuali problemi.

Nel calcio non è così, e mettere insieme 20 società, l’AIC, la FIGC e la Lega è pressoché impossibile, e tuttavia sarebbe l’unico modo per garantire un campionato normale e non condizionato da improvvise assenze dalla durata variabile dei giocatori. Assenze che sono aumentate anche a causa di una Nations League che andrebbe decisamente evitata di disputare, visto la velocità con cui viaggia il virus e il danno che rischi di fare a diverse squadre in diverse parti del mondo.

Certo è che il calcio italiano ha un bisogno estremo di un solo comitato che parli ed esprima giudizi e sentenze, in quest’epoca d’emergenza, e soprattutto i calciatori hanno bisogno di sacrificarsi seguendo l’unico esempio di sport – durante l’epoca Covid – che ha funzionato al 100%. E non vogliamo dire che è un obbligo perché sono ricchi e guadagnano fior di quattrini, ma non esiste un altro modo che preveda contagio zero tra i giocatori, altrimenti dobbiamo accettare l’idea di avere svariati 3-0 e squadre penalizzate (in campo e non) a causa di una malattia, e di un campionato che non sarà mai accettato come legittimo e che porterà strascichi per gli anni a venire.

Andrea Esposito

fonte immagine in evidenza: repubblica.it

1 commento

  1. Un articolo scritto in modo chiaro che espone tutte le criticità e le problematiche che il covid ha procurato al calcio italiano e di come viene amministrata la giustizia sportiva italiana.p.s.ottimo articolo.

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