Tasse universitarie, perché ha senso (ed è di sinistra) abolirle

Molto scalpore ha suscitato negli ultimi giorni la proposta di abolire le tasse universitarie lanciata da Pietro Grasso, presidente del Senato e capo politico di Liberi e Uguali. Dopo l’annuncio della proposta, il 7 gennaio scorso, si è infatti levato un vespaio di polemiche, con persone autodefinitesi “di sinistra” che additavano la proposta come di destra, chi parlava di “misura trumpiana” e di “favore ai ricchi”.

Non posso nascondere che il dibattito pubblico su questo tema mi ha suscitato due reazioni. In primo luogo, ho provato sorpresa: quella dell’assurdità delle tasse universitarie è una questione su cui ho un’idea ben chiara da parecchio tempo, ma che non sembrava prendere piede nell’opinione pubblica, né riscontrava un grosso successo quando ne parlavo con amici e conoscenti. Successivamente, non posso nascondere il grande scoramento che mi ha preso nel vedere in che modo la questione è stata trattata, caduta ormai nello schema degli opposti schieramenti in campagna elettorale, e difesa male – con slogan o vacui riferimenti esterofili – dai suoi stessi promotori. Cercherò quindi di spiegare il mio punto di vista, cercando di essere quanto più semplice possibile. Magari non riuscirò a convincervi della necessarietà della proposta, ma almeno sono certo di sgombrare il campo da chi insinui che questa non sia degna di una società socialdemocratica e di un programma veramente di sinistra.

Bisogna innanzitutto partire da un discorso sistematico: la Costituzione, quando parla di istruzione, lo fa senza distinzioni di ordine e gradi. Non dovrebbe esistere, cioè, nessuna differenza tra l’istruzione primaria e secondaria quando si parla di finanziamento: questo dovrebbe essere finanziato dalla fiscalità generale e non gravare su coloro che effettivamente usufruiscono del servizio. In parole povere, a parità di reddito, non ha nessun senso che chi sceglie di frequentare l’università, costituendo un valore aggiunto per il sistema-paese nel suo complesso, paghi delle tasse aggiuntive rispetto a chi l’università non la frequenta. È una stortura, questa, dettata dall’esigenza di fare cassa degli atenei (ridotti dallo Stato all’acqua alla gola) che con il passare del tempo hanno dovuto far lievitare sempre più un contributo nato come molto più basso e salito negli ultimi anni fino a rasentare le rette di alcune università private. Potrebbe sembrare un discorso idealistico e tautologico, ma ha alcuni risvolti che impattano sull’ascensore sociale e sul bilancio stesso di studenti e atenei.

L’istruzione del paese fa bene a tutti (ed è giusto che tutti la paghino)

Dal punto di vista della giustizia sociale, abolire le tasse universitarie porta con sé un primo effetto evidente: fa sostenere, in maniera paritetica, i costi del servizio a tutti i cittadini. In questo modo, anche chi non frequenta l’Università pubblica, finanzierebbe il funzionamento della stessa, perché avere più laureati fa bene al paese e alla società; questo varrebbe sia per chi sceglie di frequentare un’università privata, sia per chi sceglie di andare a studiare all’estero, sia per chi l’università non la frequenta proprio. Per quanto riguarda la scelta di imporre tali spese a chi studia privatamente o all’estero, basta qui mostrare un paio di parallelismi: chi sceglie di pagarsi un’assicurazione medica privata è forse esentato dal contributo al Sistema Sanitario Nazionale? Chi manda i propri figli a scuole elementari e medie private non contribuisce anch’egli a mantenere la scuola pubblica attraverso le proprie tasse? Non si vede perché non si dovrebbe fare lo stesso anche con l’università, soprattutto alla luce dell’enorme differenza nel numero di laureati tra il nostro e gli altri paesi europei, una vera e propria emergenza educativa. È quindi giusto e sensato che anche chi liberamente sceglie alternative private venga obbligato a finanziare l’università pubblica in modo completamente paritetico rispetto a chi la frequenta. Rimane la categoria di coloro che all’università non ci vanno proprio: perché dovrebbero pagare per l’istruzione degli altri? Prima di tutto mi si consenta una precisazione: esistono anche tantissimi “ricchi” che all’università non ci vanno e questa misura ovviamente impatterebbe loro in modo maggiore degli altri; in secondo luogo, è uno sprone il fatto di lasciare libero l’accesso all’università, perché potrebbe motivare a iscriversi anche chi non l’ha fatto prima.

Un’Università aperta davvero a tutti

È questo probabilmente l’aspetto più importante: rendere l’Università pubblica un vero e proprio “servizio pubblico”, che elimini ogni barriera all’ingresso e si ponga come opportunità per tutti. Mi ha suscitato un sorriso amaro il modo in cui la questione è stata trattata nei palinsesti nazionali: si è ridotto il campo a “ricchi che possono permettersi la retta”, quando invece è sotto gli occhi di tutti che la realtà è ben diversa, e non sono pochi gli episodi di persone che abbandonano gli studi perché non possono permettersi la retta. Il problema è che nei salotti della politica si tende a immaginare lo studente universitario come un mantenuto dai genitori, magari fuorisede, che ha tante altre spese che impattano sul costo dei suoi studi e di cui la retta universitaria rappresenta una minima parte. Tale visione è, mi si consenta, sbagliata. Sono in molti anche gli studenti lavoratori, che si mantengono da soli, ma che comunque vogliono continuare a studiare, che sopportano già da soli le spese relative al proprio mantenimento, ma che spesso si trovano a dover rinunciare al sogno degli studi proprio a causa delle tasse. Inoltre, in un concetto contemporaneo di diritto allo studio, le tasse universitarie sono un importante ostacolo per coloro che vogliono affacciarsi allo studio superiore in un periodo successivo della propria vita, fenomeno che andrebbe incoraggiato in un’ottica di lifelong learning che all’estero riscuote sempre più successo, ma che da noi viene del tutto ignorato.

Si parla poi di borse di studio, e di esenzione dal pagamento come di rimedi efficaci, ma si perde del tutto il contatto con la realtà: chi frequenta i nostri atenei sa benissimo che la maggior parte di coloro che avrebbero diritto alle borse di studio risulta scandalosamente “idoneo non assegnatario” e che la soglia di esenzione dei €13.000 annui sia del tutto irrealistica. Tutt’al contrario, basta che entrambi i genitori siano assunti alle poste per far ricadere lo studente nella parte alta della tabella dei contribuenti.

Una misura improntata alla semplificazione

Si parlava della soglia dei €13.000 all’anno. Un niente, si dirà – in effetti è una cifra al di sotto della soglia di povertà – eppure a Napoli, nell’ultimo anno, sono venuti a mancare due milioni di euro di tasse per via dell’esenzione. Inutile negarlo: ci sono stratagemmi e furbetti che ne approfittano, magari spostandosi nel gruppo familiare del nonno, oppure nascondendo redditi e beni. Cosa si dovrebbe fare? Controlli a tappeto? Istituire apposite strutture di riscossione all’interno delle Università? Mi sembra ovvio che queste strade siano impraticabili e complicate. È proprio per questo che l’ennesima ragione per la quale abolire le tasse universitarie ha senso: perché le tasse, in Italia, dovrebbe riscuoterle l’Agenzia delle Entrate, non gli atenei. Questi ultimi non hanno gli strumenti per farlo, né rientra nella loro missione istituzionale fare le pulci agli studenti e alle loro famiglie su quanto dovrebbero pagare. Finanziare in modo completo l’università con la fiscalità generale significa anche eliminare quello che per gli atenei rappresenta un vero e proprio problema, dandogli la possibilità di investire tempo e risorse in attività di ricerca e formazione, al tempo stesso rimuovendo un importante margine di incertezza dai loro bilanci, che potranno essere quindi più solidi e prevedibili. Al tempo stesso, la misura renderebbe più difficile fenomeni di evasione ed elusione che ad oggi sono all’ordine del giorno, affidando la riscossione a chi ha la competenza e l’esperienza necessaria. In ultimo, rimuoverebbe un ulteriore ostacolo di ordine economico e burocratico: il calcolo del famigerato ISEE, che molti studenti sanno essere uno strumento complicato che ingrossa le tasche dei commercialisti e va a distogliere tempo, forze e attenzioni dallo studio.

Una misura piccola in un mare di problemi

Non sarà certo con la mera abolizione delle tasse universitarie che si potranno risolvere i numerosi problemi degli atenei italiani, né sarà l’abolizione delle tasse a colmare il gap in termini di istruzione con gli altri paesi europei, ma di certo è una misura di entità non troppo grande per i bilanci dello Stato, che farebbe muovere un passo al sistema nella giusta direzione. Per costruire l’università del domani in Italia, servirebbero molti più investimenti, una seria riforma delle carriere accademiche e un progetto di lungo termine che metta l’istruzione e la ricerca al centro dell’azione di governo dei prossimi anni. Abolire le tasse universitarie non farà tutto questo, ma contribuirà a introdurre un po’ più di giustizia in un meccanismo che con il tempo si è corrotto: una mossa di buon senso, e di sinistra, che si spera apra le porte ad un più complesso percorso di riflessione sull’educazione universitaria in Italia – con buona pace di chi non riesce a capire nemmeno questo, o forse fa soltanto finta.

Enrico Massa

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