Sono passati cinquant’anni dall’uscita nelle sale di un film che ha segnato la storia e che vive nell’immaginario collettivo anche nel nuovo millennio. 2001: Odissea Nello Spazio” non è un classico sci-fi, ma un vero e proprio film culto in cui Kubrick ha saputo offrire un’interpretazione visionaria della lotta dell’uomo contro la macchina, trasformandolo da semplice visitatore a colonizzatore dello spazio. Un film che testimonia un fervore che in quegli anni si faceva strada e motivo di vanto tra la gente comune; gente che dalla sorprendente novità del televisore a colori e dopo aver sentito parlare dello spazio chissà in quali e quante scuole, veniva a conoscenza della moda del momento. A chiamarla moda rischiamo di sottovalutare anni e anni di conflitti intercontinentali, perché andare nello spazio ha significato tanto per i nostri predecessori.

A detta di molti al giorno d’oggi avremmo dovuto passeggiare per le strade a bordo di skate levitanti e indossando tute strambe (vedi Ritorno al Futuro), eppure nonostante ben cinquant’anni fa agenzie governative come la NASA includevano programmi spaziali basati soprattutto su missioni con equipaggio, negli ultimi anni l’impegno economico che le grandi potenze hanno destinato a questo aspetto si è ridotta notevolmente.

Non si tratta di una rottura, ma forse di un ridimensionamento che ha avuto inizio dopo il declino del programma Space Shuttle e il recente disastro del Columbia (2003). Ad oggi, infatti, nonostante siano passati decenni e tutto ci sembri funzionare meglio, all’idea di inviare equipaggi in giro su pianeti e lune risponde il buon senso delle macchine, che fanno molto di più delle persone. Non si rischiano inutilmente vite umane solo perché diventino un simbolo, piantando bandiere su lune a caso.

Svegliarsi dunque di punto in bianco e voler portare uomini e donne comuni nello spazio, vorrà significare o che un giorno ve ne sarà bisogno (quindi meglio allenarsi a farlo) o che si tratti dell’ennesima trovata stile Guerra Fredda con cui qualcuno si busca sovvenzioni e, soprattutto, popolarità. Lo chiamano turismo spaziale e negli ultimi anni si sta diffondendo nell’idea che i nostri cieli possano essere attraversati per centinaia di chilometri in altezza per puro e semplice intrattenimento. Ovviamente a prezzi altissimi.

Nonostante il fenomeno del turismo spaziale sia ancora agli albori si possono contare alcuni casi sporadici di viaggi nello spazio a scopo di intrattenimento (finanziati da privati al costo di milioni di dollari) che hanno avuto luogo in passato. Il nuovo business, tuttavia, vuole tentare di offrire agli utenti un’esperienza diversa e molto più a prova d’uomo rispetto ad una missione ufficiale a cui fare da spettatore. Al momento diverse agenzie spaziali private concorrono con diverse proposte, a partire dai viaggi intorno alla Luna fino a vere e proprie passeggiate spaziali con Space Adventures, fino ai voli suborbitali (con gli spaceplanes, vedi video in basso) pubblicizzati da Virgin Galactic. Anche Blue Origin, di Jeff Bezos, patron di Amazon, lavora verso simili obiettivi, proponendo lanci su motori a razzo che portino gli utenti almeno ad assaporare la Terra nella sua sfericità (alla faccia dei terrapiattisti).

In Italia, invece, che è tra le prime rappresentanti europee e – finanche – mondiali in tema di aerospazio, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha comunicato che nella zona di Taranto-Grottaglie, ben presto decolleranno i voli spaziali della Virgin Galactic (con apertura prevista dello spazioporto per il 2020). Infine, i viaggi interplanetari per la colonizzazione di Marte paventati da Elon Musk, a capo – tra le altre – di SpaceX, sono la ciliegina sulla torta.

 

Segreto di un investimento così importante sono i mezzi, e in particolar modo il riuso dei razzi. Malgrado fosse già esperienza altrui, a fare la differenza è stato proprio Elon Musk con SpaceX, che l’anno scorso ha per la prima volta adoperato un razzo già usato per una missione orbitale di carattere unicamente commerciale, aprendo l’era del riciclo spaziale.

All’alba della nascita di un fenomeno che rivoluzionerebbe ancora una volta il pensiero umano – dopo che in un secolo si è già messo duramente alla prova passando dagli orrori delle guerre ad Internet – sono tanti i freni quanto gli incentivi che ne stanno alla base.

Innanzitutto parliamo di costi eclatanti che renderebbero il turismo spaziale un fatto appannaggio di pochi. Costi che sono legati a un servizio unico nel suo genere e principalmente al tipo di risorse utilizzate, dalle tecnologie al costo del propellente. Quest’ultimo apre a problematiche di inquinamento di diversa entità, a seconda del fuel utilizzato, che a regime potrebbero diventare insopportabili per il pianeta (per avere un’idea di cosa accada nel panorama astronautico ogni anno, vedi qui). Chiaro, bisogna ragionare in ottica futura (si parla di aspettare ancora almeno un decennio), predisponendo quindi un contesto diverso da quello odierno e verosimilmente liberato dalla dipendenza dal carbon fossile. Inoltre, che l’insorgere di questo fenomeno possa in poco tempo portarlo anche alla sua rapida diffusione pare poco probabile, e quindi allo stesso tempo ne giustifica i costi elevati.

Uno scenario possibile futuro in cui il decollo di equipaggi umani in visita su Marte sarebbe, secondo Elon Musk, la normalità.

Un progresso di tale importanza (e così rischioso) quale il turismo spaziale non sarà portato subito a regime, perché per quanto faccia da polo attrattore di una nuova e ricca fonte di guadagni da un lato, dall’altro rischia di svilupparsi in maniera sconsiderata nei confronti del pianeta creando benefici che in fin dei conti sono opinabili.

Non si tratta di un servizio di trasporto, bensì di una sorta d’attrazione dimostrativa. E al di là della magnificenza e di quanto possa candidarsi al ruolo di esperienza da urlo, va realmente esaminata la necessità di un’attività così costosa e breve contemporaneamente da un lato, ed esigente dall’altro. Un’enorme ruota panoramica ai suoi primi collaudi dal biglietto a prezzi stellari.

Al momento, tra l’altro, va detto che il rischio di essere imbottigliati nell’ennesima corsa agli armamenti, che implicherebbe stavolta una vera e propria guerra aziendale, non è basso. Lati positivi di un tale scenario da turismo spaziale, in fin dei conti, che spiegherebbero il motivo di un’attenzione così verace e frettolosa verso questo tipo di progresso, potremmo trovarli solo qualora un viaggio nello spazio dovesse diventare strettamente necessario.

La forma più semplice di turismo spaziale, testata e attualmente già realizzata ma solo per voli di prova, consiste nello spingere oltre quota 100 km una piccola navetta mediante un motore a razzo. Col distacco di questi, poi, sarà come planare su di un aliante.

Voglio che Marte diventi una meta possibile. Voglio che sia possibile raggiungerlo entro la nostra vita. E c’è un modo per far sì che chiunque voglia possa raggiungerlo”. Sono le parole che Musk pronunciò due anni fa e che sono diventate un progetto in corso d’opera, a tutti gli effetti realizzabile. Sono state passate in rassegna diverse questioni legate alla fondazione di una colonia autosufficiente su Marte, enucleando difficoltà e criticità dell’impresa e cercando di trovare soluzioni ai problemi tecnologici, logistici ed economici del progetto.

Attenzione poco rivolta, però, al lato morale della faccenda, che sebbene non possa frapporsi interamente tra un uomo e il progresso rischia di potersi intromettere, invece, tra gli uomini stessi. E renderli incapaci e ciechi nell’usufruire di un’opportunità che metterebbe a dura prova la nostra forza. Realizzeremo di aver battuto un altro limite, sapremo di poter passeggiare nello spazio e/o atterrare su Marte; potremmo diventare padroni di altri spazi e saccheggiare altri mondi, dovremo condividere, e forse solo in quell’istante capiremmo di non aver bisogno di altri pianeti fintanto che si impari a tenere al proprio.

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: wiredItalia

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Studio Ingegneria Aerospaziale alla Seconda Università degli Studi di Napoli. Sostengo la politica giovanile e comunale insieme agli amici di Agorà-Lavoro, Partecipazione e Libertà; scrivo per passione, per la necessità di leggermi e di imparare dai miei errori. Sono un alfista senza un'Alfa, un seriofilo senza DVD, un Jedi senza una spada laser.