Assorbenti, Tampon Tax e diritti
Fonte immagine: islaberlin.com

Pochi giorni fa il Governo di Berlino ha deciso di abbassare l’imposta sul valore aggiunto sugli assorbenti: dal 2020, infatti, l’IVA passerà dal 19% al 7%. A influenzare la decisione dell’esecutivo tedesco è stata la petizione online lanciata dalle attiviste Nanna Josephine Roloff e Yasmine Kotra, che in poche ore ha raggiunto più di 200mila firme. La Germania, infatti, ha una della cosiddetta Tampon Tax più alta sui prodotti per l’igiene femminile all’interno dell’Unione Europea. E in Italia? In Italia i diritti delle donne sono secondari.

L’anno scorso l’associazione Onde Rosa aveva raccolto 225mila firme con una petizione online, ma l’emendamento sulla Tampon Tax del Partito Democratico, che prevedeva l’abbassamento dell’IVA dal 22% al 10% per questi prodotti, era stato respinto a causa della mancanza di coperture. Quest’anno un gruppo di trentadue deputate, tra cui Laura Boldrini, ha deciso di riprovarci, ma per l’ennesima volta la riduzione dell’aliquota IVA sugli assorbenti è stata bocciata. Tuttavia, l’emendamento bipartisan è stato riammesso dalla commissione Finanze della Camera, anche se la possibilità che la Tampon Tax non venga abolita, e la proposta abbandonata in soffitta a prendere la polvere è (molto) concreta.

Assorbenti e diritti: l'Italia è in guerra con le donne

La questione, però, è molto più complessa: gli assorbenti come beni di lusso fanno parte di un contesto molto più ampio in cui entrano in gioco diversi fattori di importanza non indifferente. Una confezione da 14 pezzi costa circa 4/5 euro e la spesa annuale per ogni singola donna ammonta a 130 euro, di cui 23 di IVA (la cifra può variare, addirittura raddoppiare, perché il flusso mestruale varia da donna a donna). Per non parlare degli assorbenti in cotone o della coppetta mestruale.

Quello che fa scattare sul piede di guerra le donne è il vedersi privare di un diritto che dovrebbe essere tale per natura, perché il ciclo mestruale non è una scelta (nessuna sceglierebbe di averlo volontariamente). È pur vero che le coppette e i pannolini lavabili rappresentano un’alternativa (anche ecologica), ma anche questi prodotti igienici sono tassati come beni di lusso.

Qui il discorso si sposta sul piano personale (e quindi politico) e morale, perché la storia della Tampon Tax mette in evidenza l’incapacità dello Stato Italiano di prendersi cura delle donne. Quando si parla di prodotti igienici femminili si parla anche dei prodotti sanitari, come gli anticoncezionali, che ormai sono tutti passati in fascia C, cioè a carico del cittadino; si parla del tabù sulle mestruazioni e di come le pubblicità e il marketing abbiano contribuito a mandare avanti stereotipi patriarcali sulla donna “isterica” con il ciclo (ignorando che dietro l’isteria ci sia una storia).

La questione è che prendersi cura delle donne non è una priorità: l’Italia è lo stesso Paese in cui non esiste un servizio ostetrico gratuito e dove molti reparti maternità hanno chiuso; è il Paese in cui la maternità è un lutto sul piano dell’efficienza e dove i medici obiettori di coscienza sono aumentati del 12%. L’Italia è un Paese in guerra con le donne.

In Somalia del Sud un pacco di assorbenti costa quanto uno stipendio locale, a volte anche di più. Non è solo un problema di assorbenti, ma il ciclo mestruale è un punto molto importante, anche perché è quel fenomeno biologico che permette la vita. Anche la vita degli stessi che hanno bocciato l’abolizione della Tampon Tax.

Ana Nitu

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