Eros e arte: la civiltà del desiderio di Marcuse. Un'artista si racconta

Eros e civiltà, saggio filosofico del 1955, è uno scritto di stampo marxista ancora incredibilmente attuale. Riprendendo e ripensando positivamente alcune teorie freudiane, Marcuse oppone al disagio della civiltà dominata dal principio di prestazione, la felicità di quella regolata dal principio del piacere, l’eros. La liberazione del piacere di cui parla Marcuse è una liberazione del desiderio, ma la nuova razionalità libidica che ne consegue non è solo sessuale: il desiderio è da intendersi qui innanzitutto come vocazione, come talento individuale. Ecco perché al lavoro alienato della repressione organizzata Marcuse sostituisce il kantiano “libero gioco delle facoltà”, gioco di quelle potenzialità umane quali l’immaginazione e la fantasia che rendono l’individuo libero.

La civiltà del desiderio di Marcuse è costituita da coscienze erotizzate che si mettono in discussione nel mondo con le proprie capacità e predisposizioni. Una civiltà fatta di individui che seguono le proprie vocazioni è non solo più libera e appassionata, ma anche più produttiva. Solo così il lavoro si trasformerà finalmente in un’occasione di gioia e soddisfazione. L’artista incarna piuttosto bene questo marcusiano soggetto del desiderio: affrancato da quelli che Marcuse definisce “gesti congelati”, l’artista scava autonomamente dentro di sé, e si serve della propria attitudine alla creatività per stare al mondo e dare ad esso un senso. L’egocentrismo dell’artista è emblematico di questa rielaborazione dell’umano e funge da ispirazione per il resto della società.

Ma è davvero così semplice, oggi, seguire i propri talenti? Cosa significa − specialmente per le nuove generazioni − affidare ad essi la propria vita e il proprio futuro lavorativo?

Libero Pensiero News ha intervistato Marianna Battipaglia, una giovane e talentuosa artista di Nocera Superiore, comune della provincia di Salerno.

La grande passione di Marianna, classe ’93, sono la pittura ad olio e l’arte madonnara. Ha partecipato a diversi festival d’arte internazionali, in Francia, Germania, Messico. È tenace e determinata. Ci ha parlato delle sue prospettive future, ma anche della percezione che ha di sé come artista e del rapporto che ha con la sua vocazione.

Come ti sei avvicinata alla pittura, e qual è stato il tuo percorso formativo?

«L’approccio alla pittura è stato del tutto naturale, un’inclinazione personale che ho seguito come una necessità, e dalla quale mi sono sentita attratta fin da subito. Ho frequentato il Liceo artistico di Salerno per poi continuare con il DAVIMUS all’Università degli Studi di Salerno, che mi ha dato tanto soprattutto da un punto di vista intellettuale. Prima della realizzazione tecnica, infatti, c’è sempre il momento teorico, quello in cui l’artista sceglie o si fa guidare dai concetti che saranno alla base della sua prossima opera. La creazione artistica consiste in un “processo testa-mano”, che implica tanto il corpo quanto la mente».

Per quanto riguarda l’aspetto meramente pratico, quindi, hai sempre studiato da autodidatta?

«Con i workshop ho sicuramente appreso tante cose, ma le basi le ho gettate qui, in solitudine, nella stanza della mia casa dove dipingo e tengo le mie opere. Qui ci sono stati i progressi più importanti. È fin dai tempi del liceo che amo fare esperimenti; mi piace imparare sempre nuove tecniche: sono curiosa. In questo senso mi sento un’artista che sperimenta molto».

Ci sono delle idee fisse, delle ossessioni, dietro i soggetti che dipingi?   

«Artisticamente sono molto egocentrica. Le mie opere sono per lo più il riflesso dei miei stati d’animo, dei miei momenti. Mi interessa che lo spettatore si accorga del mio Io, di tutto il processo creativo che c’è stato dietro, della mia passione per la pittura. Allo stesso tempo però non voglio che i miei dipinti rivelino tutto di me, non voglio che mi mettano completamente a nudo. È per questo che in alcuni dei miei lavori si intravede la tela bianca: è un non-finito che testimonia la mia incapacità di lasciare andare via per sempre le mie creazioni e, quindi, una parte di me. Dipingo poi molte figure femminili, soprattutto giovani donne, forse perché io sono una donna, e questa è la realtà estetica e anatomica che conosco meglio».

Che rapporto hai con il tuo talento? Ti è mai capitato di percepirlo come un fardello piuttosto che come un dono?

«È di certo un rapporto molto conflittuale. Per me il talento non rappresenta né una schiavitù né una libertà, mi appartiene e me ne faccio felicemente carico. Ma non è semplice, non mi sento una privilegiata. Da una parte invidio chi non ne ha, perché se hai un talento è più difficile accontentarti di qualsiasi altro lavoro: devi seguirlo e basta. Si fa molta più fatica ad arrivare ad una realizzazione personale soddisfacente. È qualcosa con cui nasci, devi assecondarlo per forza, altrimenti poi te ne penti. Il talento va coltivato con costanza, perché solo così si può creare qualcosa di qualità. Sul talento si investe, bisogna avere pazienza per vederne i risultati, ma alla fine, poi, questi arrivano sempre».  

Credi sia possibile dedicare tutta la vita all’arte, farne un lavoro a tempo pieno?

«Una scelta di questo tipo implica una grande consapevolezza, perché ci sono molte responsabilità e bisogna rimanere cauti. Uno dei problemi per cui è molto difficile farsi strada in questo ambito è che i fruitori, per primi, non sempre sono ben educati all’arte e alla cultura. Ho avuto a che fare con clienti che mi chiedevano di abbassare i prezzi delle opere che erano interessati ad acquistare, e quando io non ho ceduto alcuni non l’hanno presa bene. Dietro un dipinto non ci sono solo le ore di lavoro spese per la sua realizzazione, ma anche tutti i miei anni di studio. Se poi dovessi pensare alla mia arte come a un lavoro futuro a tempo pieno, no, al momento non ci riuscirei: le commissioni dei privati non bastano, così come non sono sufficienti le vendite alle mostre collettive. So che è triste dirlo, ma è così. Questo stato di cose mi frustra parecchio, perché qualsiasi artista vorrebbe dedicare alla propria passione tutto il tempo che ha a disposizione. Il sogno c’è ed è giusto averlo, ma per ora resta chiuso nel cassetto, sperando di poterlo tirare fuori al momento giusto. È importante essere intraprendenti, farsi conoscere ed affermare la propria personalità, questo sì. Io ci credo, ma resto sempre con i piedi per terra».

Ti capita mai di pensare alla te stessa del futuro come ad un’artista di successo? Cosa è per te il successo?

«Sì, mi piace immaginarmi così. Per me il successo è sentirsi pienamente realizzati, guardarsi intorno ed essere orgogliosi di sé. Per adesso non posso dire di sentirmi realizzata al cento per cento, ma so di aver scelto la strada giusta e di essere contenta delle cose che faccio. Quando mi dedico alla mia arte mi sento riconosciuta non solo come artista, ma anche e soprattutto come persona. Tra la Marianna che dipinge e la Marianna che fa tutto il resto non c’è distinzione: sono sempre io». 

Segui Marianna per vedere le sue opere su Instagram e sulla pagina Facebook Marianna Battipaglia Art

Federica Spera

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here