Migrazioni climatiche: i porti chiusi non fermeranno i profughi ambientali

Guerre, persecuzioni politiche, crisi economica, terrorismo, sono solo alcune delle cause dell’immigrazione che tanto spaventa l’Europa, italiani in primis. Ci crogioliamo nel benessere, ci beiamo d’esser nati nella parte “giusta” del mondo, senza mai chiederci se a tale ricchezza corrisponda la depredazione, il furto di risorse naturali, di materie prime appartenenti ad altre nazioni. E a volte, tra uno spritz e una Instagram story, ci capita di sentire frasi come «È impossibile che scappino tutti dalle guerre» o «Dobbiamo aiutarli a casa loro». A queste due frasi piene di qualunquismo corrispondono due risposte ben precise. Ammettendo che un ladro possa aiutare la propria vittima dopo anni di rapine, aiutarli a casa loro diventerà sempre più difficile e no, le guerre non rappresentano gli unici orrori da cui scappano i migranti. Un recente studio dimostra che esistono due punti che accomunano le frasi di cui sopra e le corrispettive risposte: il climate change e le conseguenti migrazioni climatiche.

Migrazioni climatiche, dal Sahel all’Italia

Ci troviamo in Africa, precisamente nella regione del Sahel, una vasta area africana, posta a sud del Sahara, che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso per circa 2,5 milioni di km2, per una profondità che varia a secondo delle condizioni climatiche. L’area interessa porzioni più o meno estese di Senegal, Mauritania, Mali, Burkina, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Sudan, Etiopia ed Eritrea. In questa zona si concentrano dai 15 ai 20 milioni di abitanti. Stando a un recente studio del Cnr-lia, l’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio Nazionale delle ricerche, pubblicato su Environmental Research Communications, le recenti migrazioni dal Sahel all’Italia sono causate nella maggior parte dei casi dalle pessime condizioni meteo-climatiche dovute al forte impatto che il riscaldamento globale ha su questa zona.

La ricerca si concentra sul periodo 1995-2009, ciclo temporale antecedente alle primavere arabe e alla crisi siriana e che esclude quindi i recenti conflitti, evidenziando meglio le eventuali incidenze climatiche. E a chi, come il nostro Ministro degli Interni, mette in dubbio la percentuale delle persone che effettivamente scappano dal caos, risponde Antonello Pasini, ricercatore del Cnr-Iia e autore dello studio: «In questo contesto appare interessante valutare quantitativamente l’influenza dei cambiamenti climatici sulle migrazioni dalla fascia africana del Sahel all’Italia, che rappresentano circa il 90% degli ingressi sul nostro territorio dalla rotta mediterranea».

«Nello specifico», continua Pasini, «abbiamo utilizzato un semplice modello lineare e un altro più sofisticato di intelligenza artificiale, un sistema a rete neurale recentemente sviluppato dal nostro gruppo, in grado di evidenziare cambiamenti non graduali ed effetti del superamento di determinate soglie nelle variabili meteo-climatiche. Con il modello a rete neurale siamo stati in grado di spiegare quasi l’80% della variabilità nelle correnti migratorie verso l’Italiaprendendo in considerazione i soli dati meteo-climatici, per causa diretta e per influenza sull’ammontare dei raccolti annuali».

L’agricoltura quindi incide in maniera consistente sulle scelte, sempre se di scelte possiamo parlare, dei migranti. Raccolti sempre più poveri, carestie, ondate di calore crescenti durante il periodo di coltivazione, morìa degli animali che proprio in Africa risentono maggiormente del fenomeno conosciuto col nome di “sesta estinzione di massa“. Ecco perché politici come Giorgia Meloni e i loro fan strappano una malinconica risata quando dichiarano che esistono popoli che migrano “perché gli va“.

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Quel che più pesa sulla vita degli abitanti del Sahel sembra però essere l’aumento della temperatura, fattore che induce i ricercatori a pensare che si stia superando la soglia di tolleranza termica umana ed animale. «Oggi sappiamo che i paesi africani sono molto vicini a queste soglie. I nostri risultati modellistici rappresentano ovviamente solo un primo passo verso studi più ampi, che possano vedere la collaborazione con scienziati sociali per una valutazione più completa di tutti i fattori che influenzano le migrazioni», afferma Pasini. Per il ricercatore del CNR questo studio va necessariamente preso in considerazione dal mondo della politica affinché si adottino in Africa tattiche ambientali utili a mitigare il riscaldamento globale e nel contempo a prevenire i motivi che provocano il triste fenomeno delle migrazioni climatiche.

La scienza quindi afferma ancora una volta che i cambiamenti climatici sono e saranno causa delle migrazioni. Non è il primo studio che tratta questo argomento né sarà l’ultimo. Basti pensare al rapporto della Banca Mondiale “Groundswell : Preparing for Internal Climate Migration” che nel marzo del 2018 lanciò un nuovo allarme sulle conseguenze sociali della crisi climatica e dei fenomeni migratori. Secondo tale rapporto infatti entro il 2050 143 milioni di persone saranno costrette ad abbandonare le proprie case per colpa dei fenomeni meteorologici estremi. Per i relatori del suddetto studio c’è però speranza: applicare soluzioni coraggiose volte alla diminuzione delle emissioni di gas serra porterebbe a una riduzione dell’80% delle cifre stimate.

Fonte: Wired.it

Negare l’esistenza delle migrazioni climatiche, chiudere gli occhi e far finta di nulla è il peggior modo per affrontare questa situazione. Quando il Ministro dell’Interno italiano sbeffeggia gli ambientalisti accusandoli di, e citiamo, «sfruttare un tema serio come l’ambiente per legittimare l’immigrazione clandestina» dimostra non solo di non aver capito nulla dell’argomento, ma di non saper distinguere i dati scientifici, certi, incontestabili, dalla dubbia opposizione di una ancor più dubbia sinistra. La scienza è scienza e non c’è frase patriottica che tenga davanti ai rapporti che gli scienziati mettono a disposizione dell’intera umanità. Consigliamo a Salvini, alla Meloni e a tutti i politicanti di turno di informarsi seriamente su tale questione, di smetterla di combattere una guerra inutile sulla pelle del popolo, di cominciare a trattare l’emergenza climatica come una vera emergenza. Se questo non sarà fatto molto presto, italiani e non ne pagheranno le tristi conseguenze.

Marco Pisano

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