Never Again contro la vittimizzazione secondaria: al via il corso online
Fonte immagine: Vittimizzazione secondaria nei tribunali. https://www.youtube.com/watch?v=YnMJfSkyNK0

Il riconoscimento di un danno presuppone la presenza di due protagonisti, il carnefice e la vittima. In relazione a quest’ultima possiamo affermare che quasi mai si sente parlare di “vittimizzazione secondaria“, forse perché in pochi sono a conoscenza dell’esistenza di tale fenomeno.

Un punto di partenza a tal proposito è rappresentato da un corso gratuito erogato dal progetto Never Again che, nato nel 2020, si fa portavoce di una circostanza sempre più dilagante al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica della vittimizzazione secondaria cercando di prendere le distanze dagli stereotipi che l’accompagnano, e dunque nel trasformare l’approccio professionale delle forze dell’ordine, del sistema giudiziario e dei media. Il corso, pertanto, è rivolto ad avvocati, magistrati e laureati in Giurisprudenza purché tirocinanti presso uffici giudiziari (ai quali è però riservata una sola sezione), ai giornalisti e alle forze dell’ordine (Carabinieri, Polizia di Stato, Polizia Municipale).

Il corso – in partenza il 14 Ottobre – è composto da 9 moduli online di cui ciascun partecipante può fruire quando desidera, 3 webinar tematici volti ad approfondire specifiche questioni a partire dai feedback dei singoli, infine 10 workshop multiprofessionali che prevedono l’applicazione delle competenze maturate ad un case study. Esso indagherà quelli che sono gli aspetti salienti della tematica: cos’è la vittimizzazione secondaria, come e da chi viene perpetrata, quali sono le conseguenze, e quali le metodologie idonee a prevenirla. Il fenomeno sarà analizzato a partire dallo studio delle dinamiche e dei meccanismi di perpetrazione della violenza maschile sulle donne e, passando per l’analisi degli stereotipi che nel tempo sono stati costruiti e rafforzati attorno all’immagine della vittima, ci si soffermerà in particolar modo sullo studio del quadro normativo nazionale e internazionale al fine di analizzare le procedure sino ad oggi adottate e quelle in futuro adottabili.

Sin dal 2005 e con cadenza quadriennale l’Italia è stata oggetto di critiche e raccomandazioni da parte del Comitato CEDAW, che attualmente ha sede a Ginevra presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani. L’organo internazionale ha sempre stigmatizzato l’esistenza di stereotipi sessisti nella società italiana, in particolare nella comunicazione da parte dei media e anche in ambito giudiziario.

No alla violenza – Vittimizzazione secondaria

Ma cosa si intende con l’espressione “vittimizzazione secondaria”? La vittimizzazione secondaria è una forma di violenza psicologica cui la vittima di reato (violenza domestica, sessuale, stalking, etc.) è sopposta in seguito alla denuncia esposta. Si parla difatti anche di “violenza istituzionale” per riferirsi a procedimenti giudiziari e processi penali non sufficientemente adeguali alla violenza subita.

La vittimizzazione secondaria è causa di stereotipi volti a minimizzare l’accaduto, a deresponsabilizzare il carnefice: troppo spesso si sente parlare di “atteggiamenti provocatori” o “abiti succinti” che istigano l’uomo a violentare una donna; troppo spesso si sente parlare di “raptus” generati da “comportamenti esasperanti” della compagna o della moglie. È dunque la donna a sfidare l’uomo, è essa stessa la causa del suo male. Non finisce qui. La vittimizzazione secondaria può coinvolgere anche i minori. Una separazione tra coniugi – che talvolta prevede una mediazione familiare – può ad esempio generare notevoli ripercussioni sulla psiche e sull’immaginario di un bambino. La voce del minore è oggi ancora relegata ai margini delle vicende familiari. Un rifiuto nei confronti del genitore violento – anche quando la violenza non sia stata subita in maniera diretta – viene generalmente additato come la conseguenza di un atteggiamento di chiusura da parte della donna, come un tentativo di manipolazione del minore, di alienazione parentale. Ci si dovrebbe invece chiedere se, al contrario, il rifiuto del minore non sia una presa di posizione derivante dal ricordo di un vissuto doloroso. Sarebbe dunque opportuno discostarsi dall’idea del minore come incapace di intendere e volere, sempre soggiogato dall’adulto di riferimento. La sua voce merita di essere ascoltata e presa in considerazione, anche in un’aula di tribunale.

Alla luce di tali considerazioni, appare evidente come la vittimizzazione secondaria possa essere altamente nociva da un punto di vista psicologico: vengono meno le speranze e le aspettative della parte lesa, viene meno la fiducia sino ad allora riposta nelle istituzioni.

Risulta pertanto urgente apportare un cambiamento culturale nel nostro Paese, un cambiamento che tenga conto del dolore e della difficoltà della vittima nel ripercorrere la triste vicenda che l’ha vista protagonista. È fondamentale lavorare sulla decostruzione dello stereotipo affinché il lavoro con la vittima di violenza non cada in banali retoriche, affinché possa essere accompagnata in un sincero percorso di difesa e supporto.

Il cambiamento – culturale, legislativo, professionale – non può che avvenire per gradi: il progetto di oggi può rappresentare il cambiamento del domani.

Aurora Molinari

Pugliese, classe 1997. Da bambina sognavo di diventare una giornalista, o magari una scrittrice. Oggi sono invece un'educatrice, specializzata nel disagio sociale, con la passione per la scrittura. E non solo.

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