the o.c. marissa

Alzi la mano chi non ricorda il Chrismukkah di Seth Cohen, California dei Phantom Planet, il «chiunque tu vuoi che io sia», il bacio di capodanno fra Ryan e Marissa.

Insomma, chi non ricorda The O.C.?

Non ci sono mani alzate. Sì perché The O.C. è l’ultimo vero teen drama televisivo. Forse il migliore perché racchiude in sè tutti gli elementi cardine del genere: formazione adolescenziale, leggerezza, l’high school, il romance a iosa. Altri ne sono usciti in seguito ma lontani da agguantare il successo dei ragazzi californiani. Lo stesso genere teen ha subito, in seguito, numerose contaminazioni (Teen Wolf), a volte stereotipando fin troppo i suoi stilemi (qualcuno ha detto Gossip Girl?) o in altre occasioni raggiungendo vette di maturità non riconducibili a quel “teen” che questo genere dovrebbe mantenere (Atypical, Tredici). Di fatto The O.C. è nostalgia cristallizzata, un toccasana riproposto nei pomeriggi d’estate (pratica non rara sulle reti Mediaset di anno in anno).

the o.c. marissa

Ma cosa ha reso The O.C. un fenomeno cosi celebre?

Tanti, troppi motivi. Solo per citarne alcuni: i personaggi ben scritti, un casting azzeccato, personaggi secondari di livello assoluto (Oliver, Anna, Tray.. chi li ricorda?), i temi leggermente più maturi per il genere stesso: emarginazione, classismo, disadattamento, responsabilità, lutto, che guarnivano una narrazione ben bilanciata in bilico tra dramma e leggerezza.


Il classismo, dicevamo. Ovvero il perno del suo successo, l’elemento che più di tutti è stato in grado di creare empatia nel pubblico, che poi è la chiave di una serialità di successo. Il protagonista delle vicende era il giovane Ryan Atwood cresciuto nella periferia malfamata di Chino, in una famiglia disastrata: la madre alcolista, il padre e il fratello in galera. D’un tratto trapiantato in un contesto che di fatto era il suo opposto. Un passato grigio che, di fatto, non ha mai abbandonato completamente il ragazzo biondo tutto muscoli. Basti vedere quanti personaggi sono tornati nel corso delle stagioni (Theresa, Tray, la madre), fornendo un serbatoio di spunti narrativi ogni volta che la serie stava per ricadere nei cliché tipici del genere: triangoli amorosi, il bullismo, la dipendenza dall’alcool.. Cosa che l’avrebbe reso di fatto una copia di Dawson’s Creek. Solo più ricca e spocchiosa.

Altro elemento di forza e differenziazione era il contesto da sogno, la famosa Orange County, quindi sole, mare, denaro, tavole da surf, feste sulla spiaggia un giorno sì e l’altro pure. E per un attimo, anche il ragazzino di provincia nato in un paesino della Calabria poteva sentirsi uno di loro. E forse The O.C. è una delle serie che più di altre deve gran parte del suo successo alla propria ambientazione.

Ma come si può immaginare, i piaceri più intensi sono anche i più effimeri e infatti il clamore per The O.C. si è consumato veloce come la fiamma di un cerino. Dopo una prima stagione esaltante per temi e situazioni affrontate, la serie è andata man mano scemando riproponendo già nella seconda stagione dinamiche viste in altre produzioni (l’arrivo di nuovi personaggi a impensierire le coppie storiche, i problemi economici familiari), a volte raccontando situazioni forzate giusto per fare show (il colpo di pistola di Marissa a Tray, una forzatura imperdonabile). Ma il colpo di grazia arriva nella terza stagione con la dipartita di una delle protagoniste: Marissa. L’attrice che la interpretava, Mischa Barton, decise d’un tratto di abbandonare la serie (forse presentendo il fiuto del declino o chissà).

Un vero peccato dato che la terza aveva dato cenni di ripresa con personaggi in grado di sparigliare le carte, come l’odiato Kevin Volchok, il bad guy dello scantinato accanto, o Johnny, il gentiluomo emo dall’animo fragile che aveva smosso nel cuore di Marissa un inedito spirito da crocerossina.

the o.c. marissa

Da lì la scelta nefasta e commerciale di continuare comunque il prodotto con una quarta stagione a dir poco imbarazzante. Taylor, la secchiona rompipalle e improvvisa protagonista, avrebbe peccato sia nel carisma quanto nella bellezza rispetto alla sua antesignana. A quel punto, dopo più di settanta puntate all’attivo, i personaggi originari erano ormai svuotati, degli involucri consumati dalle dinamiche più fuori che dentro la camera.

In ogni caso, nonostante il tonfo e la breve vita, The O.C., dopo quindici anni dal suo approdo in tv, conserva ancora un posto nel nostro cuore. Perché The O.C. non è solo stereotipo e narrazione: è una passerella di biografie con cui il pubblico si è identificato e spesso ispirato. Difficile non rintracciare il Seth del gruppo, ovvero il burlone dall’animo nerd; la Summer di turno, isterica dal cuore tenero; la Marissa, problematica e autodistruttiva quanto il bello e dannato Ryan. Personaggi seminali non solo per le serie che sarebbero venute dopo ma anche per i vissuti condivisi dal pubblico.

E quindi non vergognatevi se, quando in tv passa una puntata di The O.C., ancora oggi è una copiosa… valle di lacrime.

Enrico Ciccarelli

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